Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.
Visualizzazione post con etichetta anima. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta anima. Mostra tutti i post
giovedì 18 novembre 2010
L'UOMO OSTRICA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Etichette:
anima,
attrazione,
Centro Studi Bhaktivedanta.,
condizionamento,
consapevolezza,
identificazione,
IGNORANZA,
JUNG,
Matsyavatara,
matsyavatara das,
morte,
paura,
psicologia indovedica,
REPULSIONE,
sé
martedì 31 agosto 2010
VISIONE E PROMESSA DELL'AMORE NELLA BHAGAVAD-GITA di Caterina Carloni.
Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell'efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”).
mercoledì 3 marzo 2010
DIPENDENZA D'AMORE: COME LA CHIMICA CEREBRALE SOPPIANTA IL ROMANTICISMO IN UNA VISIONE MATERIALISTICA DELL'AMORE di Diana Vannini.
"Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore". (tratto da “Dall'Eros all'Amore” di Marco Ferrini). Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell'amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall'analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l'osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all'anticipazione dell'utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all'empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all'individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall'azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall'organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l'irrefrenabile impulso all'orgasmo ed innalza il tono dell'umore all'euforia, all'eccitazione e all'entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d'apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento.
L'attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch'essa importante per l'innalzamento del tono dell'umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell'uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un'agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch'essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l'appetito, quale attività contrastante l'atto erotico, dal quale tutta l'attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l'erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l'esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
Anche altri neuromediatori intervengono nell'eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all'induzione dell'aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l'ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell'eros provocato principalmente dalla dopamina, nell'organismo si produce, immediatamente dopo l'orgasmo, un ormone che induce l'affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l'ossitocina. Questa viene definita "ormone dell'amore" anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l'affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall'utero e durante l'allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell'ambito della coppia rafforzando l'attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell'emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l'eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l'impeto aggressivo, induce l'appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l'orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell'umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l'atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l'eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l'attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall'ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza.
L'assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l'incremento endorfinico prodotto dall'orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l'instaurarsi della sindrome d'astinenza. E' questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell'uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell'era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell'individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman.
L'anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). "La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore". (tratto da "Dall'Eros all'Amore" di Marco Ferrini). Se è l'ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all'oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell'anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.
Etichette:
amore,
anima,
bhakti yoga,
Centro Studi Bhakivedanta,
corpo,
csb,
dopamina,
eros,
felicità,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
neurotrasmettitori,
orgasmo,
ormoni,
passione,
psiche,
sesso
mercoledì 10 febbraio 2010
L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (SECONDA PARTE). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un'occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.
6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.
7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.
8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.
Etichette:
anima,
armonia,
Centro Studi Bhakivedanta,
creatività,
dharma,
eccitazione,
etica,
industria musicale,
marco ferrini,
Matsyavatara,
musica,
psiche,
suono,
Università degli Studi di Siena,
Veda
lunedì 1 febbraio 2010
L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (PARTE PRIMA). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.
2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.
3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.

4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?
Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.
Etichette:
anima,
ascolto,
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
dolore,
emozioni,
gioia,
marco ferrini,
Matsya,
memoria,
mente,
musica,
musicoterapia,
psiche,
sé,
sentimenti,
suono,
Università Siena,
Veda
mercoledì 9 dicembre 2009
LA STRUTTURA PSICHICA SECONDO LA PSICOLOGIA INDOVEDICA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Secondo la psicologia indovedica la struttura psichica prevede diversi livelli progressivamente di natura più sottile: un livello più superficiale (manas), di ricezione degli stimoli sensoriali, un livello che agisce come filtro rispetto a tutte le informazioni sensoriali in entrata e che seleziona le più importanti da elaborare ad un livello più alto, questo è il cosiddetto intelletto (buddhi) ed infine un livello inconscio (citta), deposito di tutte le tracce esperienziali vissute durante le diverse parentesi di vita. La psiche così descritta, qualunque sia il livello cui ci si riferisce, non ha luce propria né consapevolezza, ma è materia (prakriti). Essa è come un diamante che solo quando è attraversato dalla luce la rifrange e la rende colorata secondo la sua composizione e purezza. Infatti, così come le pietre semi-preziose possono rifrangere la luce solo in parte, la mente non è sempre in grado di riflettere completamente la luce della coscienza, ma può agire come un prezioso diamante, solo quando è resa trasparente, purificata da tracce negative inconsce (samskara)(1) che determinano tendenze distorte nella personalità (vasana)(2), creando ostacoli (anartha)(3) alla elevazione della coscienza. Tutti questi elementi giocano un ruolo contrario alla volontà dell'anima e si frappongono a livello psichico distorcendo il puro fascio luminoso della coscienza. Da bambini avete mai giocato a riflettere la luce del sole con uno specchio? Se osservate un fascio di luce riflessa in uno specchio, l’effetto abbagliante non è originato da quest’ultimo, che ne è solo il rifrattore. Così la struttura psichica non genera la personalità, ma la riflette; così come un oggetto che, riflesso in uno specchio deformante, produrrà un’immagine deformata, similmente la personalità riflessa da una psiche condizionata apparirà anch'essa deformata, patologica. Ecco perché, concordemente, tutte le più grandi tradizioni spirituali sottolineano quanto sia importante la purificazione della psiche (mente e cuore, simbolici siti di pensieri, emozioni, sentimenti). Quando un individuo porta la propria consapevolezza spirituale ad un livello più alto meglio controlla i propri pensieri, emozioni e sentimenti ed evita così di venire sbandato da pensieri ed emozioni disturbanti.(1) Con samskara ci si riferisce ai semi causali dell’azione, impressioni psichiche latenti, tracce esperienziali situate a livello inconscio accumulate durante le diverse parentesi esistenziali. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia samskara positivi sia samskara negativi, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da samskara specificatamente negativi.
(2) Tendenze mentali inconsce che muovono l’essere all’azione, prodotte dall'accumulo di numerosi samskara simili e che a loro volta producono nuovi samskara della stessa natura, durante l'esperienza presente e le esistenze precedenti. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia vasana positive sia vasana negative, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da vasana specificatamente negative.
(3) Tradizionalmente considerati come i più veri nemici dell'uomo, i sei anartha, 'ostacoli (an-) [alla realizzazione dello] scopo (artha)' sono: kama (cupidigia, desiderio, lussuria), krodha (ira, rancore), lobha (avidità), moha (illusione, smarrimento), mada (superbia) e matsarya (invidia). Il termine indica anche ciò che è privo di scopo, significato, finalità.
Tratto da Pensiero, Emozioni e Realizzazione di Marco Ferrini.
Etichette:
anima,
buddhi,
consapevolezza spirituale,
emozioni,
intelletto,
marco ferrini,
mente,
pensiero,
psiche,
psicologia indovedica,
purificazione,
realizzazione,
sentimenti,
spirito
lunedì 30 novembre 2009
LA VALORIZZAZIONE DI SE' E DEGLI ALTRI PER SUPERARE DISISTIMA E CONFLITTI di Diana Vannini.
Le persone vanno amate non per quello che fanno, ma per quello che sono. Ogni individuo è unico e speciale in quanto scintilla divina; non sono le abilità o le qualità esteriori che dimostra a conferirgli valore, sebbene questi due aspetti siano intrinsecamente connessi. Ciascun talento ha infatti origine in tale matrice divina e rimane allo stato potenziale o si esplicita a seconda del livello di coscienza dell'individuo che ne è portatore.
Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d'affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un'accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d'accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l'individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un'attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un'attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un'attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell'ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all'infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l'impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l'impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell'amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d'amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell'altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l'attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l'inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos'altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d'amore per noi stessi.
Ciò che è vero nei confronti dell'altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all'inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l'altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo - universo in perenne trasformazione - essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall'alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un'opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.
(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l'amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza Einaudi, 2001.
Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d'affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un'accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d'accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l'individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un'attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un'attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un'attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell'ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all'infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l'impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l'impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell'amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d'amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell'altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l'attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l'inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos'altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d'amore per noi stessi.
Ciò che è vero nei confronti dell'altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all'inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l'altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo - universo in perenne trasformazione - essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall'alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un'opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l'amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza Einaudi, 2001.
Etichette:
amore,
anima,
armonia,
autostima,
conflitto,
Crepet,
csb,
divino,
marco ferrini,
personalità,
psicologia indovedica,
qualità,
relazioni,
sé stessi,
sentiero evolutivo,
valorizzazione
mercoledì 11 novembre 2009
GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l'attestazione della sua morte clinica?
La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l'interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un'esperienza evolutiva?
Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L'essere non nasce, né muore. E' eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l'immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.
La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l'interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un'esperienza evolutiva?
Etichette:
accoglienza,
accompagnamento,
anima,
assistenza,
Centro Studi Bhaktivedanta.,
essenza,
evoluzione interiore,
immortalità,
malato,
marco ferrini,
morire,
morte,
paura,
psicologia indovedica,
vita
mercoledì 4 novembre 2009
GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l'esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni '60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell'odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all'insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l'ineludibile assistenza medica e l'accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l'urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall'orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana.
E' la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell'intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali - una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell'immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell'assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell'assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell'evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita - Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).
Etichette:
accoglienza,
accompagnamento,
anima,
assistenza,
centro studi bhaktivedanta,
essenza,
evoluzione,
immortalità,
malato,
marco ferrini,
morire,
morte,
paura,
psicologia indovedica,
vita
giovedì 6 agosto 2009
L'ESSERE UMANO E LE SUE ENERGIE.
Di Marco Ferrini.
Di Marco Ferrini.
