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martedì 31 agosto 2010

VISIONE E PROMESSA DELL'AMORE NELLA BHAGAVAD-GITA di Caterina Carloni.

Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell'efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”). 

venerdì 28 maggio 2010

LA FISIOLOGIA DEL DESIDERIO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

"In verità si dice anche che l'uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l'azione, quale è l'azione, tale è il risultato che consegue(1)".

Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita Krishna analizza psicologicamente la fisiologia del desiderio. Ad una domanda cruciale di Arjuna: "O discendente di Vrishni, cosa spinge l'uomo a commettere errori anche quando non lo desidera, come se vi fosse costretto?", Krishna risponde: "E' lussuria soltanto, o Arjuna. Essa nasce dal contatto con l'influenza materiale della passione poi, trasformandosi in collera, diventa il nemico devastatore del mondo e la sorgente di ogni peccato(2)". Il desiderio frustrato produce collera, la quale scarica una serie di negatività sugli organi che governano il corpo e produce sofferenza, distruzione della memoria, del sapere e di conseguenza anche dell'equilibrio. Come ben sappiamo, vi sono persone che hanno pagato due soli minuti di collera con venti anni di galera o con la rovina totale sul piano fisico ed economico, oltre che su quello delle relazioni sociali. Quindi la collera va evitata, ma per poter far ciò occorre gestire il desiderio con molta attenzione. Nella Katha-upanishad come nella Bhagavad-gita vengono descritti la materia inerte (prakriti), i sensi (indriya), la mente (manas) ed infine l'intelligenza (buddhi). Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita(3), Krishna spiega come la persona che è situata nel sé riesca a dominare e quindi a governare ed armonizzare gli impulsi sensoriali senza reprimerli. Non serve a nulla rimuovere, dimenticare, nascondere tra le pieghe della mente, perché questa lancerà comunque i suoi strali di protesta, disturbando tutte le funzioni dell'individuo, nel sonno e nella veglia. Il Supremo ha un altro piano: gestire l'energia inferiore elevando la coscienza e acuendo la consapevolezza. La trasmigrazione dell'essere da un corpo ad un altro è un fenomeno che avviene proprio in forza dei desideri coltivati e delle azioni compiute. Esiste una sostanziale causalità tra desiderio ed azione: il primo è infatti il seme della seconda. Il piano fisico è l'ultimo sul quale si manifesta la realtà; l'azione ha la sua origine nel desiderio, poi passa alla fase verbale per esplicitarsi infine sul piano degli elementi fisici. E' dunque essenziale comprendere bene la genesi e le dinamiche dell'agire per non ritrovarsi inermi di fronte a fatti compiuti, incapaci di gestire il proprio presente e di progettare il proprio futuro.

(1) Brihadaranyaka-upanishad IV.4.5. Traduzione ripresa da Upanishad Vediche, a cura di Carlo della Casa. Torino, UTET, 1976. P. 77.
(2) Bhagavad-gita III.36-37. La traduzione è di chi scrive.
(3) Cfr. Bhagavad-gita III.37-43.


Tratto da "Vita, Morte e Immortalità".

martedì 6 ottobre 2009

SOGNARE DA SVEGLI (PARTE SECONDA) di Priscilla Bianchi.

