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mercoledì 20 gennaio 2010

CONTRASTARE LE EMOZIONI NEGATIVE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

E' possibile contrastare le emozioni negative utilizzando quelle positive. La stragrande maggioranza delle volte il soggetto cosciente non riesce a fare ciò poiché la forza di questi prodotti psichici è altamente superiore alla volontà di cui egli dispone sul piano cosciente; ma la mente razionale, il pensiero, può aiutare molto ad affrontare le emozioni negative. Il pensiero è per definizione di natura fredda, mentre le emozioni sono generalmente cariche di desiderio, di sentimento o risentimento.

Se paragonati a dei colori si potrebbe visualizzare il primo come di tonalità chiara, grigio perla leggermente tendente al celeste, mentre le seconde come un colore torbido, caldo: rosso scuro o amaranto. È già una terapia contrapporre un pensiero ad un'emozione, in quanto la natura fredda del primo ha il potere di rendere più trasparente il contenuto torbido tipico della natura calda della seconda. D'altra parte, è sicuramente difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un’emozione, poiché quest'ultima possiede una carica psichica ben più potente. Per questo motivo si rende necessario affiancare al pensiero positivo anche emozioni di segno positivo, che per questo devono essere ben archiviate nella memoria, in modo da essere immediatamente a disposizione nel momento in cui si desidera evocarle, proprio come una valigetta del pronto soccorso, sempre pronta per l'uso. Le emozioni positive sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l’operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte, in virtù della carica emotiva forte che anch’esse posseggono. Tali emozioni possono essere connesse ad insegnamenti che abbiamo ricevuto, rappresentare momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale e costituiscono ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all’approssimarsi della morte.

Concludendo, è possibile affermare che, se un pensiero positivo è ottimale per contrastare un altro pensiero, di natura negativa, la sola funzione razionale non è tuttavia sufficiente ad arginare la carica psichica di un’emozione negativa. Il pensiero razionale può solo apportare un piccolo contributo in tal senso in quanto è utile a scegliere le emozioni positive da recuperare dalla memoria, a disporre una strategia, ma il materiale psichico con il quale veramente si contrasta un’emozione è sostanzialmente un’altra emozione, possibilmente di medesima intensità, ma di segno contrario. Quest'ultimo principio viene espresso anche dal saggio Patanjali(1), che suggerisce la meditazione su pensieri opposti (e per esteso su emozioni) a quelli ostacolanti(2), per consentire all'individuo l'evoluzione del proprio livello coscienziale.

(1) Patanjali, la cui data di nascita non è certa (alcuni esperti ritengono sia vissuto tra l'800 a.C. e il 300 a.C., mentre gli induisti sostengono possa essere vissuto anche diecimila anni prima dell'avvento di Cristo), sistematizzò la disciplina yogica, fino ad allora tramandata oralmente. Compilò quattro libri in merito tutti scritti in aforismi (sutra) rispettivamente Samadhi, Sadhana, Vibhuti e Kaivalya. Il cuore dell'insegnamento di Patanjali è rappresentato dall'Ashtanga Yoga o yoga delle otto membra: stadi attraverso cui lo yogi può gradualmente raggiungere l'unione con Dio, il Samadhi.

(2) Patanjali, Yoga Sutra - Sadhana Pada, sutra 33: vitarkabadhane pratipakshabhavanam – [per contrastare] le fantasie o i pensieri ostacolanti [si deve meditare] su quelli opposti contrari.

Tratto da 'Pensiero, Emozioni e Realizzazione'.

mercoledì 13 gennaio 2010

IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE TERZA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell'energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire - dopo la prima curva - che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s'impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l'amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l'apprezzamento e l'affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos'altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l'utilità è il principio e se l'utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

mercoledì 16 dicembre 2009

IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE PRIMA).
Di Marco Ferrini.


La qualità delle relazioni è garantita solo se sappiamo apprezzare il valore e le qualità degli altri e della relazione in sé. La carenza o addirittura la mancanza di tale apprezzamento produce un deserto relazionale. Per ovviare a ciò, primo passo indispensabile è imparare a riconoscere i pregi a chi li ha. Cosa dire, quando, quanto e a chi non è sempre facile da capire o da intuire: le relazioni umane sono un universo complesso. A volte mettiamo il cuore in una relazione, cerchiamo di svilupparla al meglio delle nostre possibilità, eppure non riusciamo a costruire con l'altro quel che era nelle nostre intenzioni. A noi spetta impegnarci e fare il massimo, con intento evolutivo, con gioia e desiderio di crescere assieme ma senza aspettative, sempre aperti alla risposta dell'altro, rispettando l'altrui libertà. Se davvero desideriamo imparare ad amare gli altri, non ci adageremo passivamente sulle persone sviluppando con loro relazioni morbose, di dipendenza, caricandole delle nostre aspettative e pretese egoiche e con queste soffocando la possibilità di interagire ed operare favorevolmente per il bene comune. Chi non riesce a mettere in pratica questo basilare principio, crolla con il crollare della relazione: perde quota e cade al suolo senza neanche aver avuto il tempo di accorgersene. Investiamo nelle relazioni le nostre migliori energie, tutta l'intelligenza e il cuore, ma facciamolo senza ammalarci di perfezionismo, essendo umilmente consapevoli degli umani limiti, nostri e altrui. Anche ciò ci aiuterà ad apprezzare il valore di ciò che stiamo costruendo. Per edificare una relazione, che sia di coppia, amicale, parentale o di Maestro-discepolo, tenete di conto dei tre principi fondamentali che Vitruvio stabilì come prioritari per l'edificazione delle costruzioni:

