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venerdì 7 gennaio 2011

SEMINARIO ESTIVO 2010 con Marco Ferrini (Matsyavatara Das).




Un breve video del seminario estivo 2010. Per chi ha partecipato è un bel ricordo immortalato dalla telecamera, e per chi non c'era è un'ottima occasione per rendersi conto di cosa è un seminario del Centro Studi Bhaktivedanta.
Buona visione a tutti voi!

lunedì 12 luglio 2010

LA FUNZIONE POSITIVA DELLE EMOZIONI NEGATIVE (PARTE PRIMA) di Diana Vannini.

Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall'aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell'università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria.

lunedì 7 giugno 2010

LA VERA FELICITA': ANANDA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi; quest'ultimo non rappresenta neanche l'ombra di tale felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge vengono considerati prodotti illusori della vita umana(1). Quando l'essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione. Colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico e diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. L'involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha. Ananda appartiene all'atman, che costituisce la vera sorgente energetica della persona, di natura puramente spirituale, non fisica o psichica, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono sat e cit.

giovedì 3 giugno 2010

DIALOGO TRA BHAGAVAD-GITA E DIVINA COMMEDIA. IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE, DELLA RINASCITA E DELL'AMORE.


Firenze, 30 Maggio 2010 - Ore 16.00
Palazzo Vecchio - Piazza della Signoria, Salone dei Cinquecento, Firenze.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

'L'amor che move il sole e l'altre stelle'.
Nella prestigiosa cornice storico-artistica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, Marco Ferrini terrà una conferenza nella quale dialogheranno la Divina Commedia e la Bhagavad-Gita, universali monumenti del pensiero occidentale e orientale che, a distanza di molti secoli, ancora ispirano l’uomo moderno nel suo anelito di evoluzione e realizzazione, sia dal punto di vista laico che religioso. Esplorando le convergenze esistenziali tra queste due opere di filosofia perenne, i partecipanti avranno l’opportunità di fare un viaggio in altre dimensioni che rappresentano differenti livelli di coscienza nella ricerca del senso della vita. La Commedia e la Gita sono un compendio d’insegnamenti cosmogonici, antropologici ed escatologici, di filosofia, psicologia, etica e spiritualità. L’intreccio di queste tematiche esprime la sostanziale continuità tra i diversi piani dell’essere e la fitta serie di corrispondenze fra micro e macrocosmo.Se è vero che un’opera è grande nella misura in cui fornisce strumenti teorici e pratici per poter realizzare livelli alti di consapevolezza, e se offre concetti, suggestioni, modelli di vita adatti ad affrontare e risolvere i problemi esistenziali dell’individuo e quelli più complessi della società, allora non è azzardato affermare che la Commedia e la Gita sono scritti di intramontabile valore.

‘La mia vita non è stata che una serie di tragedie esteriori,
e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile,
è dovuto al’insegnamento della Bhagavad-gita’.
(Mahatma Gandhi)

venerdì 14 maggio 2010

IL COMPLESSO DI COLPA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


Come il senso di inferiorità, il senso di colpa non è qualcosa di patologico di per sé. Noi possiamo provare tutti giorni un senso di colpa o un senso d'inferiorità, l'importante è saperlo gestire, saperlo armonizzare, saperlo riportare a una costruttiva operatività. Il senso d'inferiorità può infatti infondere uno stimolo a studiare, ad imparare meglio una performance, a frequentare persone più sagge o più lungimiranti di noi e dunque, se saputo gestire, è stimolante. Allo stesso modo il senso di colpa costituisce di per sé un indice di salute psichica, di buona coscienza e può rappresentare uno stimolo a migliorare la nostra performance morale, etica; può costituire un incentivo a diventare più utili per gli altri, non solo a ripagare danneggiamenti che abbiamo compiuto in quanto esseri umani fallaci. Il senso di colpa, così come il senso di inferiorità, non deve però degenerare in un'angoscia continua, la quale produrrebbe una serie di comportamenti distruttivi verso sé stessi e verso gli altri. Entrambi questi “sentimenti” rischiano di diventare complessi quando scivolano nell'inconscio e la persona che ne è affetta, non essendone più consapevole, si ritrova proiettata in coazioni a ripetere non sapendo perché sta mettendo in atto certi comportamenti distruttivi. Il senso di colpa può essere utilizzato costruttivamente impegnandosi in attività sociali quali la beneficenza ed il volontariato, tentando di alleviare le altrui sofferenze e problematiche; se infatti aiutiamo gli altri a realizzarsi, il nostro senso di colpa scompare.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, 20, 27 Novembre e 4 Dicembre 2008.

