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giovedì 7 luglio 2011

SHOPPING: MALATTIA O TERAPIA? di Caterina Carloni.

Gli americani lo chiamano compulsive buying ma il termine scientifico è oniomania (termine coniato nel 1915 dallo psichiatra tedesco Kraepelin). Malattia, sindrome, mania: gli esperti stanno ancora cercando una posizione comune. Certo è che, nel 2001, l'American Psychiatric Association ha inserito lo shopping compulsivo tra i cosiddetti "disordini ossessivi". Contano la frequenza (la sindrome deve manifestarsi almeno una volta a settimana), le proporzioni (parliamo di spese senza senso, di conti in rosso, di oggetti completamente inutili, di vestiti che non verranno mai indossati), il senso di colpa (quello che assale l'oniomane qualche ora dopo, appena mette piede in casa e prende coscienza della quantità di sacchi e sacchetti pieni di roba che quasi non ricorda di aver comprato).

lunedì 12 aprile 2010

L'IMPORTANZA RELATIVA E ASSOLUTA DEGLI ALTRI di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Aristotele diceva che l'uomo è un animale sociale, l'essere umano non può vivere senza gli altri, qualsiasi posizione assuma nella società vive sempre in relazione con gli altri; perfino nel sogno ci sono gli altri e non solo gli amici occupano costantemente la nostra coscienza e ci incatenano a loro, ma anche i nemici possono farlo, addirittura con maggior efficacia, divenendo i cardini attorno ai quali la vita scorre in una relazione dolorosa. Gli altri possono quindi costituire fonte di gioia, soddisfazione e nostra ispirazione o di sofferenza e sentimenti negativi; certo è che hanno un'influenza notevole sullo sviluppo della nostra personalità e ne siamo in qualche misura dipendenti. Che siamo dipendenti da amici o che siamo dipendenti da nemici, siamo sempre nella necessità di rapportarci agli altri. Gli altri rappresentano inoltre il nostro banco di prova, la nostra cartina di tornasole, il nostro metro di confronto: una persona non sa nemmeno quel che vale se non si raffronta con gli altri, un bambino non impara né a camminare né a parlare senza gli altri. Dunque, l'essere umano non può esistere senza gli altri, perde anche la cognizione di sé, a meno che non sia così evoluto spiritualmente da avere realizzato la propria natura assoluta, la nitya svarupa, cioè quella identità ultima che è la sua vera intima essenza, eterna, immutabile ed indipendente da circostanze esteriori. Se nel relativo gli altri sono essenziali per tutte le ragioni sopraccitate, nell'assoluto lo sono in quanto oggetti della nostra compassione, destinatari del nostro amore, terminali della nostra relazione d'affetto: quindi non per prendere, ma per dare. L'assoluto porta in sé un’auto-soddisfazione, un’auto-soddisfacimento, una beatitudine tutta interiore, per cui gli altri non sono più il nostro nutrimento essenziale, ma sono elementi a cui inevitabilmente ci sentiamo connessi ed in armonia in quanto figli di uno stesso Creatore. Tale processo inizia quando inizia la realizzazione e culmina al momento della realizzazione spirituale: essa avanza per gradi e nella misura in cui il soggetto gradualmente evolve, scopre gli altri quali oggetti del suo amore. La società sarebbe un nome astratto se non fosse composta di donne e di uomini, di individui che lottano per raggiungere la felicità, la libertà o lottano anche semplicemente per conoscersi, per sapere chi sono, per comprendere la natura delle loro inclinazioni, la natura dei loro istinti, la natura dei loro bisogni e dei loro desideri.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta (20 e 27 Novembre, 4 Dicembre 2008).

mercoledì 18 febbraio 2009

LA DIPENDENZA DEL XXI SECOLO: INTERNET ADDICTION DISORDER di Tania Zakharova


LA DIPENDENZA DEL XXI SECOLO:
INTERNET ADDICTION DISORDER.

di Tania Zakharova.