1) Stabilità
2) Funzionalità
3) Bellezza

Un edificio deve essere stabile, solido, capace di reggere agli urti del tempo e degli elementi della natura, e così una relazione. Non si può costruire su di un terreno fragile che non regge: si debbono necessariamente scegliere terreni solidi. Se abbiamo a che fare con un terreno fragile, occorre prima di tutto iniziare un lavoro di consolidamento del terreno stesso, prima di cominciarvi a costruire. Non si può consolidare il terreno e nel frattempo iniziare a costruirvi sopra: non funzionerà, per certo l'edificio non potrà reggere, così come una relazione non potrà reggere agli urti del tempo e alle sfide della vita se non è stata ben impostata, ben preparata, coltivata, rafforzata, maturata. Affinché si manifestino i propri ed altrui talenti e qualità, affinché si sviluppino le siddhi, ovvero le perfezioni nella relazione, e diventino sempre più fulgenti, in tutta la loro potenzialità espressa, occorre costruire su basi solide e per far ciò occorre operare con continuità, senza intermittenza, senza distrazioni o dispersioni di energie, viceversa le nostre possibilità di sviluppo e di realizzazione rimarranno incompiute, flebili come piccole lucciole che si accendono e spengono nel buio della notte. La discontinuità e i conseguenti sbalzi di umore, rovinano le relazioni e ogni cosa che si fa. Oltre ad operare con continuità per favorire il vigore, la tenuta e la stabilità delle relazioni, occorre impostare i nostri rapporti in base a ciò che è più funzionale alla nostra e altrui evoluzione. Una relazione può essere di per sé stabile e bella, ma se non è funzionale all'alto scopo che ci siamo prefissi, quale sarà il suo valore? Per imparare ad impostare le relazioni secondo il principio della funzionalità, è importante sviluppare le qualità della flessibilità, della duttilità, dell'elasticità, che ci permettono di scegliere a seconda della situazione in cui ci troviamo il comportamento più idoneo – per quel tempo (kala), luogo (desha) e circostanza (patra) - rispetto ai valori che ci siamo dati o che intendiamo perseguire. Infine, oltre ad essere stabile e funzionale, una costruzione secondo Vitruvio deve essere anche bella, e così ugualmente una relazione. Per quanto gli umani si siano sforzati di stabilire dei canoni estetici, il senso del bello è sempre sfuggito a rigidi schemi o a preimpostate categorizzazioni. La bellezza è proporzione, armonia, perfezione delle forme, ma anche quel certo “non so che” che rappresenta il fascino di una certa cosa, persona o relazione: la sua unicità. E così, se affiniamo lo sguardo, se eleviamo la coscienza, se purifichiamo il sentire, possiamo scoprire fascino e bellezza in ogni essere, in ogni relazione, realizzando che la bellezza è oltre la mera parvenza delle forme: corrisponde all'intima essenza di ciò che è. Nella tradizione il bello era infatti inscindibile dal buono, dalle qualità dell'anima. Avviare relazioni affettive basandosi su criteri di estetica superficiale, quella ingannevole delle forme, vuol dire condannarsi a fallimenti sicuri. “Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare”, dice Minosse a Dante, e continua: “Bada di chi te fide”. Ciò è importante per non intraprendere relazioni frutto di scelte avventate, il cui esito non può essere che frustrazione, sofferenza, tante volte depressione e disperazione.

mercoledì 4 novembre 2009

GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).



Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l'esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni '60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell'odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all'insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l'ineludibile assistenza medica e l'accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l'urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall'orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana. E' la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell'intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali - una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell'immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell'assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell'assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell'evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita - Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).

domenica 16 agosto 2009

SULLA SUBLIMAZIONE.
di Marco Ferrini.

La sublimazione è l'arte di trasferire gli impulsi su di un piano superiore, quindi potrebbe essere definita come 'arte della trasformazione dei contenuti psichici. E' fondamentale applicare la propria forza di volontà su piani ideali superiori perché se tale forza s'inclina verso il basso, l'esito sarà il mancato conseguimento dei propri progetti di crescita culturale, psicologica e spirituale, quindi l'insoddisfazione e il concreto rischio di incorrere in numerosi incidenti di percorso. Il processo della sublimazione avviene al più alto livello attraverso la preghiera e la meditazione, ma può essere favorito anche dall'esperienza estetica. Si pensi alla musica o ad una danza, che si esprime attraverso il corpo, la mimica, il ritmo: possono sembrare semplici esercizi estetici, ma attraverso di essi un'energia di natura negativa, talvolta persino distruttiva, derivante da rancori, violenza, inimicizie e simili, può rigenerarsi in energia ecologica e positiva, quel che si fa viene compiuto come atto di offerta al Divino. L'arte di far affluire le energie psichiche a livelli superiori è di grande valore e beneficio. Attraverso quest'arte i gradi di egoismo individuale possono gradualmente essere superati passando a stadi evolutivi sempre migliori: l'interesse può allargarsi dal piano personale a quello familiare, da quello di gruppo ad uno sempre più esteso all'intera compagine sociale, fino a considerare come primario il bene di tutte le creature di qualsiasi specie. L'espansione della benevolenza verso tutti gli esseri viventi porta ad una fratellanza cosmica e alla riscoperta di Dio come origine, seme e sostegno dell'universo in tutte le sue forme e manifestazioni di vita.Ogni esperienza dovrebbe essere considerata come una preziosa opportunità per migliorarsi, senza far distinzione tra amici o nemici, poiché in ogni creatura si dovrebbe vedere un frammento di Dio, sapendo guardare con occhio equanime alla zolla di terra e alla pepita d'oro (si veda Bhagavad-gitaVI.8). La tradizione psicologica della Bhakti offre strumenti teorici e pratici per acquisire questa capacità ed attitudine alla vita, raggiungendo quell'alto livello di consapevolezza che consente di affrontare in maniera costruttiva-evolutiva qualsiasi evento, anche i più dolorosi, senza esserne emotivamente travolti. Gestire la propria emotività è ben più difficile che gestire i propri pensieri. Al contrario di questi ultimi, infatti, le emozioni sono impulsi psichici prodotti dall'interazione di stimoli esterni ed interni che non passano attraverso un processo di razionalizzazione, e dunque non vengono mediati né sufficientemente arginati dall'intelletto (buddhi); come un fiume in piena, tracimano dal piano inconscio verso l'esterno. Spesso la propria comprensione dell'importanza della sublimazione si blocca ad un piano meramente razionale-teorico, senza un esercizio significativo dedicato alla sua realizzazione, ed accade che dall'inconscio fluiscano emozioni che risultano inarrestabili e che operano in senso contrario alla direzione in cui la persona vorrebbe andare. Per superare tali discrasie interne e realizzare sostanziali miglioramenti nella personalità si dovrebbe operare a livello della psiche profonda attraverso gli strumenti della visualizzazione meditativa e dell'immaginazione attiva e superare il piano meramente -intellettuale la consapevolezza del sé ed ascendendo ad una consapevolezza e ad una visione spirituali.