mercoledì 25 febbraio 2009

IL RUOLO DELLA VOLONTA' NELL'ARMONIZZAZIONE E SVILUPPO DELLA PERSONALITA': SVILUPPO DELLA DETERMINAZIONE E DELLA PERSEVERANZA di Marco Ferrini

IL RUOLO DELLA VOLONTA' NELL'ARMONIZZAZIONE
E SVILUPPO DELLA PERSONALITA':
SVILUPPO DELLA DETERMINAZIONE E DELLA PERSEVERANZA.
di Marco Ferrini.

Analizzando il rapporto tra il sé e la volontà da una parte e le varie altre funzioni psichiche dall'altra, possiamo renderci conto di quanto sia stretto, convergente, quasi identificante, il legame tra la volontà e il sé e quanto attraverso la volontà il sé agisca sulle altre funzioni psichiche, le governi e le orienti. Il processo inconscio non possiede una propria volontà, è piuttosto automatico; non possiamo vederlo in movimento con gli occhi né esaminarlo con la mente razionale, ma possiamo sperimentare che esiste una dinamica per la quale esso agisce spontaneamente rispondendo agli input che gli abbiamo fornito col pensiero cosciente, con o senza un deliberato atto volitivo. Il pensiero cosciente sceglie gli scopi, seleziona i dati, calcola, valuta e giunge a conclusioni e, generalmente senza saperlo, mette in moto il processo inconscio. Attraverso la volontà - che rappresenta la funzione più immediata e più diretta dell’io - si può produrre un’immagine mentale dello scopo che si vuole raggiungere, e questa mette in moto nell’inconscio un’attività diretta a realizzare tale scopo, sebbene noi rimaniamo all’oscuro del modo in cui opera. Il pensiero cosciente non è, perciò, l'esecutore materiale del risultato, ma colui che ne attiva i meccanismi(1). Dunque agire qui ed ora nel modo più eticamente corretto possibile (dharmya) permette poi al processo inconscio di raggiungere spontaneamente, senza eccessiva fatica, i migliori risultati. Ecco perché chi si occupa diligentemente e con fiducia del qui ed ora, non ha necessità di preoccuparsi per il futuro, perché gli obiettivi verranno conseguiti dal processo inconscio che avremo messo in moto. La volontà è ottimamente usata quando si limita a fornire l’impulso iniziale e lascia che l’elaborazione inconscia segua naturalmente e spontaneamente. Per avere pieno, soddisfacente e duraturo successo nell'utilizzo della volontà, dobbiamo dunque operare attraverso di essa, non direttamente applicata allo scopo finale, bensì alla gestione delle funzioni psichiche. Infatti, il miglior utilizzo della volontà lo si ottiene quando attraverso di essa si attivano e si dirigono tutte le forze del mondo psichico. Come nel mondo fisico prima di agire si deve tener conto del complesso sistema di leggi che lo governa, similmente, prima di dare corso ad un atto volitivo si debbono considerarare le forze psichiche che tale atto implica e le leggi che lo governano.
Fede, disciplina, coraggio, interesse, ottimismo, tendere ad uno scopo evolutivo e costruttivo, tutto ciò rafforza la volontà e la vitalità. Futilità, pessimismo, frustrazione, rancore, risentimento, invidia, gelosia, paure, nostalgie, attivano dinamiche distruttive che riducono la forza di volontà e la vitalità e di conseguenza anche la prospettiva della vita. Con questo tipo di attitudine si accelera anche il processo dell'invecchiamento.