Lo schema sopra riportato rappresenta l’essere vivente nella sua globalità umana e cosmica, con le sue energie bio-psico-spirituali. La terra (bhumi), l’acqua (apah), il fuoco (anala), l’aria (vayu) e l’etere (kham) costituiscono la struttura bio-fisica dell’individuo, mentre l’ego (ahamkara), la mente (manas) e l’intelletto (buddhi) determinano le sue caratteristiche psicologiche. Secondo la psicologia indovedica, le varie energie psicofisiche dell’essere umano hanno come propulsore comune l’essenza spirituale (atman), simbolicamente raffigurata nel cuore, la quale costituisce il nucleo dell’identità del soggetto e l’essenza stessa della vita. L’atman costituisce il centro unificatore di tutte le funzioni vitali, coordina tutti gli elementi singoli e particolari che costituiscono la nostra psiche ed ha il potere di svilupparli, dominarli, dirigerli, comporli in una superiore unità organica. Uno studio analitico, funzionale e strutturale dei fenomeni psicofisici non può dunque prescindere dal riferimento al sé o nucleo vitale energetico e dalla comprensione della sua natura in sinergia con le altre componenti della personalità umana. Nei testi della psicologia indovedica viene evidenziata la sostanziale distinzione tra le energie psicofisiche (prakriti) e l’essenza spirituale dell’essere (atman). Mentre quest’ultima rappresenta l’identità ontologica, profonda ed immutabile dell’individuo, le componenti psicofisiche sono soggette a continue modificazioni nello spazio-tempo, inserite in un contesto storico di impermanenza. Generalmente la coscienza dell’ego, che nella definizione junghiana è costituita dalla somma dei contenuti psichici con cui il soggetto si identifica, è caratterizzata da un flusso incessante e sempre in trasformazione di emozioni, impressioni, pensieri, umori e stati d’animo. Le caratteristiche psico-fisiologiche e situazionali si modificano costantemente, in una perenne transitorietà, ma il nucleo centrale dell’identità della persona rimane inalterato, nella sua essenza identico a sé stesso. I rapporti tra il sé profondo e l’io ordinario empirico, nelle loro connessioni con i vari elementi della vita psichica, costituiscono una realtà complessa, sottile, dinamica che la psicologia indovedica descrive ed analizza con sorprendente scientificità e proprietà di linguaggio.Tali studi apportano un contributo fondamentale anche all’analisi del rapporto tra l’essere umano e la sua percezione ed esperienza della malattia e della morte. Laddove non si è compiuta un’integrazione consapevole con l’esperienza del sé o nucleo vitale di natura spirituale, la personalità attualizzata dell’individuo, il “piccolo io”, che la letteratura indovedica definisce con il termine ahamkara, soffre dell’incapacità di contestualizzarsi a livello socio-cosmico e si carica di conseguenti sofferenze, lacerazioni, angosce e fobie.
Etichette:
anima,
atman,
buddhi,
csb,
ego,
energie,
essere spirituale,
intelletto,
io ahamkara,
marco ferrini,
materia,
mente,
percezione,
psiche,
psicologia indovedica,
ragione,
sé
mercoledì 1 luglio 2009
SEMINARIO ESTIVO 2009.
La Scienza della Meditazione e la Trasformazione evolutiva della Personalità.
Lo studio dei poteri psichici e delle percezioni extrasensoriali (parapsicologia) attraverso l'analisi del Vibhuti Pada di Patanjali, in confronto con la Bhagavad-gita e altri testi della cultura indovedica.
La Scienza della Meditazione e la Trasformazione evolutiva della Personalità.
Lo studio dei poteri psichici e delle percezioni extrasensoriali (parapsicologia) attraverso l'analisi del Vibhuti Pada di Patanjali, in confronto con la Bhagavad-gita e altri testi della cultura indovedica.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.
Dove: Villa Vrindavana - Via degli Scopeti 106/108, San Casciano Val di Pesa (FI).
Quando: Dal 27 Luglio al 4 Agosto 2009.
Per approfondimenti: 'LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE'.
Etichette:
anima,
bhakti yoga,
centro studi bhaktivedanta,
concentrazione,
corpo,
csb,
identità,
inconscio,
marco ferrini,
meditazione,
neuroplasticità,
psiche,
rilassamento,
scienza,
Sè,
seminario
giovedì 14 maggio 2009
L'IO, L'INCONSCIO E LE MASCHERE DEL SE'.
di Marco Ferrini.
di Marco Ferrini.
L'uomo moderno è prima di tutto decontestualizzato, non sa quale posto occupa nell'universo e, se poco sa a livello fisico, ancora meno sa a livello psichico e quasi niente circa la propria natura più intima. Il Sé è quindi l'oggetto della nostra ricerca, come tanti scienziati nei campi della fisica, delle neuro-scienze, della microbiologia, sono alla ricerca di un'equazione, della definizione di un principio che sia capace di uniformare tutte le forze che agiscono nell'universo. Come già Socrate affermava, lo scopo è conoscere sé stessi, il precetto "Conosci te stesso" era scritto a caratteri cubitali, in pietra, sul frontespizio del tempio di Apollo a Delphi. Questa istruzione può apparire come banale ma non è così, in quanto le persone credono di conoscersi, ma di fatto, conoscono le maschere che si sono sovrapposte al Sé, all'atman. Tale confusione, produce uno smarrimento pari alla perdita di visione che caratterizza uno stato ipnotico, di sonnambulismo o lo stato di un soggetto narcotizzato; si ha un'idea di sé, ma distante dalla realtà, estranea alla realtà dei fatti. Finché il soggetto non conosce sé stesso, non può riconoscere le maschere. Acquisendo consapevolezza del più intimo Sé, il soggetto non solo riconosce le maschere, ma le indossa con una certa difficoltà e solo quando risultano indispensabili per operare in questa dimensione umana, come chi veste un abito essendo ben cosciente che è qualcosa che si può togliere e mettere. Dunque la personalità è una maschera che il soggetto indossa per stare in rapporto alla società e la maschera rappresenta una sorta di compromesso tra le istanze dell'individuo e quelle della società circostante.
La società è un ballo in maschera e benché porti un grande rispetto per la maschera, per chi indossa e soprattutto per coloro che ne conoscono l'utilità, il mio rammarico va nei confronti di tutti coloro, purtroppo la stragrande maggioranza, che sono mascherati e non lo sanno. Tali persone si sono talmente identificate con la maschera, ad esempio il corpo, il ruolo sociale, il compito, che a causa di questa totalizzante identificazione, perdono di vista sé stessi. A volte una funzione come quella di sindaco, di senatore, di deputato, di cavaliere del lavoro, persino di scienziato, di grande chirurgo, di grande professore in un'università prestigiosa, produce quel tipo di identificazione che non permette più di conoscere sé stessi ed il pericolo ulteriore è che anche a casa, in famiglia si indossi quella maschera, riducendo la propria vita relazionale, familiare e affettiva ad un disastro. Fortunatamente noi possiamo anche essere noi stessi. E' difficilissimo compiere un lavoro di destrutturazione di condizionamenti in questo intricato ginepraio delle maschere che si sovrappongono, inseguendosi e stratificandosi una sull'altra, poiché troviamo sempre una maschera che resiste, che non riusciamo a togliere al soggetto. E' maschera tutto ciò che ha relazione con il tempo e con lo spazio, perché noi siamo fuori dallo spazio e dal tempo. Quando io dovessi dire “sono nato 63 anni fa nel tal posto” ecco, quella è una maschera, è una delle condizioni che mi impone l'ego, perché non è vero niente che io sono nato 63 anni fa nel tal posto; se affermo “ho preso questo corpo 63 anni fa nel tal posto”, siamo un po' più vicini alla realtà, ma non è ancora veramente esatto, perché io questo corpo non l'ho preso 63 anni fa quando sono stato registrato nel registro delle natività dall'anagrafe.
Dieci mesi lunari prima, sono stato introdotto in un ambiente di una matrice femminile, un ovulo femminile, dove si sono uniti assieme due pacchetti cromosomici, che si sono cominciati a mischiare e da quella interazione io, che non c'entro niente con questi pacchetti cromosomici, ho colto gli strumenti, gli ingredienti per costituire questo corpo. Quindi se c'è una certezza è che io non sono questo corpo. Poi chi sono, come vi ho già anticipato, è l'esito di un lavoro che c'è da fare. Non abbiamo bisogno di nessuna sostanza per compiere un viaggio esplorativo alle sorgenti della nostra psiche, alle sorgenti della nostra personalità e incontriamo, accostandoci con gioia, con calma e con dolcezza, a quel centro che è un punto che corrisponde perfettamente alla definizione euclidea secondo cui "non ha altezza, larghezza, lunghezza", ed un'altra scoperta formidabile è che "non ha neanche tempo". Noi siamo unità immateriali, a-spaziali, atemporali, immortali: è la mente che si è impigliata nello spazio-tempo e ha causato lo spazio-tempo, dunque, se si va oltre le maschere, si scopre un mondo meraviglioso, un mondo di straordinaria vitalità e varietà, imperniato sull'Amore, il cui termine sanscrito è prema-bhakti, e la devozione è l'espressione più immediata, più genuina di questo bisogno che ciascuno di noi ha, di dare e ricevere amore.Tratto dall' omonima conferenza - Brescia, 14/06/2008.
Etichette:
amore,
anima,
centro studi bhaktivedanta,
conoscere se stessi,
corpo,
identificazione,
inconscio,
Io,
marco ferrini,
maschere,
persona,
psicologia indovedica,
ruoli,
sé,
società,
spazio,
tempo
giovedì 9 aprile 2009
LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE.



PARTE PRIMA: Intervento di Marco Ferrini. Napoli, Castello Angioino, 20 Dicembre 2008, Convegno “La Scienza della Meditazione”.
L'UOMO ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITA'.