martedì 16 giugno 2009

COME USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA AMBIENTALE IN CUI CI TROVIAMO? (PRIMA PARTE). (Estratto della Conferenza di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa) tenuta a Padova in data 17 Gennaio 2009, sul tema 'Psiche e Ambiente').

La crisi economica attuale e ridefinizione generale del concetto di 'crisi'.Psiche e ambiente: come non cadere nel panico e non generare panico, questa potrebbe essere una prima chiave di risposta. La crisi economica diventa di proporzioni notevoli quando la si vive drammaticamente, quando ci si suggestiona nel credere che è meglio non intraprendere più niente ed allora essa non intacca più soltanto quel numero limitato di persone che hanno azioni in borsa, ma diventa estesa e diffusa, a causa del progressivo stato d'animo di sfiducia, per cui le persone avverano la propria profezia negativa. In questi contesti chi ha una psiche fragile, suggestionabile, si inibisce e tende a paralizzare le proprie attività ed, interagendo con gli altri, esercita la sua influenza negativa che va a destabilizzare altri campi psichici altrettanto deboli. Come da tutte le crisi se ne esce solo se si vede, oltre al pericolo, anche l'opportunità che la crisi porta seco, allora ci apriremo alla comprensione di dover migliorare ed aggiustare cose o aspetti della nostra persona, e questo è sempre un bene, un grande stimolo all'evoluzione. Qualsiasi crisi, se saputa accogliere e gestire, ci dà l'occasione di risolvere un nostro problema profondo. Perché profondo? Perché senza l'emergere della crisi noi non l'avremmo notato neanche come problema. Nel caso della crisi economica attuale: una certa parte del mondo avrebbe continuato a produrre finanza tossica e magari molti non avrebbero capito che certe forme illusorie di arricchimento sono infine destinate a scoppiare come una bolla psichica; la crisi attuale ci rimanda dunque all'urgenza di costruire un'economia più sana. Quando perdiamo qualcosa dobbiamo saperlo accettare, cercando di trarne la giusta lezione per crescere e migliorarci; dobbiamo avere il coraggio di capire anche l'importanza di aver perso. Tra l'altro, a volte, certe perdite non sono in realtà tali, ad esempio quando si perdono cattive abitudini o persone che non aiutano la nostra evoluzione. La crisi è un'ottima occasione per metterci in discussione. Per gestire e superare la crisi, il suggerimento è di non cessare mai di investire in noi stessi, nell'attività in cui crediamo, nella nostra e altrui formazione. Cerchiamo di non creare una società che dipende drammaticamente dall'esterno: diventiamo noi gli attori-autori del nostro benessere, e qui non intendo ovviamente soltanto quello in termini economici. Cerchiamo di ripensare a noi stessi e alla vita che stiamo conducendo, rinnoviamoci e rinnoviamo, ridefinendo la nostra priorità di valori, senza essere schiavi di sistemi di pensiero indotti, automatici, quando crediamo di pensare e invece sono altri che pensano per noi. Sforziamoci in ogni momento di dedicarci a quel che facciamo con impegno e con gioia, con motivazione elevata finalizzata alla crescita spirituale nostra e altrui, perché solo così trarremo soddisfazione dalle nostre azioni: se compiute in maniera accurata, per un fine superiore, esse producono un valore reale e un arricchimento significativo.