Esercizio della determinazione e della perseveranza.
La determinazione è uno stato mentale che può essere coltivato e sviluppato con la giusta predisposizione. Come tutti gli stati mentali, la determinazione scaturisce da fattori psicoemotivi e attitudinali ben precisi, tra questi:
1. Desiderio. In presenza di un desiderio intenso e ben definito è più facile sviluppare e mantenere la determinazione nel perseguire l'obiettivo che ci si è prefissi.
2. Definizione di scopo. Sapere ciò che si vuole è la prima cosa e, forse, la più importante, per sviluppare la determinazione. Una forte motivazione aiuta a superare difficoltà iniziali e imprevisti.
3. Fiducia in se stessi. II credere nella propria capacità di poter conseguire un risultato, incoraggia a seguire il piano con determinazione.
4. Definizione di programmi. Programmi organizzati, sebbene inizialmente non accurati e non ben centrati, incoraggiano la determinazione e rafforzano la perseveranza.
5. Conoscenza accurata. Sapere che i propri progetti sono saldamente fondati su di una conoscenza approfondita della realtà e su esperienze di natura evolutiva, favorisce la determinazione. La «presunzione», al contrario del «sapere», indebolisce la determinazione.
6. Cooperazione. L'empatia, la tolleranza, la comprensione e la cooperazione armonica tra i membri del gruppo rafforzano la determinazione di ciascun membro o componente di quest'ultimo.
7. Forza di volontà e progettualità. L'esercizio costante di coltivare la volontà e di concentrare i propri pensieri – in maniera proattiva - sulla definizione di un progetto, al fine di programmare l'ottenimento degli obiettivi che ci siamo prefissi, sviluppa la determinazione.
8. Abitudine. La determinazione è il diretto risultato della nostra impostazione mentale, di un’abitudine, ovvero di una deliberata impostazione all'azione adottata come criterio costante di comportamento consapevole. La nostra conformazione mentale si modifica a seconda delle azioni che compiamo e che, seppur inconsciamente, influenzano la struttura psichica con modelli comportamentali che vengono assorbiti e automaticamente riproposti secondo gli schemi adottati ed acquisiti. La paura, una delle più pericolose e peggiori emozioni distruttive, può essere ad esempio effettivamente curata dalla ripetizione volontaria e sistematica di atti di coraggio. Ciò è ben noto a tutti coloro che hanno fatto quest’esperienza.

(1) Cfr. BG. III.27: “Sviato dall'influenza dell'ego, il sé spirituale crede di essere l'autore delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dai guna, [le tre energie archetipe costituenti la Natura]”.

mercoledì 18 febbraio 2009

LA DIPENDENZA DEL XXI SECOLO: INTERNET ADDICTION DISORDER di Tania Zakharova


LA DIPENDENZA DEL XXI SECOLO:
INTERNET ADDICTION DISORDER.

di Tania Zakharova.