Vorrei porre innanzitutto attenzione su alcuni aspetti cosmogonici, per la comprensione del contesto in cui si colloca l'uomo. L'uomo moderno non sa più da dove viene, non sa più dove sta andando, ma soprattutto non sa più chi è, completamente identificato con un'identità esteriore e temporanea. Questa sua decontestualizzazione è uno dei problemi più seri che affligge la società attuale e non è risolvibile semplicemente attraverso l'erudizione. La ricerca di se stessi rappresenta il substrato della meditazione e questo è confermato dalle grandi opere della Tradizione Indovedica come le Samhita, le Upanishad, le Itihasa ed i Purana, che possono avere un dialogo molto interessante con la Tradizione Occidentale moderna. Tra i numerosi autori, maestri di pensiero che hanno attinto dalla vastissima Cultura vedica strumenti, spunti e concetti per le loro dottrine e teorie, possiamo citare Carl Gustav Jung e la sua “individuazione di sé”. Individuare se stessi significa conoscere la nostra natura profonda, non limitarsi ad un livello superficiale e fallace quale quello della percezione sensoriale. I segnali e le informazioni che dall'ambiente esterno giungono alla nostra coscienza, attraverso gli organi di senso e la successiva elaborazione a livello corticale, rappresentano solo una minima parte della realtà, persino inferiore al 10% indicato dal prof. Genovesi durante l'intervento precedente. La conoscenza della realtà rispetto alla percezione sensoriale è uno zero ed è lo stesso anche per quanto riguarda la nostra capacità di comprensione poiché è soggetta, e dunque condizionata, dalla nostra percezione sensoriale. Dunque non solo i sensi (indriya) sono fallaci, ma anche il bacino di raccolta delle informazioni percettive corrispondente alla mente (manas) è così, proprio perché si fonda sulla percezione sensoriale. La tendenza (vasana) della mente a dipendere dai dati sensoriali, porta alla costituzione di una precostituita, rigida e generalmente strutturata percezione del mondo, che se non viene integrata non è utile alla definizione dell'identità individuale. La questione sulla natura dell'identità personale è cruciale per la meditazione. La psicologia indovedica identifica l'uomo nel suo complesso: così come l'universo è detto anche trimundio in quanto costituito da terra, dimensioni intermedie e cielo, allo stesso modo anche l'uomo incarnato ha una triplice natura: fisica, psichica e spirituale. La costituzione terrena, solida, fisica, è il corpo materiale, comprensivo di quella complessa struttura - la più complessa struttura materiale ad oggi conosciuta - che è il Sistema Nervoso; ma possiede anche un apparato che, sebbene sempre materiale, ha una natura più sottile, che non è possibile definire graficamente o collocare spazialmente e a dire il vero neanche misurare temporalmente: la struttura psichica. Infine vi è la natura più intima dell'uomo, motore della vita stessa, la sua essenza e identità reale, quella spirituale. Secondo la sapienza vedica, infatti, ogni essere vivente è ontologicamente atman, una scintilla spirituale eterna. Per semplificare ulteriormente si potrebbe dire che l'identità dell'uomo è scissa fra due aspetti: l'uno connesso alle diverse condizioni psicofisiche che il soggetto ha vissuto storicamente lungo i diversi cicli esistenziali, l'io storico o falso ego, somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica, in sanscrito definito ahamkara; l'altro reale, eterno ed immutabile, oltre ogni spazio e tempo, ovvero la sua natura spirituale. La facoltà base per accedere alla dimensione meditativa è rappresentata dall'attenzione che, contrariamente a quanto affermato dall'estremo positivismo abbracciato dalla moderna psicologia occidentale, non è governata dal Sistema Nervoso, ma è promossa in prima istanza dall'atman, centro unificatore che tiene insieme e che in ultima analisi fornisce una caratterizzazione unica e irripetibile alla personalità. Il sé spirituale utilizza solo come strumento la parte fisiologica e biologica del soggetto cosiddetto “umano”, alimentando e muovendo le sue energie. Tutte le Scuole della tradizione indiana classica (Sampradaya), tutte le linee dei grandi Maestri (acarya) che hanno vissuto nel proprio quotidiano gli insegnamenti vedici, riconoscono l'atman come principio fondamentale. Krishna, nella Bhagavad-gita, uno dei testi più diffusi e condivisi dalle differenti Scuole di pensiero del continente indiano, definisce conoscenza ciò che distingue il campo (corpo) dal conoscitore del campo (il sé). Prendere le distanze dal corpo non significa rifiutarlo o dispregiarlo; in tal modo non se ne prenderebbe vero distacco in quanto, come anche Eraclito aveva spiegato, ciò che attrae poi ripugna e viceversa e per superare la coppia di opposti di attrazione e repulsione, in sanscrito definiti rispettivamente raga e dvesha, è necessario equilibrare gli opposti, trovare una congiunzione, un'armonizzazione tra di essi. In quest'opera di armonizzazione e ricerca di equilibrio, in questo caso lo Yoga, viene data rilevante importanza alla meditazione.


PARTE PRIMA: Intervento di Marco Ferrini. Napoli, Castello Angioino, 20 Dicembre 2008, Convegno “La Scienza della Meditazione”.
L'UOMO ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITA'.
DAL PENSIERO AUTOMATICO AL PENSIERO MEDITATIVO.
Il pensiero ha una potenza straordinaria; ovviamente qui non ci si riferisce al pensiero disordinato, casuale e automatico che purtroppo imperversa nella società contemporanea, bensì a quel principio pensante che consente di superare gli ostacoli che generalmente precludono una comprensione più profonda della realtà, sia interiore, sia esteriore. Effettivamente, oltre ad aver smarrito la propria identità, l'uomo moderno si trova a conoscere solo superficialmente il mondo che lo circonda e vive come realtà ultima ciò che in verità è principalmente apparenza. Attraverso uno sforzo piacevole e un impegno progettuale, con metodo e giusta predisposizione, è possibile penetrare il fitto velo delle apparenze, giungendo ad una visione superiore, ed è proprio questo il fine della meditazione. La meditazione è uno strumento, un mezzo, grazie al quale è possibile fare un viaggio esplorativo all’interno di se stessi, varcando soglie, dimensioni sconosciute, ciò che in una terminologia psicanalitica potrebbe definirsi inconscio. Sebbene questa esperienza sia già di per sé straordinaria, il processo meditativo non si limita a ciò. In sanscrito meditazione si traduce con dhyana, dalla radice dhi, dalla quale deriva anche il termine dhira che significa 'saggio'. La peculiarità di questa radice è quindi quella di indicare non un pensiero semplice, automatico, che si riproduce come una sorta di circuito psichico dipendente o condizionato dall'esperienza sensoriale e nemmeno un pensiero intellettuale, comunque troppo riduttivo, bensì di indicare un pensiero che suscita una visione superiore, da cui si genera illuminazione e in ultima analisi saggezza. Dunque il processo di meditazione non è un semplice processo di pensiero, una mera riflessione, ma piuttosto una trasformazione, una modificazione del principio pensante. La concatenazione di pensieri e le conclusioni che ne derivano, limitano la nostra visione al mondo delle conoscenze empiriche, della percezione sensoriale e anche a quel mondo più sottile, ma pur sempre materiale, della cognizione intellettuale. La meditazione può portare ad esperienze interiori cui l’intelletto non giunge, la percezione delle quali esula persino dalla sua funzione. Il mondo interiore è dominio di altre dinamiche, quali contemplazione, orazione e preghiera. Questi tre termini condividono un principio importante: quello cioè di orientare l'attenzione verso un punto specifico, di dirigere il flusso mentale verso l'oggetto di contemplazione, lode o preghiera. Dunque anche se i processi sottesi da questi tre canali possono differire per alcuni aspetti, quando l'operazione di condensazione del pensiero verso il punto prescelto riesce, si entra in stato meditativo. Patanjali ha descritto una tecnica ordinata per giungere a dhyana, per trasformare il pensiero automatico, prodotto dalla mente, manisha, in pensiero meditativo: proprio come si può trasformare del legname ordinario in sofisticato materiale per costruire una barca. Tale trasformazione non può avvenire se non attraverso un investimento personale, con impegno, operosità e creatività e, una volta ottenuta, sarà possibile travalicare il pensiero ordinario giungendo ad una dimensione più profonda, ad esso non accessibile, proprio come per mezzo di una barca sarebbe possibile solcare le acque approdando ad una diversa sponda. Il raggiungimento di questa dimora in cui l'uomo può trovare se stesso ed il proprio principio Divino, portandosi oltre la comune esperienza sensoriale e concettuale, si definisce trascendenza, così come espressa dai mistici e da eminenti pensatori quali Kant e Jung. Questo viaggio, che in chiave mitologica vede l'entronauta, colui che viaggia nell’interiorità, dirigersi verso dimensioni sempre più profonde ed intime di sé, ha una componente importante, che è la motivazione del viaggiatore. Non tutte le esperienze meditative conducono allo stesso livello di assorbimento o di illuminazione: in base a differenti aspirazioni, gusti e tendenze che contraddistinguono il protagonista, il viaggio può avere differenti esiti e quindi i mistici possono riportare esperienze diverse nonostante tutti loro, a vario livello, abbiano fatto questa esperienza. Solo proseguendo verso questa dimensione più profonda, gusti e tendenze derivanti da condizionamenti culturali o religiosi, perdono progressivamente la loro consistenza annullandosi, ma in base al livello di elevazione raggiunto dalla persona, possono ancora sussistere generando esperienze di diversa natura. Com'è possibile quindi trascendere il pensiero? Attraverso il pensiero stesso, ma non il pensiero con il quale si è iniziato il processo, poiché nel frattempo si è modificato, sia formalmente, sia nella sua natura, quasi come fosse avvenuta, grazie alla meditazione, una transustanzazione del principio pensante. Tale processo non è immediato, ma avviene per gradi, che si possono trovare descritti nei Veda, con un linguaggio straordinariamente affascinante, che parla per immagini, per metafore, come quella del carro che durante il viaggio diviene luminoso proporzionalmente all'avvicinarsi della realtà.
YOGA: LA SCIENZA DELLA UNIONE.