venerdì 8 maggio 2009

AMARE CON AMORE di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Ogni persona è per propria natura desiderosa di amare ed di essere amata. In realtà la vita non ha altro scopo e in nient'altro trova il suo valore se non nell'amore, ma la cognizione certa di tale sentimento è un traguardo elevato e, come tale, richiede impegno, consapevolezza elevata, cura, sacrificio, coerenza, lealtà e verità. L’amore è un sentimento radiante, potenzialmente capace di espandersi all’infinito, in grado di dare completa soddisfazione all'essere rendendolo interiormente forte e autonomo, libero da condizionamenti, consapevole e maturo. Esso rappresenta il sentimento naturale e spontaneo della nostra matrice più profonda, della nostra spiritualità. Nella cultura diffusa dell’Occidente il vero amore è un po’ come l’Araba Fenice: mitologico, raro e spesso apparentemente irraggiungibile. Generalmente le persone sperimentano più di frequente l’eccitazione dei sensi, ma scoprono poi, con delusione e sofferenza, che non si tratta di qualcosa che nutre veramente, anzi, spesso depaupera corpo e mente di energie preziose. L’amore autentico è sperimentato da chi vive nella consapevolezza della sostanza autentica dell’essere e della realtà e dona una gioia duratura, profonda e indipendente da condizioni esterne. La cultura della società in cui viviamo è purtroppo impregnata di concetti falsi, superficiali, pericolosi, che inducono i cittadini-consumatori, che sono sempre in cerca di stimoli, di eccitazioni e di nuove promiscuità in equilibrio precario, a diventare assillati ricercatori non di amore ma di eros, se non addirittura di infima promiscuità. Quindi per riscoprire l'amore in tutte le sue speciali e sublimi sfumature (i rasa descritti nei testi della tradizione Bhaktivedantica) occorre prendere coscienza di noi stessi e della nostra natura più profonda, poiché tutte le problematiche della sfera affettiva sono collegate ad una percezione distorta del senso di sé. Il Vedanta, lo Yoga ed altre opere della letteratura indovedica descrivono l’essere incarnato come composito, poiché costituito biologicamente di un corpo oggetto dell’esperienza empirica, caratterialmente di una struttura psichica e spiritualmente di una essenza eterna e immutabile. Questa, l’atman, rappresenta il fulcro e baricentro della personalità, il centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e sostegno stesso della vita. Il paradosso consiste in questo, che proprio di essa, della sua essenza vera l'individuo smarrisce la consapevolezza a causa dell’imporsi di condizionamenti strutturati. Questi ultimi rendono la persona schiava di una percezione e di una comprensione superficiale di sé, che la vincolano alla dipendenza da stimoli sensoriali e da passioni egoiche, da bisogni indotti. Tutti legami che però spesso appaiono insopprimibili, fino ad occupare l'intero campo della coscienza. Se l'amore è la più alta espressione dell'essere, l'eros lo si può paragonare ad un fuoco che divampa e tutto divora, fino a distruggere anche se stesso. In mancanza infatti di un processo di elevazione della coscienza, i desideri e le bramosie, frutto dell'identificazione con il corpo psicofisico, non diminuiscono con l’indebolimento del corpo, bensì sempre più incatenano al continuo sorgere e dissolversi di attrazioni e repulsioni (raga e dvesha) fondate su di un'affettività patologica che produce relazioni frustranti, con profonde delusioni e sofferenze. I grandi Maestri della tradizione Bhaktivedantica hanno insegnato come superare gli opposti e riscoprire il sentimento vero dell'amore attraverso la destrutturazione dei condizionamenti e la trasformazione e sublimazione delle proprie energie. Il processo chiamato sadhana-bhakti, che viene compiutamente descritto nella letteratura Bhaktivedantica, permette di avviare tale fondamentale opera di trasformazione, sublimazione e trascendenza delle pulsioni egoiche, consentendo di accrescere e valorizzare le qualità migliori di ogni individuo e renderlo capace di compiere quell’affascinante viaggio interiore che fa giungere dall’io al sé, dall’eros all’amore, dalla morte alla vita. Il segreto del successo per avvicinarsi sempre più a tale stato interiore dell'essere, fondato sulla più alta consapevolezza spirituale, non risiede dunque nella repressione di istinti e passioni. Infatti, questi, se repressi tendono a strutturarsi in maniera ancor più potente a livello inconscio. La soluzione non può essere nemmeno quella del loro libero sfogo che aprirebbe completamente le porte al dominio della coscienza da parte dell'ego o io inferiore. Quindi la realizzazione del sé e l'elevazione fino al sentimento dell’amore richiedono trasformazioni armoniche della personalità, scelte ponderate, svolte coscienti e sono l'esito di una serie di sforzi ben coordinati e costanti, volti a consentire il passaggio del potenziale umano dalle istanze dell’ego a quelle del sé, attraverso lo sviluppo delle più elevate qualità dell'anima. Come ha affermato anche Arthur Schopenhauer, “l'amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”. La conoscenza di immediato valore pratico che ci tramandano i testi millenari della tradizione Bhaktivedantica, con i loro tanti e significativi esempi di vite trasformate e di coscienze illuminate, oltre alla nostra personale esperienza nell'applicazione di tali metodologie, ci dimostrano che tale trasformazione dei sentimenti è possibile attraverso un processo di rieducazione della personalità. Cambiamento in cui pulsioni ed emozioni possono essere ri-orientate e rese propedeutiche a quell'evoluzione interiore che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla solida beatitudine della Bhakti, quindi del vero amore trionfante.

Per approfondimenti si consiglia la lettura del libro Dall'Eros all'Amore, di Marco Ferrini - Ed. CSB.

domenica 5 aprile 2009

TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE QUINTA).
di Marco Ferrini.