La tecnologia modifica le nostre abitudini e la nostra vita, ma di fronte agli innumerevoli vantaggi apportati dall’applicazione di queste nuove tecniche, iniziano a manifestarsi “situazioni particolari” definite da alcuni autori come psicotecnologie. La mancanza di punti di riferimento nei confronti dei problemi esistenziali, il facile accesso all’informazione di qualsiasi tipo senza nessun criterio etico-morale e l’ininterrotto bombardamento dei mass media con i messaggi mirati alla creazione di condizionamenti sempre crescenti, hanno contribuito alla creazione del fenomeno che secondo la terminologia in lingua inglese oggi in uso, viene definito come cyber-dipendenza o virtual life addiction. L’utilizzo del personal computer richiede un reale adattamento mentale alle sue funzioni e di conseguenza spinge il soggetto ad adeguare le proprie capacità cognitive al funzionamento della macchina; in questo modo si crea un’interazione fra le nuove apparecchiature e il nostro apparato psichico. Come evidenziano diversi studi psicologici, nel videogioco e nel gioco on-line (nel quale possono collegarsi in rete diversi utenti per interagire mediante personaggi virtuali) il dispositivo tecnologico è in grado, con raffinate simulazioni, di gestire un essere umano come una tastiera sulla quale premere i tasti giusti perché in risposta il suo organismo produca i neurotrasmettitori e le secrezioni ormonali relative alle emozioni e alle reazioni volute dal gioco: paura, allarme, umiliazione, depressione, rabbia, aggressività, ossessione, eccitazione, esultanza. Second Life, World of Warcraft e prima Dark Age Of Camelot sono esempi di mondi virtuali online dove migliaia di giocatori si riuniscono per giocare. La dipendenza da Internet ha stimolato numerose ricerche e studi in ambito internazionale negli ultimi dieci anni. Un'analisi accurata di queste dipendenze ha mostrato quanto le tecno-illusioni siano funzionali a scaricare la frustrazione di un mancato contatto con la realtà pratica e a mettere questa frustrazione «a profitto», rendendola vantaggiosa per la grande industria dell'intrattenimento. Alcune ricerche hanno evidenziato nelle persone con dipendenze da internet problemi come alterazioni dell'umore e dello stato di coscienza, ansia, difficoltà di gestione degli impulsi e disistima. Nei soggetti, che arrivano a stare on-line 40 e più ore a settimana, la dipendenza da Internet comporta problemi fisici come mal di testa, disturbi del sonno, stanchezza degli occhi, irregolarità nell’alimentazione, ma le conseguenze maggiori e più gravi sono quelle psicologiche, familiari, lavorative ed economiche. L’abuso di Internet compromette la vita relazionale e affettiva del soggetto e spesso on-line nascono relazioni facilitate dall’anonimato, dalla semplicità del contatto virtuale. L’impossibilità di poter accedere a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interpersonali diminuisce la possibilità di accesso ad informazioni fondamentali nell’interazione tra individui. L’anonimato e l’assenza di vincoli spazio-temporali possono porsi come fattori di rischio creando sensazioni d’onnipotenza legate all’uso di Internet e ai disturbi di personalità spesso descritti nelle situazioni di grave intossicazione. Alcuni studiosi statunitensi hanno evidenziato un cambiamento nelle modalità di comunicazione del linguaggio parlato degli adolescenti in relazione all’uso dell’informatica. Sempre più spesso questi adolescenti terminano le frasi in tono crescente e lievemente dubitativo, come per suggerire che tutto ciò che dicono sia una domanda più che un’affermazione (fenomeno di upspeak). La natura condizionale e aperta di questo nuovo modo di parlare sembra suggerire che i pensieri di ciascuno, per avere un senso ed essere convalidati, devono