Ciò che è fondamentale comprendere è che il desiderio mette in moto un processo creativo sul piano sottile. Desiderando, soprattutto se il desiderio è accompagnato da una carica emotiva forte, emaniamo una frequenza energetica che richiama invariabilmente cose, persone e situazioni sintonizzate su quella stessa frequenza. Pensieri e desideri sui quali ci concentriamo di più, consapevolmente o meno, diventano “cose” e si concretizzano nei vari episodi della nostra vita. Questo è, in sintesi, il principio alla base della ormai nota “Law of attraction”, la legge di attrazione, una delle leggi che governano l'universo. La fisica quantistica conferma che l'universo nel quale viviamo è un insieme di vibrazioni energetiche; anche i nostri pensieri e desideri lo sono e ciascun individuo è come una potente stazione radio. Certe vibrazioni entrano in risonanza con vibrazioni simili e determinano specifici campi di frequenza. In sintesi potremmo affermare che ciò che emaniamo sarà ciò che attraiamo e in tal senso è proprio vero che il mondo è come un grande specchio che riflette la nostra realtà interiore. Il lavoro più impegnativo consiste nel sondare le nostre pulsioni inconsce, visto che i desideri inconsci non sono meno forti di quelli consci, ma sono molto meno determinabili. Risulta quindi prioritario diventare quanto prima e quanto più profondamente consapevoli dei semi che giacciono sul fondale del nostro inconscio prima che si dischiudano manifestando situazioni a noi sgradevoli o addirittura ostacolanti per il nostro percorso evolutivo. Questa analisi è fondamentale anche per riuscire a trovare una coerenza nella nostra modalità di “emissione energetica”; ad esempio, se sul piano cosciente desideriamo stringere amicizie sul piano di sattvaguna(1), ma il nostro inconscio ci sospinge ancora verso situazioni tamasiche o rajasiche, probabilmente queste ultime spinte avranno la meglio, oppure sfioreremo per breve tempo compagnie più elevate per essere poi risucchiati in vecchie e ripetitive dinamiche. Se desideriamo cambiare vita o se intendiamo modificarne almeno alcuni aspetti, dovremmo modificare la nostra frequenza, che in termini pratici significa modificare i nostri pensieri, ovvero i nostri contenuti mentali. Secondo la sapienza dell'India classica nell'universo operano tre macrofrequenze, cui ho già precedentemente accennato: si tratta di sattva, rajas e tamas. Le persone che vibrano secondo la frequenza di sattvaguna generalmente si circondano di bontà e benessere; quelle che vibrano secondo la frequenza di rajas, secondo la Gita vanno inesorabilmente incontro alla sofferenza, perché sono impulsive, frenetiche e sconsiderate nell'azione e nella reazione; chi, infine, è sintonizzato sulla frequenza di tamas, perpetuando un atteggiamento apatico e negativo, non farà che attrarre nella propria vita situazioni che somiglieranno a vicoli ciechi e depressione. Chi impara a sognare “da sveglio” nel senso vero dell'espressione, coltiva la propria consapevolezza, seleziona i propri contenuti mentali, comprende a fondo che cosa veramente desidera, mette a fuoco il proprio sogno e ci si “prova dentro”, incanala la propria energia e la propria affettività nella direzione della realizzazione del sogno senza lasciare spazio ad interferenze ostacolanti, predisponendosi con lietezza d'animo e fiducia. Per poter giungere a tale lucidità di pensiero ed efficacia nell'azione è condizione imprescindibile intraprendere un percorso di autodisciplina attraverso il quale riportare armonia nella nostra vita, sviluppando modalità psicofisiche che ci orientino verso un trend evolutivo. La sadhana bhakti, millenario sentiero di realizzazione del sé percorso con successo da grandi Maestri e da loro trasmesso ai propri discepoli di era in era, offre anche all'uomo di oggi strumenti quantomai preziosi per uscire da condizioni frammentate ed alienanti e ritrovare un appagamento profondo e duraturo. Scopo del Centro Studi Bhaktivedanta, con i suoi numerosi programmi ed attività, è proprio quello di mettere a disposizione antiche tecniche ed imperitura saggezza con un linguaggio ed una metodologia adatti ai nostri tempi. Buona continuazione e buona realizzazione dei vostri sogni.

(1) I guna sono i costituenti della materia, potenti energie archetipe che strutturano l'universo. Sattva indica in generale la virtù con tutte le sue caratteristiche, tra cui bontà, luminosità e visione; rajas e tamas indicano rispettivamente la passione e l'inerzia/ignoranza.

domenica 27 settembre 2009

SOGNARE DA SVEGLI (PARTE PRIMA) di Priscilla Bianchi.