5. LA VOLONTA' NELLA BHAGAVAD-GITA
Nella Bhagavad-Gita sono presenti numerosi passaggi che enfatizzano l’importanza del Ruolo della Volontà: in primo luogo questa Opera sottolinea l’esistenza di un collegamento molto stretto tra il vivere uno stato di trascendenza e il disporre di una Volontà ferma, pura, compassionevole, dolce, misericordiosa. Nella Bhagavad-Gita infatti, la centratura della coscienza in Dio o altresì la visione spirituale, trascendente rispetto alla fantasmagoria del mondo fenomenico, viene frequentemente accostata all’intelligenza stabile, da cui derivano Volontà stabile, umore stabile, emozioni stabili e temperamento stabile. Temperamento, umore ed emozioni sono fenomeni della coscienza e quindi ne sono espressioni: un buon temperamento, un buon umore, e buone, costruttive, appaganti e gioiose emozioni rivelano una coscienza stabile; per poter essere stabile, la coscienza richiede di essere centrata nella propria base, nella propria origine, nella propria sorgente, in sé stessa, ovvero nel Sé Spirituale. Secondo la Bhagavad-Gita la coscienza è da considerarsi stabile esclusivamente quando completamente assorbita nel servizio a Dio; il servizio devozionale rappresenta infatti lo strumento principe per garantire il costante collegamento della coscienza individuale alla Coscienza Cosmica: quando la coscienza si collega a Dio, trascende il dualismo di bene e male, di eccitazione e depressione o di euforia e abbattimento e poiché in tal modo anche l'intelletto si collega stabilmente a Dio, la Volontà si rafforza e diviene solida (Bhagavad-Gita II.50). E' possibile affermare che esiste una strettissima correlazione tra lo stato dell'intelletto (la parte più nobile dell'intelligenza individuale che può connettersi direttamente alla realtà, all'ordine superiore, al dharma, o a quello che David Bohm, uno dei padri della moderna fisica quantistica, ha definito ordine implicito) e la Volontà. Infatti, quando l'individuo condizionato abbandona l'intera varietà di desideri terreni, desideri per ciò che è temporaneo, effimero, aneliti che sono instabili per natura, per loro stessa definizione in quanto soggetti al tempo allo spazio e realizza che tali desideri non rappresentano altro che manifestazioni apparenti, semplici miraggi, quando nel medesimo individuo tale consapevolezza si rafforza ed è avvenuto il collegamento tra l'intelletto individuale e la Realtà Superiore, l'Essere Supremo, Dio in termini teologici, o il Sé archetipo, in termini psicologici, allora la Volontà diventa ferma, stabile e si colora delle migliori qualità e come afferma Krishna nella Bhagavad-gita shloka II.55: è solo quando il soggetto si pone perfettamente in contatto con l'Essere Supremo, con la pura trascendenza, che conquista un'intelligenza ferma e con essa una Volontà ferma! In tale speciale connessione dell'intelletto individuale con il Supremo, il soggetto non è più affranto dalle triplici miserie dell'esistenza condizionata: Adhibautika, Adhiatmica, Adhidaivika, relative rispettivamente ai disturbi provocati dagli altri esseri viventi, dal proprio corpo e dalla propria mente e dai cataclismi, non si esalta quando riceve buone notizie ed è libero dagli attaccamenti morbosi, dalla paura, dalla collera; in questo stato di mente, è possibile affermare che il soggetto è veramente saggio, la persona può dirsi psicologicamente stabile e ben centrata e la Volontà raggiunge la sua massima espressione: in questo stato psicologico la persona può esercitare la Volontà al massimo livello. Chi è privo di attaccamenti e non si esalta quando ottiene ciò che desidera, né si lamenta quando manca alla soddisfazione dei propri piani, si dice che sia situato perfettamente nella conoscenza: in Bhagavad-gita II.58 si afferma essere veramente saggio colui il quale riesce a ritrarre i sensi nel momento del pericolo, ovvero quando si potrebbe manifestare concretamente il rischio di essere travolti dall'illusione, di incorrere in uno ostacolo evolutivo; tale saggio viene metaforicamente paragonato ad una tartaruga poiché riesce a ritrarre i propri sensi dagli oggetti dei sensi come questa ritrae i propri arti dentro il guscio nel momento del pericolo. Esiste un grande senso di realtà nella Bhagavad-gita e questo senso di realtà evidenzia quante volte le persone rimangano frustrate nonostante abbiano il desiderio di dominare i sensi, le voglie, gli impulsi e quante volte falliscano in questo tentativo; Krishna spiega questo concetto nello shloka II.59: se l'essere incarnato, condizionato cerca di ritrarsi dal soddisfare i propri sensi attraverso un mero esercizio di Volontà, applicata in maniera forte, rude, quasi brutale alla restrizione dell'attività sensoriale, ma continua a coltivare l'attrazione per gli oggetti dei sensi, la brama per l'appagamento sensoriale a livello psichico, questo nobile tentativo non avrà successo e l'individuo cederà alla soddisfazione dei sensi comunque, sarà solo una questione di tempo, poi sperimenterà il fallimento poiché l'applicazione diretta, brutale della Volontà, non è miglior uso che ne possiamo fare. Tanto è vero che il sentimento di bramosia testimonia il desiderio di sperimentare attraverso l'immaginazione, creando la fantasia di godere di qualcosa, utilizzando l'immaginazione in maniera attiva, quando tale meccanismo mentale viene messo in atto, la Volontà può dirsi già vinta e se si tenta di bloccarla con un'imposizione diretta e brusca, si produrrà sempre un insuccesso. Krishna in Bhagavad-gita II.59 fornisce invece la chiave di lettura del problema indicando la soluzione per poterlo risolvere con successo. In realtà questo shloka spiega proprio come sia possibile conseguire questa vittoria innalzando il punto di vista, portandolo in alto, param: su di un piano superiore. Infatti, proprio quando la nostra visione drishtva, testimoniando, sperimentando un gusto superiore, si apre ad una dimensione superiore della vita, sviluppando una concezione superiore dello scopo della vita, diviene possibile resistere alle voglie, alle brame materiali e ridirigere l'immaginazione su saggi scenari, su panorami evolutivi. Krishna continua in Bhagavad-gita II.60 asserendo che i sensi sono così impetuosi da travolgere la mente anche di coloro che cercano di controllarla: dunque si riafferma il fatto che la Volontà non possa essere applicata brutalmente al controllo dei