essere sempre collegati alle reazioni altrui. Un intervento condotto dal Prof. M. Marcucci e dal Dott. G. Lavenia della Cattedra di Psicologia delle Dipendenze Patologiche, Università degli Studi di Urbino, parte da una valutazione clinica del livello di coinvolgimento raggiunto con la rete, da una attenta analisi della qualità della vita affettiva del soggetto e dalla sua integrazione sociale precedente allo sviluppo del quadro psicopatologico. Alcuni casi hanno evidenziato come l’aumento del tempo trascorso in rete sia aumentato in maniera eccessiva, tanto da produrre un danno nella qualità della vita del soggetto in rapporto ad un precedente evento traumatico che l’individuo ha vissuto e che non è stato in grado di “rielaborare” per la sua importanza. Adottando tale metodologia sono stati valutati 500 soggetti italiani, 350 uomini e 150 donne, d’età compresa tra i 15 e i 44 anni sparsi in tutto il territorio nazionale e reperiti grazie alla collaborazione di Internet Point e Biblioteche Multimediali. L’analisi qualitativa dei risultati evidenzia differenze significative nei processi psicologici messi in atto da tre gruppi problematici:
  • Il gruppo degli utenti a rischio (22%) presenta un vissuto di curiosità nei confronti delle opportunità offerte dalla rete. Questo stadio porta a vedere solo gli aspetti positivi del mezzo tecnologico incoraggiandone l’utilizzo. Tendono ad apprendere come muoversi in questo nuovo mondo e si costruiscono una specie di nuova identità. I soggetti appartenenti a questo gruppo evidenziano gravi sentimenti di frustrazione e inutilità in ambito lavorativo e/o familiare tendendo ad utilizzare internet per “scaricare” la propria insoddisfazione e costruire il proprio mondo mentale, mondo dove finalmente si sentono accettati e compresi.
  • Il gruppo degli utenti “abusatori” (29%) manifesta caratteristiche simili ai soggetti che frequentemente utilizzano gli oppiacei: gravi problemi nelle relazioni affettive, importanti problematiche lavorative legate all’utilizzo della rete, problematiche psicofisiche. Questa peculiarità “amplifica” il senso d’isolamento nella vita reale ma permette ai soggetti, nascosti dietro lo schermo del computer, di controllare nel “loro nuovo mondo virtuale” le relazioni sociali che tanto li preoccupavano in passato. Una sorta di meccanismo di difesa che, come spesso accade, porta ad un peggioramento e ad una cronicizzazione dei sintomi trascinando in breve tempo questi soggetti nella categoria “addicted”.
  • Il gruppo degli utenti dipendenti (11%) presenta aspetti psicopatologici più gravi; in alcuni casi disturbi dissociativi, allucinazioni semplici visive, tremori. I soggetti valutati come dipendenti tendono a prolungare i tempi di collegamento prefissati, spendono grandi quantità di tempo nella ricerca del materiale da utilizzare in rete, interrompono o riducono importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’utilizzo d’internet; utilizzano in maniera continua il “net” nonostante la consapevolezza di avere un problema sociale, psichico o fisico collegato ad esso.
Non è un segreto che le persone che vivono in società avanzate stanno attraversando un momento di crisi – una crisi basata sull’avere a disposizione tutti i mezzi economici ed informatici ma contemporaneamente un vuoto interiore, la crisi di vivere con simboli che non rappresentano più valori reali. Internet rappresenta uno strumento utile e potente, multidimensionale, ormai indispensabile per il lavoro, per lo studio, per il gioco, per le indagini. Le opportunità che offre sono molteplici ma, come tutti gli strumenti, può apportare benefici solo se è utilizzato da chi possiede retta conoscenza, discernimento e una buona motivazione. La realtà virtuale può anche contribuire al bene