Il termine Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj che letteralmente significa ‘unire, collegare’; lo Yoga infatti costituisce la scienza per la reintegrazione del sé individuale con il Sé supremo, della coscienza infinitesimale con la Coscienza cosmica. Nella Bhagavad-gita vengono descritti diversi tipi di Yoga e Patanjali nel suo celeberrimo trattato sugli Yogasutra, che costituisce una delle prime e più importanti Scuole di psicologia del genere umano, definisce otto fasi di sviluppo della disciplina Yogica (Ashtanga Yoga) di cui la meditazione, dhyana, costituisce solo la penultima fase. Prima di entrare in uno stato meditativo, l'aspirante yogi deve infatti purificare la propria mente ed il proprio cuore astenendosi da attività contrarie all'evoluzione spirituale, yama, e impegnandosi in attività ad essa favorevoli, niyama. Si deve poi diventare esperti nell'assumere posture, asana, che permettano di percepire il corpo il meno possibile e successivamente apprendere l'arte del respiro, pranayama. Rivolgendosi verso l'interno e distogliendo i sensi dai loro oggetti, pratyahara, cercando di concentrare le proprie risorse attentive verso un'unica direzione, dharana, lo yogi si predispone alla meditazione vera e propria, dhyana appunto, in cui il proprio flusso di attenzione non è più distratto da interferenze esteriori e grazie alla quale egli giungerà ad uno stadio di completo assorbimento interiore definito samadhi. Gli stadi precedenti il samadhi sono necessari per risolvere i conflitti tra le diverse strutture e funzioni psichiche, attraverso una armonizzazione della personalità, prima di aspirare ad un totale assorbimento nel seme meditativo, bija, e che dire nel sé. L'approccio alla meditazione dev'essere graduale, poiché prima si devono sviluppare certe conoscenze derivanti dalla presa di consapevolezza di piccole verità, senza avere la presunzione di avere di volta in volta conquistato la Realtà, la Verità e dunque essersi illuminati definitivamente. Quella che avviene durante la meditazione è una realizzazione continuativa e progressiva della Realtà, che lentamente si svela fino a diventare palese, manifesta, chiara e naturale, talmente naturale da non poter concepire qualcosa di differente da essa. Ad esempio, per quanto riguarda la consapevolezza di essere diversi dal corpo, essa può avvenire in modo immediato, come nel caso di una diagnosi di malattia terminale, di una patologia irreversibile e degenerativa, che spinge il paziente a non concentrarsi sulla struttura fisica oggetto di quella devastazione, ma su se stesso. In quest'ottica, come riportato in numerosi lavori ECM tenutisi in numerosi ospedali e AUSL italiani, la morte non dev'essere vista come un evento fisico, qualcosa di concreto, ma più come un concetto astratto, in quanto non c'è veramente una fine di qualcosa, bensì c'è la trasformazione in qualcos'altro. Oppure, la disidentificazione avviene come progressivo traguardo di un processo introspettivo che permette la comprensione del corpo come qualcosa che è esterno a noi, con il quale quindi non essere identificati ma come strumento prezioso, utile e caro per successive conoscenze ed esperienze.
L'ESSERE SPIRITUALE ED I SUOI CORPI.
Il corpo umano e la personalità umana non esauriscono la persona nel suo insieme, ma ne costituiscono semplici aspetti. La parte eminentemente divina di noi considera tali aspetti, quindi in generale la dimensione umana, come una riduzione, una costrizione, una sorta di prigione; nella metafora platonica la gabbia dell'anima, che tuttavia non va vista come qualcosa di ossessivo e oppressivo, in quanto struttura evoluta della materia il cui grado di evoluzione è pari al grado di elevazione della coscienza che ospita. Dunque ognuno abita un determinato corpo e, con esso, è portatore di una certa patologia o veicolo di salute. La scienza della salute o Ayurveda (il termine sanscrito ayur significa vita, vigore, salute) affronta in maniera molto dettagliata lo studio della natura dell'essere umano e del suo rapporto con tutta una gamma di energie; essa estende il panorama di interazione corpo, psiche e coscienza intraindividuale ad un piano interindividuale, dunque il comportamento, l'agire del singolo, viene visto come esito non solo del proprio apparato individuale, ma anche dell'interazione di questo con corpo, psiche e coscienza altrui. Quest'ultimo dato è molto importante perché ad esso possiamo ricondurre molti dei conflitti che attualmente affliggono l'uomo, sia a livello singolo, sia a livello collettivo, in quanto spesso, la conflittualità che non si riesce a risolvere interiormente la si proietta fuori, sulle persone che ci circondano, vicine o lontane che siano. La connessione tra i diversi elementi del creato, non è riducibile esclusivamente alle relazioni, ma permea l'Universo intero: basti pensare al Teorema di Bell, il quale enuncia che due particelle in contatto, partecipi della medesima esperienza, permangono in risonanza ed in sincronia anche quando vengono separate ed attuando una modifica su una di esse, tale variazione si estende anche all'altra istantaneamente, in tempo zero. Nell'Universo non vi è quindi niente che sia separato da qualcos'altro: ogni cosa è in rete, e, come nel micro possiamo identificare reti, circuiti neurali, nel macro è possibile individuare reti molto più ampie al di là dell'individuo come singolo. Nei Veda, nella Gita, nelle Upanishad, negli Yogasutra e in altri testi della Tradizione indovedica, è possibile trovare descritti con incredibile specificità di linguaggio questi concetti ed in generale vi si ritrova la visione dell'uomo come creatura composta da più “corpi”, strati, che vanno dal più grossolano al più sottile e non si limitano ai soli corpi materiale e psichico.
Nello schema soprariportato è possibile notare che il corpo materiale è solo la copertura più esteriore dell'uomo; questo strato, grossolano e visibile a tutti, si definisce annamaya kosha. Annamaya significa energia del cibo, perché il corpo fisico è sostenuto dal cibo. Ad un livello più sottile è possibile identificare il campo energetico, prana, che ogni essere umano possiede, individualizzato e specifico per ciascun essere vivente: tale livello è definito pranamaya kosha. Il corpo fisico non ha energia propria, non starebbe neanche in piedi senza questa energia vitale che è ciò che fornisce vigore al corpo, che gli permette di muoversi e che lo rende così prezioso: si tratta dell’involucro energetico di prana. A questo supporto energetico si rivolge, ad esempio, l'agopuntura; infatti, quando l'energia che supporta il corpo fisico non è ben distribuita, si possono verificare dei blocchi energetici. Progredendo verso livelli sempre più sottili successivamente al piano energetico si colloca l'involucro mentale, manomaya kosha, dunque l’involucro energetico dipende dalla mente. Pranamaya kosha è direttamente dipendente dalla nostra mente, dal nostro stato mentale e non è quindi possibile sviluppare energie ecologiche che sostengano il corpo se dapprima non si procede alla rieducazione della mente. Questo messaggio viene sostenuto dai rishi, i Maestri Spirituali appartenenti alla Tradizione Indovedica, ed è un insegnamento fondamentale di cui occuparsi immediatamente in quanto, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, la mente può essere la nostra migliore amica o la nostra peggiore nemica, può essere il tramite per il processo di guarigione o la causa di malattia, infermità, paralisi. La mente è quindi prioritaria nella ricerca della salute, prima ancora del corpo fisico, perché il corpo fisico ne è dipendente ed in questo scenario si inserisce l'affermazione di Giovenale “mens sana in corpore sano”. In generale mente e corpo sono talmente interdipendenti e così interagenti, che un guasto in uno dei due si trasmette quasi immediatamente nell'altro, perciò sono da curare simultaneamente. Per questo motivo Patanjali pone come primo step nella via della realizzazione spirituale codificata nei suoi Yogasutra alcune norme etiche fondamentali (yama e niyama) per l'armonizzazione della struttura psicofisica. Il sostegno dell'involucro mentale è l'involucro intellettivo, vijnanamaya kosha. A livello della dimensione psichica l'intelletto (buddhi) è costituito da convinzioni profonde, sulle quali le persone, consciamente o inconsciamente, fondano la loro vita. Tali convinzioni profonde, depositate nell'intelletto, sono il sostegno della struttura mentale. Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi, in quanto il piacere dei sensi non rappresenta neanche l'ombra di questa felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge sono considerate prodotti illusori della vita umana. Quando l'essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione; colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico di tutti e infatti diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. Ananda è una caratteristica essenziale per mantenersi in salute; un proverbio napoletano popolare dice “a cor contento Dio provvede”. L'involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha, fondamentale per il nostro benessere fisico in quanto la soddisfazione interiore garantisce l'armonizzazione e l'equilibrio di tutte le altre strutture, fisiche, energetiche, psichiche, mentre un umore depresso o emozioni negative, come spiegato anche nell’intervento precedente al mio, quello del Professor Genovesi, incidono sul sistema immunitario deprimendolo attraverso la de-sincronizzazione ormonica. Ananda appartiene all'atman: la vera sorgente energetica della persona è di natura spirituale; non è energia fisica né psichica, ma energia spirituale, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono eternità, sat, e coscienza, cit. Noi siamo entità spirituali, siamo atman e sat, cit, ananda sono caratteristiche per noi impossibili da perdere, qualsiasi cosa succeda, perché sono intrinseche, inseparabili da ciò che oggettivamente e intimamente siamo, sebbene possano essere più o meno appannate dall'ignoranza, neglette o atrofizzate.IL “POPOLO” INCONSCIO.