sensi, ma che piuttosto si debba portare l'intera struttura psichica ad un piano superiore, come detto nello shloka precedente. Non ci si deve illudere di possedere una vasta conoscenza, cultura, di essere evoluti e superiori alla percezione sensoriale, in quanto i sensi sono talmente impetuosi da poter essere paragonabili a fiumi in piena che possono travolgere l'assetto mentale anche di una persona che con serietà si sia prefissa di controllarli; dunque non è possibile controllare semplicemente con la Volontà una percezione sensoriale, ma è necessario collegare l'intelletto al Divino, vivere in una coscienza trascendente, in modo che l'intelletto si illumini e sia possibile vedere oltre l'apparenza, che è la percezione sensoriale stessa; al contrario se noi fissiamo la coscienza sulla percezione sensoriale e contempliamo gli oggetti dei sensi, allora nemmeno una forte Volontà sarà in grado di sbarrare la strada alle brame sensoriali. Nello shloka II.61, Krishna continua affermando che colui che dirige i propri sensi verso di Lui e fissa la propria coscienza in Lui, ottiene la soluzione per rendere la Volontà potente: fissando la coscienza in Dio, tale persona potrà dirsi veramente salda nella sapienza. Infatti lo shloka è tasya prajna pratisthita, dove prajna è la sapienza, pratisthita è fissa: Krishna afferma che quando la coscienza è fissa su di Lui, allora la sapienza è fissa, l'intelligenza è fissa e la Volontà diventa stabile. Come si accennava in precedenza, se invece di fissarsi in Dio, la coscienza si fissa sul fenomenico, centrandosi ad esempio sui sensi, la realtà esperita si esaurisce nella percezione sensoriale e come sistema di riferimento viene assunto l'apparato sensoriale, allora anche l'attenzione si riversa completamente sugli oggetti dei sensi ed il soggetto sviluppa un attaccamento irresistibile per tali elementi e da questo attaccamento deriva bramosia (Bhagavad-gita II.62). In tale modo si innesca una spirale discendente, disevolutiva, tale per cui ogni oggetto dei sensi, di qualunque natura sia: istinto sessuale, denaro, competitore, produrrà una reazione negativa nell’individuo che ne sarà colto sviluppando rispettivamente lussuria, avidità, gelosia o invidia, e se il godimento di tale oggetto dei sensi verrà ostacolato l’individuo sarà dominato da una forte collera nei confronti di questo ostacolo e così kama, krodha, lobha, moha e matsara si manifesteranno tutti a causa della contemplazione dell'oggetto dei sensi. E' quindi possibile identificare una sequenza in questo processo degenerativo: contemplando l'oggetto dei sensi si sviluppa bramosia per questi oggetti, da questa origina collera quando si frappone un ostacolo fra la persona e l'oggetto desiderato, donna, uomo o qualsiasi sia tale oggetto desiderato in maniera morbosa, (Bhagavad-gita II.63) dalla collera si sviluppa frustrazione per il mancato conseguimento o godimento dell'oggetto bramato e dalla frustrazione deriva la confusione della memoria e quando la memoria è confusa l'intelligenza è perduta, e se perde l'intelligenza la persona cade in uno stato di semifollia e allora la Volontà diviene il peggiore strumento a disposizione dell'individuo poiché esercitare la Volontà in tale basso stato di coscienza significa diventare distruttivi e provocare una caduta dello stato evolutivo. Nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.64) viene affermato che chi controlla i sensi praticando i principi regolatori della libertà, attraverso la sadhana bhakti, può ottenere la completa misericordia del Signore e diventare libero da raga e dvesha: attrazione e repulsione, attaccamento e avversione; tale coppia di opposti è destabilizzante per la Coscienza perché sia nell'attaccamento, sia nella repulsione si manomette, si compromette la stabilità della Coscienza: attrazione e repulsione devono essere visti come due punti di un cerchio, essi, nel vortice della percezione sensoriale costituiscono due destabilizzatori che in realtà sottendono la stessa cosa, il medesimo principio, in quanto costituiscono un dvandva, una coppia di opposti e non vanno pertanto considerati due elementi separati, bensì facce della stessa medaglia. Raga e dvesha devono essere entrambi superati impiegandoli al servizio del Signore, di una causa nobile possibilmente trascendente. Il servizio a ciò che si situa ad un livello Superiore consente la armonizzione degli opposti e l'ottenimento di quello stato di sapiente, pura e saggia Volontà per mezzo della quale è possibile agire anche nel mondo evitando spiacevoli incidenti involutivi. Infatti nello shloka successivo (Bhagavad-gita II.65) viene detto che per colui che è situato nella Coscienza Divina, Spirituale, cioè che ha spiritualizzato la propria coscienza, le triplici miserie dell'esistenza incarnata cessano ed in tale stato di felicità, nello stato di Coscienza illuminata si conquistano stabilità, serenità, gioia, lungimiranza e una Volontà irrefrenabile. Ma colui che fallisce nel collegarsi al Divino, unione che rappresenta proprio il significato stesso del termine Yoga, non può sviluppare né una intelligenza stabile, né un dominio della mente e dei sensi: senza che la struttura psichica sia completamente purificata non è infatti possibile raggiungere uno stato di pace e se non vi è pace, non vi è nemmeno stabilità e se non vi è stabilità, non vi è nemmeno felicità; dunque la Volontà è disturbata dai vari umori prodotti dall'instabilità e in Bhagavad-gita II.67 si dice che come una barca è sbattuta da venti impetuosi, così i sensi e la mente destabilizzano e travolgono l'intelligenza umana se questa intelligenza non è collegata, ma così come una barca non è portata via dalla corrente se ben ormeggiata, se l'intelletto è collegato al Signore (Bhagavad-gita II.50 Buddhi-yukto jahatiha), la vittoria è assicurata e allora venti, correnti marine e qualsiasi imprevisto che la vita incarnata sempre potrebbe riservare, non sarebbero più in grado di danneggiare, destabilizzare il soggetto, poiché il soggetto è ben situato nel Supremo; Krishna torna ad affermare nello shloka II.68 che Colui i cui sensi sono dominati, educati a non essere travolti e fagocitati dai loro oggetti, ma sono da essi staccati, è una persona dall'intelligenza stabile e dunque da una Volontà stabile.
TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE QUARTA).
di Marco Ferrini.