dell'uomo, ad esempio, se utilizzata a scopo terapeutico, può essere un valido aiuto per limitare la percezione del dolore psicofisico. Non sentire il dolore delle ustioni grazie ad un ghiacciaio virtuale, camminare con la leggerezza di una persona magrissima anche se il corpo è obeso, avere l'impressione di muovere un braccio paralizzato: la ricostruzione della realtà tramite computer può aiutare chi soffre a guarire. Negli ultimi anni Hunter Hoffman, psicologo del Medical Center di Seattle, ha messo a punto degli strumenti appositamente studiati per raggiungere lo scopo. Lo studioso, ha infatti creato, tramite la tecnologia virtuale, alcuni mondi fantastici con funzione "analgesica". Una delle realtà virtuali più efficaci è lo "SnowWorld", mondo costruito tra i ghiacci utilizzato per ridurre la sofferenza degli ustionati durante il cambio delle fasciature. Il principio di funzionamento dei "mondi virtuali" si basa sul fatto che per provare dolore è necessaria una certa concentrazione sulle sensazioni dolorose. Dal momento che le facoltà collegate all'attenzione umana sono limitate, se la propria attenzione viene dedicata a qualcosa di molto coinvolgente, viene contemporaneamente sottratta alla percezione del dolore. L’applicazione della realtà virtuale facilita la visualizzazione ma, come è già stato appurato scientificamente, l’essere umano, tramite la meditazione, è in grado di produrre nel corpo e nella mente lo stesso effetto dei tranquillanti ed altre sostanze, come l'endorfina. Uno dei ricercatori più attivi degli ultimi anni, Richard Davidson dell'Università di Wisconsin, Stati Uniti, nei suoi lavori svela dati interessanti e sorprendenti su questa pratica millenaria. “I nostri risultati indicano che la meditazione produce effetti biologici, ovvero modificazioni nel cervello associate ad emozioni più positive, migliorando anche la funzione immunitaria”. La visualizzazione meditativa costituisce una pratica fondamentale che si collega a molti metodi già consolidati e accettati in ambito psicologico e psicoterapeutico, con studi scientifici che ne attestano efficacia. Come spiega nei suoi lavori il fondatore dell’Accademia delle Scienze Tradizionali dell’India, Marco Ferrini, Ph.D.Psychology, grazie alla visualizzazione meditativa noi possiamo creare gli effetti che desideriamo in quanto il sistema nervoso non ha nessuna capacità di distinguere tra l’immaginario e il reale. Nella tradizione Bhakti-Vedantica, la visualizzazione (darshana) è uno dei più antichi ed efficaci metodi per la gestione dei contenuti psichici. Possiamo infatti imparare a trasformare le convinzioni che sono la causa di gravi squilibri emotivi e di sofferenze, rafforzando la nostra capacità di affrontare crisi e traumi ed apportando così miglioramenti concreti nella nostra vita psichica. Attraverso la concentrazione e la visualizzazione, si ottiene una presa di consapevolezza dei meccanismi inconsci, di memorie emotive perdute, di rapporti che sfuggono, e di tutti quegli oggetti psichici che possono essere rievocati, illuminati, corretti, recuperati per ristabilire un maggior equilibrio e rafforzare nel soggetto la capacità di gestione dell'emotività. Nella pratica di visualizzazione, alla mente affiorano suoni, immagini, impressioni, e su questi prodotti psichici individuali si può portare avanti un lavoro di elaborazione e sublimazione. L'esperienza della visualizzazione meditativa nell'ambito della disciplina Bhakti-Vedantica, ha portato in molti soggetti miglioramenti consistenti, perfino la remissione completa di sintomi quali angoscia, depressione o alienazione, attraverso lo sviluppo di una percezione più profonda della propria identità, un crescente senso di progettualità ed una applicazione pianificata e consapevole delle scelte di vita.