La tecnologia modifica le nostre abitudini e la nostra vita, ma di fronte agli innumerevoli vantaggi apportati dall’applicazione di queste nuove tecniche, iniziano a manifestarsi “situazioni particolari” definite da alcuni autori come psicotecnologie. La mancanza di punti di riferimento nei confronti dei problemi esistenziali, il facile accesso all’informazione di qualsiasi tipo senza nessun criterio etico-morale e l’ininterrotto bombardamento dei mass media con i messaggi mirati alla creazione di condizionamenti sempre crescenti, hanno contribuito alla creazione del fenomeno che secondo la terminologia in lingua inglese oggi in uso, viene definito come cyber-dipendenza o virtual life addiction. L’utilizzo del personal computer richiede un reale adattamento mentale alle sue funzioni e di conseguenza spinge il soggetto ad adeguare le proprie capacità cognitive al funzionamento della macchina; in questo modo si crea un’interazione fra le nuove apparecchiature e il nostro apparato psichico. Come evidenziano diversi studi psicologici, nel videogioco e nel gioco on-line (nel quale possono collegarsi in rete diversi utenti per interagire mediante personaggi virtuali) il dispositivo tecnologico è in grado, con raffinate simulazioni, di gestire un essere umano come una tastiera sulla quale premere i tasti giusti perché in risposta il suo organismo produca i neurotrasmettitori e le secrezioni ormonali relative alle emozioni e alle reazioni volute dal gioco: paura, allarme, umiliazione, depressione, rabbia, aggressività, ossessione, eccitazione, esultanza. Second Life, World of Warcraft e prima Dark Age Of Camelot sono esempi di mondi virtuali online dove migliaia di giocatori si riuniscono per giocare. La dipendenza da Internet ha stimolato numerose ricerche e studi in ambito internazionale negli ultimi dieci anni. Un'analisi accurata di queste dipendenze ha mostrato quanto le tecno-illusioni siano funzionali a scaricare la frustrazione di un mancato contatto con la realtà pratica e a mettere questa frustrazione «a profitto», rendendola vantaggiosa per la grande industria dell'intrattenimento. Alcune ricerche hanno evidenziato nelle persone con dipendenze da internet problemi come alterazioni dell'umore e dello stato di coscienza, ansia, difficoltà di gestione degli impulsi e disistima. Nei soggetti, che arrivano a stare on-line 40 e più ore a settimana, la dipendenza da Internet comporta problemi fisici come mal di testa, disturbi del sonno, stanchezza degli occhi, irregolarità nell’alimentazione, ma le conseguenze maggiori e più gravi sono quelle psicologiche, familiari, lavorative ed economiche. L’abuso di Internet compromette la vita relazionale e affettiva del soggetto e spesso on-line nascono relazioni facilitate dall’anonimato, dalla semplicità del contatto virtuale. L’impossibilità di poter accedere a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interpersonali diminuisce la possibilità di accesso ad informazioni fondamentali nell’interazione tra individui. L’anonimato e l’assenza di vincoli spazio-temporali possono porsi come fattori di rischio creando sensazioni d’onnipotenza legate all’uso di Internet e ai disturbi di personalità spesso descritti nelle situazioni di grave intossicazione. Alcuni studiosi statunitensi hanno evidenziato un cambiamento nelle modalità di comunicazione del linguaggio parlato degli adolescenti in relazione all’uso dell’informatica. Sempre più spesso questi adolescenti terminano le frasi in tono crescente e lievemente dubitativo, come per suggerire che tutto ciò che dicono sia una domanda più che un’affermazione (fenomeno di upspeak). La natura condizionale e aperta di questo nuovo modo di parlare sembra suggerire che i pensieri di ciascuno, per avere un senso ed essere convalidati, devono essere sempre collegati alle reazioni altrui. Un intervento condotto dal Prof. M. Marcucci