4. SCARSA DETERMINAZIONE
Come poter incrementare la determinazione nell'affrontare le varie vicende che si alternano durante il nostro panorama esistenziale? Di seguito esporremo alcuni consigli pratici per diventare padroni della nostra vita e agire attivamente verso la realizzazione dei nostri obiettivi.


4.1 PRATICA COSTANTE
Tutte le facoltà fisiche e psichiche, come il movimento di ogni arto del corpo, la memoria, lo spirito d'osservazione, l'apprendimento di un'arte e la Volontà stessa richiedono una pratica costante, un impegno, un investimento di tempo, energie ed attenzione. Per cercare di apprendere in un tempo relativamente rapido come suonare il pianoforte, o il mridanga o qualsivoglia altro strumento musicale, è necessario esercitarsi costantemente, fossero anche pochi minuti ogni giorno, ma con intensità, desiderio e costanza, allo stesso modo la Forza di Volontà viene rafforzata se stabilmente esercitata con intensità e desiderio, mediante pratiche semplici e utili facilmente applicabili nella vita quotidiana: per esempio assumendosi l'impegno giornaliero di riordinare la stanza o assumendo la decisione di osservare un determinato numero di pasti nell'arco della giornata rispettando orari definiti o curando attentamente l'igiene personale o la modalità con cui ci presentiamo all'esterno indossando abiti consoni all'ambiente in cui ci si trova ad operare e al tipo d'interlocutore a cui ci si rivolge. L'opportunità di esercitare questa Forza di Volontà è presente in ogni istante della vita, impostando in maniera rigorosa e rispettando al meglio delle proprie possibilità gli impegni della vita quotidiana. Anche in questo caso la visualizzazione attiva è uno strumento molto efficace da assumere: per esempio qualora ci si assumesse l'impegno di scrivere tre lettere al giorno, sarebbe di grande aiuto visualizzare che lo si sta facendo, producendo un'immagine congrua e utile al fine che ci si è proposti di conseguire. Anche l'attivazione di un muscolo costituisce un esercizio di Volontà: per distendere un arto si deve compiere un atto di Volontà e, sebbene molti atti di volontà siano inconsci, dunque non registrati a livello consapevole, qualora venissero compiute attività ginniche in modo cosciente, mirate al controllo postulare o respiratorio come ad esempio la pratica di asana o pranayama entro una disciplina Yoga, diverrebbe palese come la Volontà si sviluppi attraverso un esercizio costante, sia su un piano fisico, sia su un piano psichico. Ogni impegno preso e mantenuto accresce la Forza di Volontà: l'impegno quotidiano nella meditazione o nella preghiera, nel rispetto della puntualità nei pasti, nello svegliarsi al mattino e nel coricarsi la sera, rappresentano mezzi per esercitare la Volontà e garantire il percorso evolutivo, a maggior ragione per il fatto che le attività sopra menzionate appartengono alla sfera sattvica, della virtù, inclusa una buona lettura anche breve, ma quotidiana, di Shruti Shastra o Smriti Shastra, non una lettura di servizio che abbia a che fare con il mondo professionale di una persona che opera come ferroviere, ragioniere, parrucchiere, notaio, architetto o insegnante, ma la lettura di qualcosa che trascende, che attiene ad una dimensione superiore, come alcuni passi della Gita, del Bhagavata Purana o del Vangelo per chi segue la tradizione Cristiana. Dunque atti di Volontà possono essere compiuti con il corpo, con la psiche o con il desiderio spirituale.

4.2 AUTOANALISI
Una necessità da evidenziare è il ritagliarsi momenti di raccoglimento nell'arco della giornata: la mattina o la sera prima di andare a riposare sarebbe molto importante raccogliersi qualche minuto dedicandolo ad un riepilogo della giornata; per esempio prima di chiudere gli occhi si potrebbe osservare se sono stati commessi errori, se è sfuggita di mano qualche situazione, se si è subita qualche umiliazione, se si pensa di essere stati maltrattati da qualche superiore o se si pensa di aver maltrattato una persona. Si possono commettere errori tutti i giorni, per diverse ragioni, ma è possibile esercitare la Volontà al fine di non commetterne più: è possibile cioè notare l'errore di commettere errori, per poi non commetterli più. Qualunque sia la natura della nostra mancanza, aver mangiato troppo o troppo poco a pranzo o in orari non consoni oppure non aver svolto una pratica meditativa di buon livello, questa non deve rattristare, ma essere utile per l'apprendimento: gli errori costituiscono un potente veicolo d'insegnamento se osservati in maniera distaccata, rappresentano stimoli per il miglioramento, per questo è utile esprimere un proposito prima di addormentarsi che consenta di riparare l'indomani all'errore commesso, per esempio chiedendo scusa se si fosse offeso qualcuno e impegnandosi a fare meglio qualcosa se fatto in maniera scadente. Questo atteggiamento permette non solo di rimediare all'errore commesso, ma anche di strutturare sempre più il proprio comportamento secondo un modello evolutivo: pensando, desiderando di non di cadere più nei medesimi errori; la determinazione in questo senso, se presente, qualunque sia il suo livello, incrementa comunque la Volontà attraverso questi esercizi che espandono e aggiustano la Volontà, rifinendola e incrementandola, rendendola uno strumento efficacissimo per migliorare la qualità della vita su tutti i piani.