Durante un percorso introspettivo si incorre in un bacino di esperienze che il soggetto vive come inconsce, quasi ignote, ma con le quali si trova ad interagire quotidianamente; tali esperienze inconsce possono essere individuali o comuni a varie creature e rappresentano parte integrante di questo universo nel suo complesso. E' quest'ultimo il caso, citando Jung, dell'inconscio collettivo. L'inconscio collettivo rappresenta il mondo degli archetipi, il mondo dei simboli, dove un americano, un indios, un abitante di Capo di Buona Speranza, un eschimese o un cinese alla fine hanno gli stessi essenziali sistemi di riferimento: è questa infatti la natura universale del simbolo. Cruciale diviene quindi il concetto di memoria, o ricordo, in sanscrito smritaya, ciò che si può ricordare sia a livello cosciente, sia a livello inconscio. Queste memorie sono tanto più condizionanti quanto più sono inconsce, in quanto se un ricordo o un pensiero cosciente possono essere temporaneamente e volontariamente messi da parte dalla persona che magari sta cercando di concentrarsi su altro, un ricordo inconscio, proprio per il suo carattere, non può essere gestito direttamente e consapevolmente dalla persona, la quale si trova invece ad essere agita da tali ricordi. Esperienze simili archiviate nell'inconscio profondo, karmashaya, si definiscono samskara, dove sam significa 'insieme', kara deriva dalla radice sanscrita kr che significa 'fare'; di per sé tali esperienze non hanno segno positivo o negativo, ma la loro importanza risiede nella potente influenza che esercitano sull'individuo, che generalmente pensa, sbagliando, di essere l'autore delle proprie azioni. Esperienze simili si attraggono e costituiscono poi solchi profondi nella psiche inconscia, veri e propri sentieri che il soggetto si trova sempre a percorrere, rinforzandoli ulteriormente. Questi solchi psichici sono rappresentati dalle tendenze individuali, vasana, anch'esse positive o negative. Dunque spesso veniamo agiti dall'inconscio senza saperlo, spinti dalle nostre tendenze che possono essere artistiche, scientifiche, di armonizzazione o sopraffazione, di pacificità o bellicosità e ovviamente, per divenire realmente padroni di noi stessi, dobbiamo compiere un'opera di bonifica verso tali tendenze, in particolare verso quelle negative: esistono tecniche molto precise e molto efficaci per poter, attraverso l'uso della volontà, trasformare i contenuti dell'inconscio: tale opera è essenziale al fine di intraprendere il percorso meditativo. Solo in questo modo potremo liberare la nostra capacità intuitiva, la via “del cuore”, che può andare bene solo se il cuore è stato adeguatamente purificato.
STRUMENTI DI CONOSCENZA: L'INTUIZIONE OLTRE LA PERCEZIONE.
Per conoscere infatti non possiamo basarci sulla percezione sensoriale, che come già accennato permette sì e no di conoscere lo 0,1% della realtà esteriore ed interiore, e non possiamo nemmeno basarci sulle informazioni diffuse nella società, specialmente in una società come quella in cui viviamo, altamente tecnologica, completamente estrovertita e finalizzata alla realizzazione di progetti esteriori, e dove i giudizi spesso sono pregiudizi. La capacità critica in questo caso rappresenta l'applicazione della massima socratica “sapere di non sapere”, e costituisce un invito a mettersi in discussione, a non accettare aprioristicamente qualcosa solo perché palese ai nostri sensi o alla nostra ragione, a mettere costruttivamente in dubbio le proprie convinzioni profonde. In tal modo è possibile travalicare la concezione di realtà ancorata al mondo fisico e psichico, superando la mera funzione razionale, l'intelletto che ha “l'ale corte”, come dice Dante, e riscoprendo quelle facoltà intuitive pure, tipiche della psiche infantile, che sono alla base anche delle moderne ricerche scientifiche. In quest'ottica non si vuole negare l'intelletto in generale, “il ben de l'intelletto”, sempre parafrasando Dante, poiché esso costituisce uno strumento d'indagine prezioso se non abusato a scapito di altri canali conoscitivi, da utilizzare opportunamente ma da cui essere liberi proprio come un saltatore con l'asta che, dopo averla utilizzata per compiere il salto, la abbandona per proseguire il volo. Tutte le grandi scoperte derivano da brillanti intuizioni e solo in un secondo momento vengono verificate sperimentalmente tramite le scienze positive, matematica, fisica o chimica, affinché risultino evidenti per tutti, non solo per chi le ha “partorite” in prima persona. Spiegare, condividere con altri le proprie scoperte o realizzazioni, sono sentimenti di compassione, karuna, e trasmettere e in maniera convincente, con il rispetto tipico dello spirito di offerta, è fondamentale per la crescita, non solo degli altri intorno a noi, ma anche individuale, in quanto quello che si dà agli altri ritorna tutto a noi e non c'è un modo di fare del bene a noi se non facendo del bene agli altri, offrendo loro quel che per noi è più prezioso.
L'ORIGINE PSICHICA DEL COMPORTAMENTO E DELLA PERSONALITA'.
L'agito ha un effetto straordinario su di noi, si rilascia una fotocopia in materiale mentale che va ad imprimersi nella nostra struttura psichica; qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi cosa diciamo, pensiamo, desideriamo, lascia una traccia. Dunque sempre in riferimento a grandi insegnanti, conoscitori della psiche e dell'animo umano, dell'essere umano e soprattutto della sua natura divina e della sua prigione, sempre in termini platonici, e senza dispregio verso il corpo fisico, possiamo affermare che siamo dove siamo perché abbiamo desiderato, pensato, parlato e agito in un determinato modo. Questa visione è solo apparentemente deterministica perché in constante evoluzione: nel momento in cui stiamo parlando e nel momento in cui state leggendo, è già in essere una modificazione della vostra comprensione e dei vostri samskara. Ciascun desiderio, pensiero o parola origina manifestazioni fisiche corrispondenti; nei Veda la parola, vac, si definisce creatrice, crea i mondi, ed è proprio così, in quanto attraverso la parola esprimiamo il nostro stato d'animo e per questo motivo dev'essere più veritiera possibile, perché prima ancora di ingannare gli altri inganniamo noi stessi. La parola, al pari dell'azione, è tuttavia solo una manifestazione esteriore di un processo interiore, il processo di riflessione, vicara, di pensiero e prima ancora del desiderio. Nella Brihadaranyaka Upanishad viene spiegato che “l'uomo non è che desiderio”: diviene quindi essenziale selezionare i desideri, poiché ve ne sono in grande quantità nell'inconscio: “un'intera mandria di cavalli scalpitanti”, per usare una metafora platonica. Abbiamo il dovere di orientare, guidare, queste pulsioni che spingono dall'inconscio, non appena superano quella soglia di pensiero cosciente o coscienza in cui noi ne possiamo trarre consapevolezza. Il nostro temperamento è in ultima analisi il risultato di una concatenazione di desideri, pensieri, riflessioni, parole, azioni, azioni ripetute che, interagendo con componenti emotive più o meno forti, divengono tendenze, tratti salienti del carattere dai quali siamo agiti, se non li incanaliamo nel modo giusto. Per poter agire su queste fasi pressoché inconsce è necessario accedere a quella dimensione che sta al di là della della soglia della consapevolezza e per farlo si possono percorrere diverse vie: la meditazione, la preghiera e il sogno, che Freud indica come accesso regio all'inconscio”. Tutte queste vie possono aiutarci ad indagare la nostra dimensione interiore e ad estendere sempre di più la luminosità della nostra coscienza, restringendo il buio dell'inconscio, dell'ignoto, e andando a conoscere noi stessi più profondamente. L'applicazione pratica di tali tecniche richiede diverse conoscenze, teoriche e pratiche, di cui è possibile fare esperienza nella vita di tutti i giorni. L'esperienza della meditazione può permanere mentre parliamo, camminiamo, mangiamo, dormiamo: non facciamo meditazione semplicemente quando ci sediamo con le gambe incrociate. Per giungere ad una meditazione continuativa e quindi essere sempre consapevoli della nostra natura profonda e dell'interazione che abbiamo con il fenomenico esterno è importante però che teniamo in considerazione alcuni aspetti: in primo luogo il fatto che la nostra psiche è come un'arena in cui si scatenano continuamente, in lotta tra loro, titaniche forze di tendenze opposte. Queste tendenze a volte sono entropiche, a volte sintropiche, evolutive e involutive, di salute e di malattia. Esprimendosi con il potente linguaggio mitologico, si potrebbe indicare ciò come l'incessante lotta tra Bene e Male. Esistono degli ostacoli alla meditazione; questi ostacoli, secondo Patanjali, sono la distrazione, vikshipta, e l'annebbiamento della coscienza, l'ottundimento, l'abbassamento del livello dell'attenzione, mudha, laddove un'attenzione selettiva e sostenuta è fondamentale per la buona riuscita della pratica meditativa.
L'INDIVIDUALITA'.
Un altro aspetto centrale che dobbiamo considerare relativamente alla meditazione, concerne l'individualità: ogni soggetto è uguale solo a sé stesso, ognuno è un individuo, ognuno ha avuto un suo percorso, non esiste l'uguaglianza in questi termini, perché ognuno ha il proprio vissuto, ha fatto le proprie esperienze:
Io ho creato le quattro divisioni della società umana
sulla base delle tre influenze della natura materiale
e delle attività ad esse collegate;
sappi però che sebbene Io sia il creatore di questo sistema,
non agisco all'interno di esso perché sono immutabile.
(Bhagavad-gita IV.13)
sulla base delle tre influenze della natura materiale
e delle attività ad esse collegate;
sappi però che sebbene Io sia il creatore di questo sistema,
non agisco all'interno di esso perché sono immutabile.
(Bhagavad-gita IV.13)
Nel momento in cui il soggetto, l'essere spirituale, lascia un determinato corpo fisico, viaggia in una bolla psichica in cui è inglobato, costituita da samskara e vasana, e le tendenze più forti saranno quelle che in particolare determineranno la natura della nascita successiva e dunque il luogo, la specie d'appartenenza e altri fattori connessi ad un altro corpo materiale destinato ad essere abitato da quel particolare jiva. La struttura psichica differisce quindi per le esperienze che ci portiamo dietro dalle vite precedenti e, vita dopo vita, determina nascite diverse anche per gemelli monozigoti e che dire per “semplici” fratelli, compaesani, compatrioti o persone della stessa cultura. L'influenza esercitata dalle tre forze archetipe, guna, costituenti la natura materiale, prakriti, ed il bagaglio dei frutti relativi ad azioni compiute in tempi recenti e remoti, karma, sono diversi per ciascun individuo e dunque, quando un soggetto desidera avvicinarsi alla pratica meditativa, andrebbe conosciuto a livello personale perché ciascuno dev'essere aiutato e introdotto in una maniera speciale, peculiare a lui in base al proprio guna e karma.