Le persone si intrattengono spesso parlando dei loro sogni: sogni da realizzare, sogni ancora tutti da sognare, sogni finiti in quel celebre cassetto senza fondo che aspetta ancora di essere aperto. E' chiaro che quando parliamo di realizzare i nostri sogni, con la parola sogno non ci stiamo riferendo all'attività psichica che si attiva mentre dormiamo, bensì ad un sinonimo di desiderio o fantasia. Per quanto riguarda il termine desiderio, l'etimologia ce ne svela la natura più profonda. Le due parole latine che compongono il desiderio sono la particella de- che in questo caso indica allontanamento, 'via da' e sidus-sideris, dal significato di 'stella, astro'. Letteralmente, dunque, desiderio significa 'lontano dalle stelle', indica la mancanza di sidera, delle costellazioni necessarie per trarre gli auspici. Se ci riflettiamo, effettivamente il desiderare implica una lacuna, una mancanza: si desidera quel che ci manca e quello che, secondo noi, completerebbe la nostra vita o ci procurerebbe una gioia al momento assente. E' proprio a questo punto, all'inizio cioè del processo, che dobbiamo porre particolare attenzione alla motivazione e alla natura del nostro desiderio: cosa stiamo desiderando? E soprattutto: perché? Siamo proprio sicuri che quella cosa, quella persona, quella situazione andrà a colmare qualche nostra lacuna e ci farà stare meglio? Attraverso questo processo logico saremo probabilmente in grado di evitare i danni maggiori, sempre che il desiderare egoico, dribblando tutti i filtri razionali, non sia già divenuto sentire, ovvero non si sia già prepotentemente insediato nei nostri sensi. Quando così accade, la manovra di inversione a U riesce raramente, e in ogni caso con grande difficoltà. Questo perché l'energia del desiderio non è più semplicemente psichica, ma è entrata nella centralina dei sensi mandandola in fibrillazione. Ecco come la Bhagavad-gita, testo di millenaria sapienza, conferma e mette in guardia:

“Come un vento impetuoso spazza via una barca sull'acqua, così uno solo dei sensi su cui la mente si fissa porta via l'intelligenza dell'uomo(1)”.

Quando il pensare/desiderare/fantasticare è ormai nella fase del sentire, quella del volere è dietro l'angolo ed è piuttosto arduo schivarla. E' per questo che, come affermano le Upanishad e la Gita e come ben sintetizza Marco Ferrini nel suo “Pensiero, Azione, Destino”, è davvero importante monitorare i nostri pensieri e i nostri desideri, perché da quelli scaturiscono inesorabilmente le azioni che orientano il nostro presente e anche il nostro futuro. Il desiderio vola sulle ali della fantasia, che il dizionario descrive come quella “facoltà dello spirito capace di riprodurre o inventare immagini mentali in rappresentazioni complesse, in parte o in tutto diverse dalla realtà”. Tale concetto ci rimanda inevitabilmente a quello di visualizzazione e a quello veicolato dal sanscrito vikalpa. Vikalpa, nel linguaggio proprio dello Yoga darshana(2), indica un fantasticare che può avere natura costruttiva, oppure condizionante. Nel primo caso la visualizzazione che il soggetto proietta sul proprio schermo mentale è basata su sat, sulla realtà, intendendo per realtà qualcosa che risponde ad una natura vera e buona e che affonda le proprie radici nel principio cosmico del dharma, l'Ordine universale. Questa è la dinamica che segue un desiderio sano, ben orientato, che darà buoni frutti. In caso contrario il fantasticare avrà ali corte, perché non avendo una base reale nel senso appena spiegato, obbligherà il soggetto a naufragare, generalmente dopo qualche esperienza deludente e dolorosa.


(1) Bg. II.67.
(2) Uno dei sei darshana o sistema di pensiero classico dell'India. L'autore, il saggio Patanjali, negli Yogasutra che costituiscono tale darshana ha raccolto tutti i principali insegnamenti sullo Yoga. Il CSB ha svolto numerosi lavori e studi comparati con la odierna psicologia su questo tema, richiedibili via internet o direttamente alla nostra Segreteria.

domenica 5 aprile 2009

TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE QUINTA).
di Marco Ferrini.