4.3 AUTO E ALTRUI INCORAGGIAMENTO
Un'ulteriore pratica di notevole efficacia per incrementare l'esercizio dell'atto volitivo è fare delle affermazioni interiori, ripetersi mentalmente ciò che si desidera fare, compiere o raggiungere, questa tecnica è applicabile in diversi ambiti della vita quotidiana, nello studio, nella pulizia, nell'ordine, nella veridicità: chiunque abbia vissuto nella pulizia o nella veridicità si trova a provare frustrazione se costretto a dire una menzogna o se si rende conto che lo sta facendo coscientemente, in tal caso l'asserzione interiore “voglio essere sincero, voglio affermare la verità” accresce la capacità di attenersi alla norma etica che ci si è dati. Norme etiche, quali l'affermazione della verità vanno sempre assunte considerando tempo, luogo e circostanza: tale nobile esercizio va infatti compiuto con grande scrupolo secondo questi parametri e va finalizzato ad uno scopo costruttivo, ad una funzione evolutiva in quanto la verità non ha valore se rivela mancanze, difetti di qualcuno e se si gioca su questo fatto, nascondendo dietro una maschera di veridicità l'intenzione di danneggiare, ostacolare, procurare guai alla persona in questione. Così, se si desidera essere più gentili, veritieri, essere in grado di tollerare ed essere più pazienti, ci si deve ripetere, esortare interiormente di essere più gentili, veritieri, tolleranti e pazienti. Questa è una tecnica molto efficace ed è utile a visualizzare la circostanza, analizzare il comportamento tenuto e successivamente, attraverso la immaginazione attiva vedere come ci si sarebbe dovuti comportare e quindi evidenziare interiormente il comportamento che si sarebbe voluto tenere. In tal modo possiamo capire come sviluppare una qualsiasi delle 26 Qualità del Ricercatore Spirituale come ad esempio la compassione; la Volontà, in questo caso, rappresenta l'atto volitivo che innesca la compassione, allora perché la Volontà si manifesti in maniera più vigorosa, è necessario ripeterselo interiormente e notare che con l'atto di volontà si attiva anche una virtù. Dunque la Volontà è una facoltà propria dell'Io, dell'Ego, in quanto è l'Io che la attiva, però nasce dal desiderio ed il desiderio è una funzione del Sé: anche nell'appagamento del Sé, nella beatitudine del Sé si manifesta il desiderio spirituale di perfezione e questo sentimento viene trasmesso all'Io ed in tal modo viene attivato per sviluppare la Forza di Volontà necessaria a conseguire i benefici costruttivi ed evolutivi sopraccitati. L'incoraggiamento non va esclusivamente rivolto verso se stessi ma essenziale è rivolgerlo anche verso tutte le persone impegnate in questo processo di rafforzamento della Volontà, per questo si dovrebbero sempre valorizzare e dovrebbe sempre essere conferita loro fiducia con un'attitudine sincera, benevolente, priva di artificialità, evitando l'adulazione che rappresenta un vero e proprio inganno e cercando di trovare il modo migliore per attuare questo incoraggiamento, prestando attenzione alle implicazioni che potrebbe produrre; un modo semplice per farlo potrebbe per esempio essere quello di assumersi l'impegno di scrivere ogni giorno, una lettera che sia gradita alla persona in questione.

mercoledì 11 marzo 2009

OSTACOLI COME OPPORTUNITA' DI CRESCITA.

In tempi antichi, un re fece collocare un’enorme pietra in mezzo ad una strada. Poi, nascosto, rimase ad osservare per vedere se qualcuno si sarebbe preso la briga di sgombrarla da quell’ostacolo che ne impediva il corretto uso. Mercanti ed altri ricchi sudditi passarono da là, tutti si limitarono ad aggirare il masso. Alcuni persino protestarono contro il re dicendo che non manteneva le strade pulite, ma nessuno di loro provò a spostare la pietra da lì. Ad un certo punto passò un contadino con un grande fascio d’erba sulle spalle; avvicinandosi al pietrone poggiò il carico al lato della strada e tentò di spostare la roccia. Dopo molta fatica e sudore, aiutandosi con il bastone con cui aveva trasportato il fascio d’erba, riuscì finalmente a smuovere la pietra spostandola oltre il bordo della strada. Tornò indietro a prendere il suo carico e, quando stava per mettersi in cammino, notò che nel luogo in cui prima stava la pietra c'era una piccola borsa. La borsa conteneva molte monete d'oro e una pergamena scritta dal re che diceva che quell'oro era per la persona che avesse rimosso la pietra dalla strada. Il contadino imparò quello che molti di noi neanche comprendono:
Tutti gli ostacoli sono un'opportunità per migliorare la nostra condizione, in verità servono a darci un’opportunità per superare i nostri limiti.


Ignis aurum probat, miseria fortes viros.
Il fuoco testa l’oro, gli ostacoli testano la forza morale degli uomini.
(Seneca)