LA LIBERTA'.
Se l'individualità, la specificità di quel particolare modello di personalità è unica, si deve riflettere sul concetto di libertà come naturale corollario ad essa. Nessuna pratica deve negare libertà all'individuo e nessun Maestro deve privare di libertà il proprio discepolo. Non dev'esserci suggestione, ma una libera scelta di obbedienza ad un'offerta, proposta da un modello ritenuto dalla persona superiore agli altri. Il rapporto con il meditante dev'essere sempre un rapporto rispettoso della libertà perché la persona potrà meditare nella misura in cui riuscirà ad essere libera; sicuramente farà degli errori, non riuscirà a rifuggire certi automatismi mentali ai quali magari è soggetta da chissà quante vite, non riuscirà immediatamente a rinunciare a qualcosa che è un ostacolo, un condizionamento, un'abitudine, un cibo, una bevanda, una relazione, un rapporto, ma se conosciamo la libertà e se riconosciamo la specificità di quel modello di personalità in transito, allora la persona sarà libera di esprimersi secondo il proprio livello coscienziale, senza nostre imposizioni distruttive, ma anzi con offerte mosse da puro spirito di bhakti, di relazione d'amore, prema, con un investimento affettivo, in quanto l'amore per definizione non ha bisogno di una contropartita, basta a sé stesso.
L'INTEGRAZIONE ARMONICA DELL'INDIVIDUO NELL'UNIVERSO.
Come ulteriore componente importante per la meditazione, è da citarsi l'integrazione sociale: non in senso corporativistico, tanto meno di casta. Per integrazione sociale s'intende in questo caso la capacità di interazione armonica, costruttiva, evolutiva, con qualsiasi creatura, l'attitudine di valorizzazione di ogni creatura, che siano uccelli, rettili, pesci e che dire uomini, potenziali compagni di viaggio da cui imparare, per progredire nello sviluppo. In un certo senso quanto descritto potrebbe rientrare in una delle più importanti astensioni indicate da Patanjali, ovvero la non violenza, ahimsa. Infine, fondamentale componente per l'efficacia della pratica meditativa, è la tensione spirituale, quel bisogno irrefrenabile che ogni essere umano ha di rivolgersi e orientarsi verso l'idealità. La meditazione non può prescindere da questa necessità di realizzare l'idealità dentro di noi. I principi di libertà, di giustizia e di amore sono irrefrenabili e ciascuno di noi tende a realizzarli per cui, nella misura in cui ci dedichiamo allo sviluppo di queste nostre idealità, diventiamo ecologici nel nostro ambiente, cioè favoriamo non solo le persone con le quali viviamo, ma l'ambiente in generale, e ci integriamo con l'umanità e con tutte le creature. Questa idealità, che può inizialmente sperimentarsi in maniera sporadica con una pratica meditativa saltuaria, dovrebbe diventare la modalità dell'intera vita, costante e quotidiana, se si vuole raggiungere la perfezione nella meditazione. La perfezione non esiste in senso umano, esiste un tendere verso, un muoverci verso, metterci in cammino verso, tuttavia, non c'è necessità di aver paura dell'agire pensando che siccome non siamo perfetti la nostra azione sarà imperfetta. La nostra azione sarà imperfetta comunque, ma se muoviamo i primi passi nella direzione giusta e se ci muoviamo verso la perfezione, ogni passo porterà gioia, quella gioia essenziale, interiore, piena soddisfazione, samtosha, appagamento, tushti, che rende la persona estremamente tollerante, estremamente umile. Non sono la posizione sociale, gli araldi che portiamo o i colori di qualsiasi divisa, a determinare il livello di realizzazione che abbiamo raggiunto, ma sono la nostra umiltà, la nostra tolleranza.IL DISTACCO EMOTIVO COME CHIAVE PER UN PIACERE SUPERIORE.
Per questo motivo la conoscenza, la sapienza vanno trasformate in distacco emotivo, in distacco da ciò che non solo non serve, ma che è dannoso, e di ostacolo alla nostra evoluzione. Il primo livello di distacco da esercitare è ritrarre i sensi dai loro oggetti (pratyahara), fare in modo che non diventino cavalli selvaggi, evitando di contrastarli con violenza e repressione, ma incanalandoli in un progetto evolutivo, funzionale alla nostra crescita interiore. Questa rinuncia non è brutale privazione dettata da dogmatismo o pregiudizio, al contrario, è attraente ed efficace astensione che attuiamo naturalmente nel momento in cui sperimentiamo qualcosa di superiore:
L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi,
sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga.
Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore,
resterà fissa nella coscienza spirituale.
(Bhagavad-gita II.49)
sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga.
Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore,
resterà fissa nella coscienza spirituale.
(Bhagavad-gita II.49)
Letteralmente dal sanscrito param significa 'superiore' e drishtva 'avendo visto': quando abbiamo sviluppato una visione superiore, possiamo rinunciare ad una visione inferiore. Non dobbiamo temere l'inibizione: anche alcune aree cerebrali, così come alcuni organi del corpo, vengono inibiti quando facciamo qualcosa che richiede attenzione. Non è certo questa l'inibizione che ci preclude il viaggio evolutivo, al contrario è qualcosa che noi stessi dominiamo, che dunque possiamo gestire in maniera sensibile ed esperta rinunciando a qualcosa di inferiore a beneficio di qualcosa di superiore. Questo atto può definirsi ascesi, in sanscrito tapas, ovvero la capacità di rinunciare con un atto volitivo, con una scelta deliberata, a qualcosa di inferiore a favore dell'ottenimento di qualcosa di superiore; implica una straordinaria coerenza con una progettualità che mira alla liberazione dai condizionamenti, quindi allo scioglimento di tutti i samskara virulenti che condizionano i soggetti e muovono spinte irresistibili. Il beneficio di ciò si estende poi a tutti quei sensi di colpa o complessi, che popolano il nostro inconscio e che hanno avuto origine in qualche momento della nostra storia esistenziale, sciogliendone gli effetti negativi e liberando l'individuo dalla prigionia fino a quel momento subita. L'ascesi, sebbene non esaurisca in se stessa il significato di meditazione, ne costituisce e rappresenta una componente che non può essere trascurata; essa si accompagna alla preghiera e al retto agire, ovvero all'agire a beneficio di tutte le creature, arrecando il minor danno possibile, ahimsa, per esempio nutrendoci di cibi ottenuti con la minima violenza possibile: cereali, vegetali e legumi. L'obiettivo che dovremmo porci dovrebbe dunque essere quello di strutturare la nostra vita in maniera veramente progettuale, tendendo al raggiungimento del massimo livello evolutivo in questo segmento di esistenza e di conseguenza aspirando ad un eventuale corpo più evoluto nella vita successiva. Il Vishnu Purana spiega che esistono 400.000 sfumature evolutive all'interno della specie umana: esistono umani, subumani, sovrumani, santi e briganti, tante diverse tipologie quante sono le differenti strutture psichiche e le relative spinte ctonie che provengono dal profondo. Tali spinte possono anche agire l'uomo, dominarlo inesorabilmente e, se distruttive, antisociali, spingerlo fino a compiere orrendi crimini. La consapevolezza, anche da parte della giurisprudenza, che alcune di queste spinte sono irrefrenabili per il soggetto e non possono da lui essere controllate, ha fatto sì che tali casi non vengono condannati al carcere ma curati in speciali strutture, gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Tuttavia, prima di giungere a situazioni così estreme e compromesse, è possibile attuare profilassi, piani preventivi e risolutivi, di cui la meditazione fa parte e costituisce un esempio concreto.
PARTE SECONDA: Benefici della meditazione riscontrati a livello scientifico.
PREMESSE:La meditazione (dhyana): secondo Patanjali è lo stato fra la contemplazione (darana) e il completo assorbimento (samadhi). Secondo la neuropsicologia rappresenta uno stato intermedio fra la veglia ed il sonno. La letteratura scientifica sull'argomento distingue fra due essenziali forme meditative, macrocategorie a loro volta contenenti diverse pratiche:
- Concentrazione: la coscienza si focalizza su un determinato “oggetto”, che sia un immagine, un suono evocato da un mantra, il respiro.
- Mindfulness Meditation, meditazione profonda: la coscienza si espande attraverso la consapevolezza non giudicante di propri stati interiori, a livello fisico, psichico ed emotivo. Lo scopo è accrescere l'equanimità: uno stato di accettazione, non reattività, in altre parole distacco emotivo dagli eventi. E' necessario escludere esterni stimoli distraenti, per raggiungere un più illuminato stato di coscienza. Coinvolge le seguenti funzioni: non giudizio – accettazione – consapevolezza del momento presente – attenzione e intenzione.
Non è possibile separare tout court queste due dimensioni, ma è preferibile identificare un continuum lungo il quale questi poli si dispongono e lungo il quale si alternano anche differenti pratiche meditative. La varietà di processi implicati nei differenti eserciti meditativi ha fatto sì che alcuni dei risultati sperimentali riscontrati in oltre 1500 studi condotti in merito, a partire dal secolo scorso, non fossero facilmente interpretabili né collegabili l'un l'altro. Gli effetti che sono stati indagati a livello scientifico riguardano essenzialmente caratteristiche di stato: modificazioni transitorie per il soggetto meditante, sia caratteristiche di tratto: modificazioni a lungo termine che permangono nel soggetto successivamente alla sessione meditativa pratica. Le modifiche funzionali, strutturali ed immunitarie registrate, si sono riscontrate sia a livello transitorio, sia a livello permanente, il che può ricondursi al generale concetto di neuroplasticità(1) (continuo rimodellamento delle connessioni sinaptiche interneurali), processo sul quale la pratica assidua e costante della meditazione influisce.
LIMITI ALL'INDAGINE SCIENTIFICA DELLA MEDITAZIONE:
Nello studio neuropsicologico della meditazione si sono riscontrati diversi limiti dovuti prevalentemente ai seguenti fattori:
- Innumerevoli tipologie di pratiche meditative anche molto distanti fra loro;
- Fattori soggettivi legati al campione: caratteristiche personali di introversione estroversione, ansia, età e simili;
- Fattori soggettivi legati alla pratica meditativa: livello di expertise raggiunto, di intenistà e simili;
- Limiti intrinseci alla strumentazione utilizzata.