Bibliografia:
"Modulation of thermal pain-related brain activity with virtual reality: evidence from fMRI".
Hunter G. Hoffman; Todd L. Richards; Barbara Coda; Aric R. Bills; David Blough; Anne L. Richards; Sam R. Sharar. Neuroreport, June 7, 2004, Volume 15, Issue 8.

NELLA TRAPPOLA VIRTUALE di Tania Zakharova

NELLA TRAPPOLA VIRTUALE.
di Tania Zakharova.


Megan, una ragazzina tredicenne di una tranquilla provincia americana vicino a St. Louis, amava scambiare notizie in internet con la sua amica, che abitava nella stessa via. Dopo il trasferimento in un'altra scuola l’amicizia si interrompe. Perennemente a dieta, insicura, in lotta con tendenze depressive, Megan si sente sola. Decide di creare il proprio account in Myspace, perché tutti i suoi compagni di scuola ne avevano uno. Sua madre, all’inizio riluttante, le permette di farlo. In Myspace Megan incontra un ragazzo simpatico e intelligente di nome Josh. Josh e Megan parlano e ridono insieme. Per sei settimane Josh rimane un amico perfetto. Megan non vede l’ora di tornare a casa da scuola per conversare con lui online. Josh era il suo sogno divenuto realtà. Un giorno, entrando in rete, Megan scopre che Josh la vuole lasciare e che lui scambia le sue confidenze con altri in Myspace. Per diversi giorni continuano ad arrivare inspiegabili messaggi da parte di Josh che coprono Megan di insulti sul suo peso e i suoi presunti difetti. Lei non capisce il motivo di questo cambiamento improvviso e non si dà pace. "Tutti sanno chi sei. Sei una persona cattiva e tutti ti odiano. Il mondo sarebbe un posto migliore senza di te": questo è il testo dell'ultimo messaggio che Megan legge sconvolta, prima di suicidarsi per la disperazione, impiccandosi…Sei settimane dopo i genitori di Megan, disperati e distrutti per l’accaduto, scoprono che Josh non era mai esistito…era un personaggio virtuale, una persona fasulla creata in internet dall’ex amica di Megan su istigazione dei suoi genitori: la ragazza aveva sofferto per essere stata “abbandonata” da Megan e i suoi, volendola vendicare, l'avevano indotta ad agire in quel modo. La triste storia riportata in un dibattito televisivo americano intitolato “Myspace suicide”, purtroppo non è così rara, anzi, secondo le statistiche denota una tendenza sempre più comune, soprattutto nel mondo adolescenziale: rifugiarsi nell’illusione virtuale per l’incapacità di stabilire una relazione con se stessi e con gli altri. Alcuni studiosi statunitensi hanno evidenziato un cambiamento nelle modalità di comunicazione del linguaggio parlato dagli adolescenti in relazione all’uso dell’informatica. Sempre più spesso questi adolescenti terminano le frasi in tono crescente e lievemente dubitativo, come se tutto quel che dicono fosse una domanda più che un’affermazione (fenomeno di upspeak). La natura condizionale e aperta di questo nuovo modo di parlare sembra suggerire che i pensieri di ciascuno, per avere un senso ed essere convalidati, devono essere sempre collegati alle reazioni con gli altri.(1) Non è un segreto che le persone che vivono in società avanzate stanno passando attraverso un momento di crisi – una crisi basata nell’avere a disposizione nello stesso tempo tutti i mezzi economici e informatici e il vuoto interiore, la crisi di vivere con dei simboli che non rappresentano più valori reali. Nel 1992 Neal Stephenson ha scritto un libro profetico intitolato Snow Crash, dove parlava di un mondo virtuale in rete e di che cosa internet sarebbe diventato, di come il mondo esterno alla rete sarebbe diventato sempre più assurdo e invivibile, al punto da rendere quella virtuale una realtà preferibile. Perlomeno finché anche il mondo virtuale non diventa pericoloso. Viviamo di proiezioni: quello che chiamiamo realtà, quello che chiamiamo identità, altro non sono che un'interpretazione soggettiva di mille input che riceviamo tramite i nostri sensi.(2) Viviamo in un mondo inquinato: la psiche individuale e collettiva sono popolate da innumerevoli mostri dell’inconscio come bramosia, aggressività, avidità, orgoglio, invidia, definiti dalla psicologia vedica come anartha; quando la psiche ha accesso alla realtà virtuale, queste entità psichiche invisibili prendono la forma di una parola o di una carica emotiva che possono uccidere, come nel caso drammatico di Megan. Viviamo in un’epoca dove i valori etici sono capovolti, dove la mente è confusa e non ci si prende più la responsabilità dei propri pensieri, desideri, parole, motivazioni e azioni. E gli adolescenti proprio per la loro fragilità strutturale dovuta all’età, con la loro impazienza e la sete di esplorare, amare e conoscere, in assenza quasi totale di punti di riferimento sulla natura della realtà diventano una facile preda della trappola virtuale. Le opportunità che offre internet sono molteplici, la rete virtuale rappresenta uno strumento utile e potente, multidimensionale, ormai indispensabile per lavorare, studiare, fare ricerche. Ma, come tutti gli strumenti, può apportare benefici solo se è utilizzato da chi ha un buon grado di discernimento, retta conoscenza e un elevato livello di coscienza. Il nostro mondo interiore è pieno di reazioni complesse, poiché racchiude il passato, ma non solo quello che è successo davvero, anche tutti i modi nei quali lo abbiamo interpretato. Nella società contemporanea illusione e realtà si compenetrano e si intrecciano passando attraverso il prisma dell’interpretazione soggettiva peculiare di ogni individuo.(3) Studiando i testi della scienza vedica si può vedere come attraverso tecniche molto precise e sperimentate nel corso dei millenni, si è costruito un percorso interiore che permette di sublimare i contenuti inconsci e incanalare la nostra affettività verso una pienezza di sentimenti e un appagamento totale nei rapporti con gli altri attraverso il risveglio di una consapevolezza interiore. Verificare la nostra interpretazione della realtà sotto la guida di un Maestro autentico nel percorso evolutivo della realizzazione della nostra natura ontologica permette di osservare le cose da una nuova prospettiva. Possiamo scoprire che quanto è accaduto è un’opportunità per assumersi la responsabilità dei propri desideri, motivazioni ed emozioni che sostanziano il nostro agire. Davanti al monitor del computer non siamo soli, siamo allo specchio delle nostre aspirazioni e contraddizioni più nascoste. I cristalli liquidi del monitor riflettono la nostra percezione della realtà e ci offrono soltanto un'altra chance di osservare le nostre interpretazioni, all’opera in ciò che facciamo nella vita di tutti i giorni.