5. LA VOLONTA' NELLA BHAGAVAD-GITA
Nella Bhagavad-Gita sono presenti numerosi passaggi che enfatizzano l’importanza del Ruolo della Volontà: in primo luogo questa Opera sottolinea l’esistenza di un collegamento molto stretto tra il vivere uno stato di trascendenza e il disporre di una Volontà ferma, pura, compassionevole, dolce, misericordiosa. Nella Bhagavad-Gita infatti, la centratura della coscienza in Dio o altresì la visione spirituale, trascendente rispetto alla fantasmagoria del mondo fenomenico, viene frequentemente accostata all’intelligenza stabile, da cui derivano Volontà stabile, umore stabile, emozioni stabili e temperamento stabile. Temperamento, umore ed emozioni sono fenomeni della coscienza e quindi ne sono espressioni: un buon temperamento, un buon umore, e buone, costruttive, appaganti e gioiose emozioni rivelano una coscienza stabile; per poter essere stabile, la coscienza richiede di essere centrata nella propria base, nella propria origine, nella propria sorgente, in sé stessa, ovvero nel Sé Spirituale. Secondo la Bhagavad-Gita la coscienza è da considerarsi stabile esclusivamente quando completamente assorbita nel servizio a Dio; il servizio devozionale rappresenta infatti lo strumento principe per garantire il costante collegamento della coscienza individuale alla Coscienza Cosmica: quando la coscienza si collega a Dio, trascende il dualismo di bene e male, di eccitazione e depressione o di euforia e abbattimento e poiché in tal modo anche l'intelletto si collega stabilmente a Dio, la Volontà si rafforza e diviene solida (Bhagavad-Gita II.50). E' possibile affermare che esiste una strettissima correlazione tra lo stato dell'intelletto (la parte più nobile dell'intelligenza individuale che può connettersi direttamente alla realtà, all'ordine superiore, al dharma, o a quello che David Bohm, uno dei padri della moderna fisica quantistica, ha definito ordine implicito) e la Volontà. Infatti, quando l'individuo condizionato abbandona l'intera varietà di desideri terreni, desideri per ciò che è temporaneo, effimero, aneliti che sono instabili per natura, per loro stessa definizione in quanto soggetti al tempo allo spazio e realizza che tali desideri non rappresentano altro che manifestazioni apparenti, semplici miraggi, quando nel medesimo individuo tale consapevolezza si rafforza ed è avvenuto il collegamento tra l'intelletto individuale e la Realtà Superiore, l'Essere Supremo, Dio in termini teologici, o il Sé archetipo, in termini psicologici, allora la Volontà diventa ferma, stabile e si colora delle migliori qualità e come afferma Krishna nella Bhagavad-gita shloka II.55: è solo quando il soggetto si pone perfettamente in contatto con l'Essere Supremo, con la pura trascendenza, che conquista un'intelligenza ferma e con essa una Volontà ferma! In tale speciale connessione dell'intelletto individuale con il Supremo, il soggetto non è più affranto dalle triplici miserie dell'esistenza condizionata: Adhibautika, Adhiatmica, Adhidaivika, relative rispettivamente ai disturbi provocati dagli altri esseri viventi, dal proprio corpo e dalla propria mente e dai cataclismi, non si esalta quando riceve buone notizie ed è libero dagli attaccamenti morbosi, dalla paura, dalla collera; in questo stato di mente, è possibile affermare che il soggetto è veramente saggio, la persona può dirsi psicologicamente stabile e ben centrata e la Volontà raggiunge la sua massima espressione: in questo stato psicologico la persona può esercitare la Volontà al massimo livello. Chi è privo di attaccamenti e non si esalta quando ottiene ciò che desidera, né si lamenta quando manca alla soddisfazione dei propri piani, si dice che sia situato perfettamente nella conoscenza: in Bhagavad-gita II.58 si afferma essere veramente saggio colui il quale riesce a ritrarre i sensi nel momento del pericolo, ovvero quando si potrebbe manifestare concretamente il rischio di essere travolti dall'illusione, di incorrere in uno ostacolo evolutivo; tale saggio viene metaforicamente paragonato ad una tartaruga poiché riesce a ritrarre i propri sensi dagli oggetti dei sensi come questa ritrae i propri arti dentro il guscio nel momento del pericolo. Esiste un grande senso di realtà