Di seguito riporteremo in sintesi i principali risultati sperimentali ottenuti investigando fattori psicologici, fattori fisiologici e fattori clinici, implicati nella meditazione. Tali risultati vanno letti tenendo ben presenti le suddette premesse.
FATTORI PSICOLOGICI.
Gli approcci tipo Mindfulness, contrariamente a quelli di stampo cognitivista, non si focalizzano tanto sul pensiero, quanto piuttosto sulla relazione dell'individuo con i propri pensieri e, come già detto, si basano sull'osservazione non giudicante dei cambiamenti esterni ed interni così come emergono, in tempo presente. Mindufluness coinvolge tre funzioni: Intenzione + Attenzione + Attitudine. Anche se il focus non è ottenere cambiamenti cognitivo-comportamentali, di fatto questi si manifestano come conseguenza dell'essere Mindful; in particolare si è riscontrata una correlazione con:
- Decremento pensiero automatico e reattivo associato ai sentimenti di compassione e calma derivanti dalla meditazione.
- Migliore rievocazione di memorie autobiografiche.
- Miglioramento nell'attenzione sostenuta.
- Miglioramento dell'attenzione selettiva: inibizione di risposte a stimoli distraenti.
- Miglior shift, alternanza del focus attenzionale.
- Episodi di completa attenzione, totale assorbimento.
- Decremento nell'arousal tipica risposta del SN Autonomo e incremento dell'attività corticale.
- Veloce ritorno a condizioni normali di battito cardiaco e conduzione cutanea in seguito ad uno stress improvviso.
- Percezione visiva: miglioramento nella detezione di segnali visivi presentati per breve tempo.
- Regolazione emotiva.
La neuroplasticità consente infatti di rimodellare le reti neurali, spezzando le catene dei patterns abitudinari e attivando nuove connessioni. E' sufficiente la ripetizione di un compito per pochi mesi per attivare un processo plastico. Queste connessioni vengono rese salde dalla ripetizione costante dell'azione che le ha dapprima generate: tale ripetizione è la base per conquistare il passaggio da benefici di stato a benefici di tratto ed è una chiave fondamentale per garantire al soggetto una qualità di vita migliore, attraverso nuove prospettive indotte in modo intenzionale a livello cerebrale. La capacità di leggere la nostra mente, che si ottiene con la Mindfulness Meditation, consente quindi di orientare il nostro focus attentivo da vecchi a nuovi patterns psichici di varia natura, andando a migliorare la visione di sé (da storico-narrativa a immediata, presente), la rievocazione di memorie autobiografiche, gli schemi patologici di gestione emotiva e relazionale.- Percezione del dolore: attraverso un profondo stato meditativo è possibile indurre uno stato cerebrale sovrapponibile a quello dell'anestesia, riducendo l'attività cerebrale come in uno stato di riposo. Questo è stato dimostrato in uno studio su uno Yogi la cui attività cerebrale è stata registrata mediante EEG(2) mentre gli veniva fatto un piercing: il decremento di onde delta e theta a livello corticale, in particolare nella regione prefrontale e la comparsa di onde molto lente durante il piercing conferma l'ipotesi sopra riportata e conferma l'affermazione dello Yogi di non aver provato dolore. Particolare è il risultato riportato in un recente studio sugli effetti della Meditazione Trascendentale nella percezione del dolore ove si è riscontrata una differenza a livello cerebrale tra soggetti praticanti e soggetti non praticanti sottoposti a stimoli termici dolorosi, ma dove tuttavia, non si è riscontrata differenza in un'analisi soggettiva a posteriori: ovvero tutti i soggetti, indipendentemente dall'attivazione cerebrale registrata, hanno valutato gli stimoli dolorosi allo stesso modo. Questo effetto può essere ipoteticamente dovuto al fatto che sebbene tutti i partecipanti all'esperimento avessero percepito dolore in seguito alla somministrazione degli stimoli, i soggetti meditanti fossero stati molto meno turbati da essi e di conseguenza le aree cerebrali corrispondenti non si sono attivate come nei soggetti di controllo.
FATTORI FISIOLOGICI.
EEG.
Sia la concentrazione che la Mindfulness Meditation differiscono dal rilassamento secondo un indagine tramite EEG. In particolare la Mindfulness Meditation produce un aumento nell'attività di onde:
- Delta (regioni frontali e posteriori).
- Beta 1 (frontale, centrale, posteriore).
- Gamma: aumento dell'intensità e differenti patterns di distribuzione secondo le diverse pratiche meditative. Aumento della gamma-sincronia.
- Theta (regioni frontali): l'aumento dell'intensità di queste onde è proporzionale alla competenza acquisita con la pratica meditativa, quindi all'esperienza. Una meditazione di tipo Mindfulness produce un aumento maggiore rispetto alla concentrazione. Un ulteriore effetto abbondantemente dimostrato è l'aumento dell'attività theta a livello della midline frontale, prodotto dalle cortecce cingolata anteriore e prefrontale mediale e dorsolaterale ed è correlata con il livello di attenzione richiesto. Un aumento a livello di attività theta è correlato a sentimenti di pace interiore e con un minore contenuto di pensiero e una diminuzione di ansia.
- Alpha (centro-posteriore): anche solo il fatto di chiudere gli occhi determina minori stimoli sensoriali e di conseguenza crescenti onde alpha a livello occipitale. Viceversa l'aumento di stimolazioni sensoriali e di attenzione verso un qualcosa determina un decremento nelle onde alpha. Dunque l'incremento di onde alpha valutato con EEG e metodi di neuroimaging ha evidenziato un aumento di intensità correlato a una diminuzione dell'afflusso sanguigno nelle regioni corticali frontale inferiore, cingolata, temporale superiore e occipitale. Interessante è stato notare che l'intensità delle onde alpha fosse maggiore nei soggetti che meditavano durante la meditazione stessa rispetto alla situazione di controllo, ma questo aumento permaneva anche in stato di riposo se venivano confrontati i soggetti meditanti con i soggetti di controllo. Ciò determina un cambiamento apportato dalla meditazione sia a livello di stato, sia a livello di tratto: questi risultati non sono stati tuttavia confermati da tutta la letteratura sull'argomento. E' stato dimostrato che maggiore attività di onde alpha è associata a sentimenti di calma e positivi in generale, oltre che a più bassi livelli di ansia.
METODI DI NEUROIMAGING(3).
Si sono riscontrate differenze anche nella meditazione spontanea a la meditazione guidata, laddove la prima coinvolge l'attivazione del SN Autonomo Parasimpatico, con relative modifiche neurochimiche.
- Diversi tipi si meditazione attivano diversi circuiti neurali, per esempio è stata riscontrata un'attivazione della corteccia cingolata dorsale sia per meditazione di tipo Mindfulness (Vipassana) sia con meditazione tramite mantra (Kundalini Yoga), ma solo nella prima è stata identificata un'attivazione a livello temporale destro. E' stata riscontrata in entrambi i gruppi una simile, seppur non sovrapponibile, attivazione delle cortecce frontali e parietali.
- Aumento dello spessore corticale in entrambi gli emisferi: in particolare un'ampia regione a livello dell'insula e del solco frontale superiore e mediano destro e a livello del giro temporale superiore sinistro nella coda del solco centrale. Questa è stata la prima prova scientifica di una modifica strutturale indotta dalla pratica meditativa costante. La meditazione può prevenire l'assottigliamento della corteccia frontale dovuto all'invecchiamento, anche se in questo caso fattori neuroprotettivi ereditari non possono essere controllati.
- Fattori neuroprotettivi indotti dalla meditazione: blocco della riduzione del volume della materia grigia causato dall'invecchiamento e mantenimento dell'abilità attentiva. Effetto riscontrato in particolar modo a livello del Putamen: struttura importante per la funzione attentiva e posturale. Questo risultato potrebbe avere notevole rilevanza clinica per il trattamento della ADHD.
- Lateralizzazione emisferica: attivazione della corteccia prefrontale destra e sinistra i cui indici sono tono dell'umore e motivazione. Una maggiore intensità delle onde alpha a livello dell'emisfero sinistro indica una maggiore attivazione dell'emisfero destro durante la meditazione. Lateralizzazione destra per attivazione regioni talamiche. Suddividendo la pratica meditativa in fasi ha rilevato come ad ogni fase fosse associata l'attivazione di una particolare regione:
- Sensazioni corporee = maggiore attivazione parietale e frontale superiore, se motorie attivazione della corteccia motoria supplementare che potrebbe rivelare il richiamo a schemi motori celati o inconsci.
- Sensazione astratta di gioia = maggiore attivazione parietale e temporale superiore, compresa Area di Wernicke, attivazione sinistra derivante ipoteticamente dalla richiesta verbale astratta del compito o dall'associazione fra l'attività sinistra dominante per i soggetti destrimani e dalla valenza positiva del sentimento.
- Visualizzazione meditativa: forte attivazione del lobo occipitale, tranne area V1 in quanto area non necessaria per la consapevolezza visiva.
- Rappresentazione simbolica del sé = attivazione parietale bilaterale.
- La produzione di dopamina cresce durante la perdita di controllo cognitivo che avviene nella meditazione di tipo Yoga Nidra. In questo particolare tipo di meditazione il soggetto si astiene dalla volontaria applicazione di volontà nell'agire e e diviene un osservatore neutrale e distaccato. In questo studio è stato rilevato che questa mancanza di desiderio per l'azione è correlata con un decremento nell'afflusso si sangue nelle regioni prefrontali, del cervelletto e subcorticali, circuiti esecutivi dell'azione. In questa condizione è stato rilevato un aumento di dopamina endogena a livello dello striato ventrale. Questo studio è il primo che evidenzia una regolazione dello stato di coscienza con effetti a livello sinaptico ed ormonale.