e dal Dott. G. Lavenia della Cattedra di Psicologia delle Dipendenze Patologiche, Università degli Studi di Urbino, parte da una valutazione clinica del livello di coinvolgimento raggiunto con la rete, da una attenta analisi della qualità della vita affettiva del soggetto e dalla sua integrazione sociale precedente allo sviluppo del quadro psicopatologico. Alcuni casi hanno evidenziato come l’aumento del tempo trascorso in rete sia aumentato in maniera eccessiva, tanto da produrre un danno nella qualità della vita del soggetto in rapporto ad un precedente evento traumatico che l’individuo ha vissuto e che non è stato in grado di “rielaborare” per la sua importanza. Adottando tale metodologia sono stati valutati 500 soggetti italiani, 350 uomini e 150 donne, d’età compresa tra i 15 e i 44 anni sparsi in tutto il territorio nazionale e reperiti grazie alla collaborazione di Internet Point e Biblioteche Multimediali. L’analisi qualitativa dei risultati evidenzia differenze significative nei processi psicologici messi in atto da tre gruppi problematici:
  • Il gruppo degli utenti a rischio (22%) presenta un vissuto di curiosità nei confronti delle opportunità offerte dalla rete. Questo stadio porta a vedere solo gli aspetti positivi del mezzo tecnologico incoraggiandone l’utilizzo. Tendono ad apprendere come muoversi in questo nuovo mondo e si costruiscono una specie di nuova identità. I soggetti appartenenti a questo gruppo evidenziano gravi sentimenti di frustrazione e inutilità in ambito lavorativo e/o familiare tendendo ad utilizzare internet per “scaricare” la propria insoddisfazione e costruire il proprio mondo mentale, mondo dove finalmente si sentono accettati e compresi.
  • Il gruppo degli utenti “abusatori” (29%) manifesta caratteristiche simili ai soggetti che frequentemente utilizzano gli oppiacei: gravi problemi nelle relazioni affettive, importanti problematiche lavorative legate all’utilizzo della rete, problematiche psicofisiche. Questa peculiarità “amplifica” il senso d’isolamento nella vita reale ma permette ai soggetti, nascosti dietro lo schermo del computer, di controllare nel “loro nuovo mondo virtuale” le relazioni sociali che tanto li preoccupavano in passato. Una sorta di meccanismo di difesa che, come spesso accade, porta ad un peggioramento e ad una cronicizzazione dei sintomi trascinando in breve tempo questi soggetti nella categoria “addicted”.
  • Il gruppo degli utenti dipendenti (11%) presenta aspetti psicopatologici più gravi; in alcuni casi disturbi dissociativi, allucinazioni semplici visive, tremori. I soggetti valutati come dipendenti tendono a prolungare i tempi di collegamento prefissati, spendono grandi quantità di tempo nella ricerca del materiale da utilizzare in rete, interrompono o riducono importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’utilizzo d’internet; utilizzano in maniera continua il “net” nonostante la consapevolezza di avere un problema sociale, psichico o fisico collegato ad esso.
Non è un segreto che le persone che vivono in società avanzate stanno attraversando un momento di crisi – una crisi basata sull’avere a disposizione tutti i mezzi economici ed informatici ma contemporaneamente un vuoto interiore, la crisi di vivere con simboli che non rappresentano più valori reali. Internet rappresenta uno strumento utile e potente, multidimensionale, ormai indispensabile per il lavoro, per lo studio, per il gioco, per le indagini. Le opportunità che offre sono molteplici ma, come tutti gli strumenti, può apportare benefici solo se è utilizzato da chi possiede retta conoscenza, discernimento e una buona motivazione. La realtà virtuale può anche contribuire al bene dell'uomo, ad esempio, se utilizzata a scopo terapeutico, può essere un valido aiuto per limitare la percezione del dolore psicofisico. Non sentire il dolore delle ustioni grazie ad un