nella Bhagavad-gita e questo senso di realtà evidenzia quante volte le persone rimangano frustrate nonostante abbiano il desiderio di dominare i sensi, le voglie, gli impulsi e quante volte falliscano in questo tentativo; Krishna spiega questo concetto nello shloka II.59: se l'essere incarnato, condizionato cerca di ritrarsi dal soddisfare i propri sensi attraverso un mero esercizio di Volontà, applicata in maniera forte, rude, quasi brutale alla restrizione dell'attività sensoriale, ma continua a coltivare l'attrazione per gli oggetti dei sensi, la brama per l'appagamento sensoriale a livello psichico, questo nobile tentativo non avrà successo e l'individuo cederà alla soddisfazione dei sensi comunque, sarà solo una questione di tempo, poi sperimenterà il fallimento poiché l'applicazione diretta, brutale della Volontà, non è miglior uso che ne possiamo fare. Tanto è vero che il sentimento di bramosia testimonia il desiderio di sperimentare attraverso l'immaginazione, creando la fantasia di godere di qualcosa, utilizzando l'immaginazione in maniera attiva, quando tale meccanismo mentale viene messo in atto, la Volontà può dirsi già vinta e se si tenta di bloccarla con un'imposizione diretta e brusca, si produrrà sempre un insuccesso. Krishna in Bhagavad-gita II.59 fornisce invece la chiave di lettura del problema indicando la soluzione per poterlo risolvere con successo. In realtà questo shloka spiega proprio come sia possibile conseguire questa vittoria innalzando il punto di vista, portandolo in alto, param: su di un piano superiore. Infatti, proprio quando la nostra visione drishtva, testimoniando, sperimentando un gusto superiore, si apre ad una dimensione superiore della vita, sviluppando una concezione superiore dello scopo della vita, diviene possibile resistere alle voglie, alle brame materiali e ridirigere l'immaginazione su saggi scenari, su panorami evolutivi. Krishna continua in Bhagavad-gita II.60 asserendo che i sensi sono così impetuosi da travolgere la mente anche di coloro che cercano di controllarla: dunque si riafferma il fatto che la Volontà non possa essere applicata brutalmente al controllo dei sensi, ma che piuttosto si debba portare l'intera struttura psichica ad un piano superiore, come detto nello shloka precedente. Non ci si deve illudere di possedere una vasta conoscenza, cultura, di essere evoluti e superiori alla percezione sensoriale, in quanto i sensi sono talmente impetuosi da poter essere paragonabili a fiumi in piena che possono travolgere l'assetto mentale anche di una persona che con serietà si sia prefissa di controllarli; dunque non è possibile controllare semplicemente con la Volontà una percezione sensoriale, ma è necessario collegare l'intelletto al Divino, vivere in una coscienza trascendente, in modo che l'intelletto si illumini e sia possibile vedere oltre l'apparenza, che è la percezione sensoriale stessa; al contrario se noi fissiamo la coscienza sulla percezione sensoriale e contempliamo gli oggetti dei sensi, allora nemmeno una forte Volontà sarà in grado di sbarrare la strada alle brame sensoriali. Nello shloka II.61, Krishna continua affermando che colui che dirige i propri sensi verso di Lui e fissa la propria coscienza in Lui, ottiene la soluzione per rendere la Volontà potente: fissando la coscienza in Dio, tale persona potrà dirsi veramente salda nella sapienza. Infatti lo shloka è tasya prajna pratisthita, dove prajna è la sapienza, pratisthita è fissa: Krishna afferma che quando la coscienza è fissa su di Lui, allora la sapienza è fissa, l'intelligenza è fissa e la Volontà diventa stabile. Come si accennava in precedenza, se invece di fissarsi in Dio, la coscienza si fissa sul fenomenico, centrandosi ad esempio sui sensi, la realtà esperita si esaurisce nella percezione sensoriale e come sistema di riferimento viene assunto l'apparato sensoriale, allora anche l'attenzione si riversa completamente sugli oggetti dei sensi ed il soggetto sviluppa un attaccamento irresistibile per tali elementi e da questo attaccamento deriva bramosia (Bhagavad-gita II.62). In tale modo si innesca una spirale discendente, disevolutiva, tale per cui ogni oggetto dei sensi, di qualunque natura sia: istinto