- La lettura di salmi e per esteso anche di mantra vedici o scritture sacre in genere, produce in chi è religioso un aumento dell'attività prefrontale dorsolaterale e parietale mediale destra, rispetto a letture non religiose; probabilmente ciò è dovuto al fatto che tale circuito è implicato nell'attività cognitiva che elabora sensazioni emotive. La Preghiera determina un aumento dell'afflusso di sangue a livello parietale inferiore, prefrontale e frontale inferiore.
- La meditazione riduce il tasso metabolico dell'organismo mentre la respirazione lo aumenta. In generale la meditazione favorisce la sincronizzazione cardio-respiratoria.
- Effetti immunitari della meditazione: incremento degli anticorpi antinfluenzali.
- La difficoltà nella meditazione decresce proporzionalmente alla pratica effettuata.
- Comportamenti ritualistici, ritmici e lenti, stimolano il sistema parasimpatico il quale, raggiungendo livelli altissimi di attivazione, innesca i meccanismi inibitori dell'ippocampo, con il risultato di avere una deafferenzazione dell'area dell'orientamento con conseguente sensazione di unione “col tutto” tipica dell'estasi mistica. Allo stesso modo la danza o qualsiasi attività ritmica, producono stimolazioni del Sistema Nervoso Autonomo, inducendo stati di piacere: la ripetizione di un mantra, l'inalare incensi e altre singolari routine inducono più facilmente il raggiungimento di stati alterati di coscienza.
Benefici fisiologici:
- Migliore gestione delle emozioni negative, percezione del dolore inclusa, ed in generale differenze individuali negli stati affettivi, che potrebbero essere dovute ad un'alterazione dell'equilibrio interemisferico.
- Funzione immunitaria.
- L'attivazione della corteccia prefrontale è in stretta correlazione con l'attivazione del circuito del piacere, in particolare si può suddividere tale porzione cerebrale in due parti: la ventromediale e la orbito frontale. La prima è connessa all'elaborazione di emozioni spesso negative ed infatti è iperattiva negli stati di ansia e depressione; la seconda è il centro dell'attenzione, della memoria di lavoro e della percezione del tempo. La meditazione si è dimostrata avere effetti su quest'ultima svolgendo quindi importanti effetti antidepressivi.
- Rilassamento profondo che non ottunde l'attenzione, bensì la potenzia.
- Maggior controllo dei circuiti neuroendocrini e quindi miglior gestione dello stress:
- Regolazione del cortisolo, fondamentale ormone dello stress.
- Aumento notturno della melatonina.
- Riduzione della noradrenalina: ormone prodotto da ghiandole surrenali quando si è sotto stress.
- Aumento della serotonina: importante per la regolazione dell'umore (antidepressivo), della fame, della sete e del sonno.
- Aumento del DHEA (dedroepiandrosterone).
- Aumento del testosterone. - Maggior coerenza cerebrale, migliore comunicazione fra gli emisferi e capacità di adattamento:
- Maggiori livelli di coerenza e sincronizzazione cerebrale intra ed inetremisferica.
- Il cervello dei meditanti sembra poter ridurre il sovraccarico di input, semplificando la complessità.
Benefici personali:- Sviluppa la tolleranza.
- Promuove un atteggiamento non giudicante.
- Aiuta le persone a vivere bene le situazioni incerte e instabili.
- Stimola le persone a prendere contatto con se stesse e con la propria coscienza.
- Sviluppa la responsabilità personale.
- Organizza sentimenti che permangono.
Benefici clinici:
- Disturbi d'ansia.
- Disturbi della pelle correlati allo stress.
- Depressione.
- Patologie compulsive e dipendenze da uso di sostanze.
- ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività).
- Disturbi connessi allo stress.
- Patologie ossessive.
- Disturbi di personalità: borderline, narcisistica.
- Disturbi alimentari: bulimia.
- Dolore cronico.
- In generale migliora la consapevolezza e la stima di sé, gli stili di vita e riduce le recidive.
Di recente sono stati identificati diversi paradigmi terapeutici che abbinano esercizi di varia natura con pratiche meditative di altrettanta varia natura e che sono stati utilizzati nel trattamento di diverse patologie:
- MBRS Mindfulness-based stress reduction: formulato essenzialmente per pazienti affetti da stress e dolore cronico, è strutturato come una serie di incontri settimanali in gruppi da circa 30 partecipanti per 8-10 settimane. In gruppo si discutono strategie di coping, di stress e si assegnano compiti che poi i partecipanti dovranno svolgere individualmente. I partecipanti devono condurre individualmente 45 minuti di esercizi quotidianamente per 6 giorni la settimana. Questo tipo di tecnica comprende diverse pratiche come l'Hatha yoga, la focalizzazione su un oggetto (postura del corpo, respiro...) ed in generale devono cercare di mantenere uno stato di coscienza da osservatori e distaccato in ogni attività che compiono: mangiare, passeggiare...L'obiettivo è non identificarsi con i pensieri, emozioni, sensazioni che scorrono nella mente, lasciarli fluire senza giudicarne il contenuto, osservandone semplicemente il transitare come fossero onde del mare; l'attenzione deve rimanere sul focus stabilito.
- MBCT Mindfulness Based Cognitive Therapy: come il precedente ma con l'aggiunta di una elaborazione da farsi sui pensieri esplicitando la differenza fra il soggetto ed il pensiero avuto, per esempio ripetendosi: “io non sono i miei pensieri”. Questo trattamento è stato applicato per prevenire ricadute in stati di depressione maggiore poiché si pensa eviti il pericolo del degenerare dei pensieri in rimuginazioni poiché il soggetto si distacca emotivamente dai pensieri non entrandovi a capo fitto.
- ACT Acceptance and commitment therapy: sebbene non sia una tecnica meditativa ha i medesimi scopi dei precedenti approcci ovvero: osservare in modo distaccato i pensieri e non identificarsi con essi.
- DBT Dialectical behaviour therapy: considera la realtà come una manifestazione di forze contrastanti in cui il soggetto si attiva per cambiare le abitudini negative che possiede, ma accetta serenamente la sua condizione quale situazione in cambiamento.
- Relapse Prevention: utilizzata per i disturbi da dipendenze: le crisi di astinenza vengono viste come increspature dell'oceano da cavalcare che poi passano.
(1) La neuroplasticità consente di rimodellare le reti neurali, spezzando le catene di patterns abitudinari e attivando nuove connessioni. E' sufficiente la ripetizione di un compito per pochi mesi per attivare un processo plastico. Queste connessioni vengono rese salde dalla ripetizione costante dell'azione che le ha dapprima generate. Semplicemente ponendo attenzione costante e focalizzata sulle estremità del proprio corpo, praticanti di thai Chi hanno dimostrato un aumento nell'acuità tattile. Questa acuità nella percezione tattile era tanto maggiore quanto più giovani erano i praticanti e direttamente proporzionale agli anni di pratica effettuati. Ulteriori esempi di questa importante funzione cerebrale che fino a poco tempo fa si pensava essere esclusiva di alcune fasi della vita umana, prevalentemente infantile nei cosiddetti periodi critici, sono costituiti dalle osservazioni svolte su tassisti londinesi e musicisti. I primi hanno mostrato un ippocampo destro, fondamentale per il loro lavoro, molto più sviluppato, mentre i secondi, così come altri soggetti che per mestiere o passatempo compiono movimenti routinari in maniera costante, ampliano l'area corticale motoria primaria che sottende tali movimenti e, qualora si trovino ad utilizzare strumenti di qualsivoglia genere, per esempio racchette per i tennisti, si trovano ad ampliare il loro campo percettivo non limitandolo al proprio corpo, ma estendendolo al tool così ripetutamente utilizzato.
(2) -EEG – Registrazione dell'Attività Elettrica Cerebrale:
- Onde delta (0.5-4 Hz) = presenti durante il sonno non REM e associate a condizioni patologiche tipo il tumore.
- Onde theta (4-8 Hz) = associate all'allerta, all'attenzione, alla risposta a compiti cognitivi e percettivi, all'orientamento alla memoria di lavoro e all'elaborazione emotiva; ci sono due tipi di attività theta, di cui una connessa a livelli più bassi di allerta. In generale un'attività theta accresciuta, è indicativa di un aumento nell'elaborazione cognitiva e della consapevolezza.
- Onde alpha (8-12 Hz) = presenti in stato di rilassamento e di cessata attività cognitiva: non appena un individuo comincia un compito cognitivo l'attività alpha cessa e questo fenomeno è detto alpha blocking o desincronizzazione. La desincronizzazione più elevata di bande alpha indica un aumento nell'elaborazione cognitiva e nell'attenzione a stimoli esterni, mentre la sincronizzazione riflette un'attenzione interna. Alpha veloce indica un'attività cognitiva connessa al compito specifico, mentre lenta indica un'attività cognitiva non connessa al compito.
- Onde beta (12-30 Hz) = legate ad attività cognitive, allerta.
- Onde gamma (30-70 Hz) = associate a attività significative e all'integrazione della singola informazione in un tutto coerente.
(3) METODI FUNZIONALI - NEUROIMAGING: la quantità di sangue che irrora un dato tessuto ed il metabolismo dipendono dal grado di attivazione di quella determinata area. Questi metodi utilizzano un tracciante che con varie metodologie viene poi rilevato, indicando l'apporto maggiore di flusso ematico alle zone cerebrali che saranno più coinvolte nel particolare compito cognitivo valutato. Tali metodi sono:
Misurazione del FLUSSO EMATICO CEREBRALE.
SPECT Tomografia ad Emissione di Singoli Fotoni.
PET Tomografia ad Emissione di Positroni.
f-RMI Risonanza Magnetica Funzionale.
Etichette:
ananda,
anima,
bhakti yoga,
centro studi bhaktivedanta,
cervello femminile,
concentrazione,
corpo,
csb,
identità,
inconscio,
marco ferrini,
meditazione,
neuroplasticità,
psiche,
rilassamento,
Sè
Iscriviti a:
Post (Atom)