ghiacciaio virtuale, camminare con la leggerezza di una persona magrissima anche se il corpo è obeso, avere l'impressione di muovere un braccio paralizzato: la ricostruzione della realtà tramite computer può aiutare chi soffre a guarire. Negli ultimi anni Hunter Hoffman, psicologo del Medical Center di Seattle, ha messo a punto degli strumenti appositamente studiati per raggiungere lo scopo. Lo studioso, ha infatti creato, tramite la tecnologia virtuale, alcuni mondi fantastici con funzione "analgesica". Una delle realtà virtuali più efficaci è lo "SnowWorld", mondo costruito tra i ghiacci utilizzato per ridurre la sofferenza degli ustionati durante il cambio delle fasciature. Il principio di funzionamento dei "mondi virtuali" si basa sul fatto che per provare dolore è necessaria una certa concentrazione sulle sensazioni dolorose. Dal momento che le facoltà collegate all'attenzione umana sono limitate, se la propria attenzione viene dedicata a qualcosa di molto coinvolgente, viene contemporaneamente sottratta alla percezione del dolore. L’applicazione della realtà virtuale facilita la visualizzazione ma, come è già stato appurato scientificamente, l’essere umano, tramite la meditazione, è in grado di produrre nel corpo e nella mente lo stesso effetto dei tranquillanti ed altre sostanze, come l'endorfina. Uno dei ricercatori più attivi degli ultimi anni, Richard Davidson dell'Università di Wisconsin, Stati Uniti, nei suoi lavori svela dati interessanti e sorprendenti su questa pratica millenaria. “I nostri risultati indicano che la meditazione produce effetti biologici, ovvero modificazioni nel cervello associate ad emozioni più positive, migliorando anche la funzione immunitaria”. La visualizzazione meditativa costituisce una pratica fondamentale che si collega a molti metodi già consolidati e accettati in ambito psicologico e psicoterapeutico, con studi scientifici che ne attestano efficacia. Come spiega nei suoi lavori il fondatore dell’Accademia delle Scienze Tradizionali dell’India, Marco Ferrini, Ph.D.Psychology, grazie alla visualizzazione meditativa noi possiamo creare gli effetti che desideriamo in quanto il sistema nervoso non ha nessuna capacità di distinguere tra l’immaginario e il reale. Nella tradizione Bhakti-Vedantica, la visualizzazione (darshana) è uno dei più antichi ed efficaci metodi per la gestione dei contenuti psichici. Possiamo infatti imparare a trasformare le convinzioni che sono la causa di gravi squilibri emotivi e di sofferenze, rafforzando la nostra capacità di affrontare crisi e traumi ed apportando così miglioramenti concreti nella nostra vita psichica. Attraverso la concentrazione e la visualizzazione, si ottiene una presa di consapevolezza dei meccanismi inconsci, di memorie emotive perdute, di rapporti che sfuggono, e di tutti quegli oggetti psichici che possono essere rievocati, illuminati, corretti, recuperati per ristabilire un maggior equilibrio e rafforzare nel soggetto la capacità di gestione dell'emotività. Nella pratica di visualizzazione, alla mente affiorano suoni, immagini, impressioni, e su questi prodotti psichici individuali si può portare avanti un lavoro di elaborazione e sublimazione. L'esperienza della visualizzazione meditativa nell'ambito della disciplina Bhakti-Vedantica, ha portato in molti soggetti miglioramenti consistenti, perfino la remissione completa di sintomi quali angoscia, depressione o alienazione, attraverso lo sviluppo di una percezione più profonda della propria identità, un crescente senso di progettualità ed una applicazione pianificata e consapevole delle scelte di vita.

Bibliografia:
"Modulation of thermal pain-related brain activity with virtual reality: evidence from fMRI".
Hunter G. Hoffman; Todd L. Richards; Barbara Coda; Aric R. Bills; David Blough; Anne L. Richards; Sam R. Sharar. Neuroreport, June 7, 2004, Volume 15, Issue 8.