(1) American Psychiatric Association, “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali”, Milano, 2003.
(2) Marco Ferrini: Il Ruolo della Volontà e la Scienza del Pensiero; Ciclo in 5 lezioni presso il Centro Studi Bhaktivedanta, Ponsacco (PI).
(3) Marco Ferrini: Realtà e Utopie nella Società Contemporanea; Seminario dal 30 ottobre al 2 novembre 2008; Albettone (VI).

giovedì 12 febbraio 2009

LA PSICOLOGIA BHAKTI-VEDANTICA COME SOLUZIONE AI PROBLEMI ESISTENZIALI: EMOZIONI E PENSIERI NELL'EVOLUZIONE DEL PROPRIO CARATTERE E DEL PROPRIO DESTINO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Non esistono problemi senza soluzione. L'approfondita conoscenza psicologica derivante dalla tradizione vedica, in armonia con le moderne indagini nel campo psicologico, individua il punto di svolta verso la soluzione dei problemi esistenziali, nella volontà attiva e cosciente della persona che ne è afflitta, di voler trovare soluzioni e perseguirle con metodo e determinazione piuttosto che sprofondare nel proprio male immaginandolo inguaribile. L'atteggiamento rinunciatario è proprio quello che predispone una persona al fallimento. I primi passi di risalita sono indubbiamente faticosi, quanto può esserlo uscire da una palude o da sabbie mobili, poi, proseguendo nella direzione della luce, dall´interno riemerge la gioia di vivere con tutta la forza vitale di cui è per natura portatrice. Fondamentale è l´atteggiamento: come vi ponete verso la vita, la vita vi risponde, così come accade nelle relazioni con altri umani. Ognuno di noi è regista del proprio scenario mentale: può toglierne uno identificato come sbagliato, definirlo sgradito e poi sostituirlo con uno giusto e immediatamente l´umore cambia. Se evitiamo di lamentarci e facciamo economia delle risorse che abbiamo, nel momento in cui avremo la convinzione profonda di come dover agire ci troveremo a disposizione delle risorse che saranno un ottimo investimento e le energie si moltiplicheranno. Le risorse si possono moltiplicare, investendole nell'evoluzione o distruggere, dilapidandole nel lamento, questo dipende da noi. Il pensiero è strumento e le emozioni mezzi per l´evoluzione della coscienza; si può descrivere come utilizzare le emozioni per fare un salto di qualità nella percezione, mentre di solito esse rappresentano i nodi che incatenano le persone all´esistenza condizionata. È già una terapia contrapporre all´emozione, che è di natura calda, un pensiero, per sua natura freddo e che ha il potere di rendere più trasparente un contenuto torbido. Certamente è difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un´emozione, poiché quest'ultima possiede una carica psichica ben più potente. Bisogna tener pronte, come una valigetta di pronto soccorso, una serie di emozioni positive ben collocate nella memoria e che, nel momento in cui si desidera evocarle, siano immediatamente a disposizione. Le emozioni positive hanno anch´esse una carica emotiva forte e generalmente sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l´operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte. Possono essere insegnamenti che abbiamo ricevuto, momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale, ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all´approssimarsi della morte. Se provate a cambiare lo scenario ed evocate dall´archivio della memoria qualche momento in cui eravate felici, un momento di intensa crescita interiore, in compagnia di persone anch'esse impegnate in un pensare ed agire positivo, vedrete il vostro umore cambiare di colpo ed il corso dei pensieri prendere un´altra direzione, più palpitante e luminosa. Diventa perciò ancor più importante archiviare con molta cura i momenti positivi. Ad esempio quelli che contengono gioia o momenti di elevata comprensione da parte nostra verso gli altri, dagli altri verso di noi, ma sopratutto di quelle verità che ampliano la nostra capacità di visione. Se noi siamo responsabili dei nostri pensieri, siamo davvero obbligati a custodire emozioni anche angoscianti o pensieri tristi? No, non c´è nessun obbligo, c´è solo da imparare a come sostituirli con altre emozioni e pensieri positivi. Proprio come suggerisce Patanjali (Sadhana Pada, sutra 34) quando afferma di meditare su pensieri opposti, laddove quelli negativi attanaglino la mente.

Tratto da 'Pensiero, Emozioni e Realizzazione'.