sessuale, denaro, competitore, produrrà una reazione negativa nell’individuo che ne sarà colto sviluppando rispettivamente lussuria, avidità, gelosia o invidia, e se il godimento di tale oggetto dei sensi verrà ostacolato l’individuo sarà dominato da una forte collera nei confronti di questo ostacolo e così kama, krodha, lobha, moha e matsara si manifesteranno tutti a causa della contemplazione dell'oggetto dei sensi. E' quindi possibile identificare una sequenza in questo processo degenerativo: contemplando l'oggetto dei sensi si sviluppa bramosia per questi oggetti, da questa origina collera quando si frappone un ostacolo fra la persona e l'oggetto desiderato, donna, uomo o qualsiasi sia tale oggetto desiderato in maniera morbosa, (Bhagavad-gita II.63) dalla collera si sviluppa frustrazione per il mancato conseguimento o godimento dell'oggetto bramato e dalla frustrazione deriva la confusione della memoria e quando la memoria è confusa l'intelligenza è perduta, e se perde l'intelligenza la persona cade in uno stato di semifollia e allora la Volontà diviene il peggiore strumento a disposizione dell'individuo poiché esercitare la Volontà in tale basso stato di coscienza significa diventare distruttivi e provocare una caduta dello stato evolutivo. Nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.64) viene affermato che chi controlla i sensi praticando i principi regolatori della libertà, attraverso la sadhana bhakti, può ottenere la completa misericordia del Signore e diventare libero da raga e dvesha: attrazione e repulsione, attaccamento e avversione; tale coppia di opposti è destabilizzante per la Coscienza perché sia nell'attaccamento, sia nella repulsione si manomette, si compromette la stabilità della Coscienza: attrazione e repulsione devono essere visti come due punti di un cerchio, essi, nel vortice della percezione sensoriale costituiscono due destabilizzatori che in realtà sottendono la stessa cosa, il medesimo principio, in quanto costituiscono un dvandva, una coppia di opposti e non vanno pertanto considerati due elementi separati, bensì facce della stessa medaglia. Raga e dvesha devono essere entrambi superati impiegandoli al servizio del Signore, di una causa nobile possibilmente trascendente. Il servizio a ciò che si situa ad un livello Superiore consente la armonizzione degli opposti e l'ottenimento di quello stato di sapiente, pura e saggia Volontà per mezzo della quale è possibile agire anche nel mondo evitando spiacevoli incidenti involutivi. Infatti nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.65) viene detto che per colui che è situato nella Coscienza Divina, Spirituale, cioè che ha spiritualizzato la propria coscienza, le triplici miserie dell'esistenza incarnata cessano ed in tale stato di felicità, nello stato di Coscienza illuminata si conquistano stabilità, serenità, gioia, lungimiranza e una Volontà irrefrenabile. Ma colui che fallisce nel collegarsi al Divino, unione che rappresenta proprio il significato stesso del termine Yoga, non può sviluppare né una intelligenza stabile, né un dominio della mente e dei sensi: senza che la struttura psichica sia completamente purificata non è infatti possibile raggiungere uno stato di pace e se non vi è pace, non vi è nemmeno stabilità e se non vi è stabilità, non vi è nemmeno felicità; dunque la Volontà è disturbata dai vari umori prodotti dall'instabilità e in Bhagavad-gita II.67 si dice che come una barca è sbattuta da venti impetuosi, così i sensi e la mente destabilizzano e travolgono l'intelligenza umana se questa intelligenza non è collegata, ma così come una barca non è portata via dalla corrente se ben ormeggiata, se l'intelletto è collegato al Signore (Bhagavad-gita II.50 Buddhi-yukto jahatiha), la vittoria è assicurata e allora venti, correnti marine e qualsiasi imprevisto che la vita incarnata sempre potrebbe riservare, non sarebbero più in grado di danneggiare, destabilizzare il soggetto, poiché il soggetto è ben situato nel Supremo; Krishna torna ad affermare nello shloka II.68 che Colui i cui sensi sono dominati, educati a non essere travolti e fagocitati dai loro oggetti, ma sono da essi staccati, è una persona dall'intelligenza stabile e dunque da una Volontà stabile.