Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità.
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giovedì 18 novembre 2010
L'UOMO OSTRICA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
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lunedì 12 luglio 2010
LA FUNZIONE POSITIVA DELLE EMOZIONI NEGATIVE (PARTE PRIMA) di Diana Vannini.
Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall'aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell'università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria.
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mercoledì 11 novembre 2009
GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l'attestazione della sua morte clinica?
La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l'interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un'esperienza evolutiva?
Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L'essere non nasce, né muore. E' eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l'immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.
La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l'interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un'esperienza evolutiva?
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mercoledì 4 novembre 2009
GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Le grandi innovazioni della tecnologia medica e della scienza sono in grado oggi di mantenere in vita malati per i quali in passato non vi era nessuna speranza di prolungare artificialmente l'esistenza, pur sapendo che non ritroveranno mai più una condizione di salute e di vita accettabili. Tale situazione viene comunemente definita “accanimento terapeutico”. La definizione di morte cerebrale, risalente alla fine degli anni '60, ha permesso peraltro lo sviluppo della chirurgia dei trapianti, quando in precedenza il prelievo degli organi da un paziente con cuore ancora battente era comunque considerato reato. Al centro dell'odierno dibattito scientifico e sociale ci sono interrogativi sempre più cruciali: fino a che punto è giusto mantenere in vita un corpo ormai logoro e incapace di assicurare la minima dignità all'insieme psico-fisico definito persona? Qual è la linea che segna il confine decisivo tra l'ineludibile assistenza medica e l'accanimento terapeutico? La recente vicenda di Eluana Englaro ed altre simili, come quelle di Piergiorgio Welby e di Terry Schiavo, hanno fatto riflettere il mondo intero, evidenziando l'urgenza di tale riflessione. Il valore incomparabile della libertà, della sacralità e della dignità della vita e del rispetto di tutte le vite, dovrebbe essere patrimonio comune di ogni corpo sociale, a prescindere dall'orientamento scientifico o religioso individuale e andrebbe tutelato non solo nei confronti degli umani ma verso ogni creatura vivente, anche se non umana.
E' la vita che va tutelata in ogni sua manifestazione. Sulla base di tale imprescindibile valore comune, la scienza e la cultura religiosa possono offrire prospettive preziose di comprensione, da cui derivare suggerimenti e orientamenti che aiutino ciascuno di noi a ben definire le nostre scelte, poiché in ultima analisi non può essere che il singolo individuo, nell'intimo della propria coscienza, ad essere responsabile delle proprie decisioni, libero di autodeterminarle sempre nel rispetto delle libertà altrui. Nel complesso contesto umano, sociale e scientifico diventa sempre più importante, e oramai urgente, offrire informazioni e insegnamenti sul processo del morire ma anche sul post-mortem, secondo prospettive medico-scientifiche ma necessariamente anche spirituali, umanistiche ed esistenziali, operando con sensibilità e riguardo, affinché ciascuno possa costruirsi – liberato da intrusioni o pregiudizi culturali - una chiara visione del proprio volere e darne esplicita ed altrettanto chiara indicazione attraverso il testamento biologico ed altri utili strumenti che la società potrà individuare e destinare a questo scopo. Possiamo avere migliori opportunità di auto-determinare il nostro presente e il nostro futuro se ci apriamo ad una più profonda comprensione del fenomeno morte, prendendo le distanze dai tanti tabù e dalle tante rimozioni dell'immaginario collettivo che abitualmente ne ostacolano una matura elaborazione. Infatti, solo crescendo in consapevolezza possiamo crescere in senso di responsabilità e in libertà. A questo scopo chi scrive si sta occupando personalmente e da anni dell'assistenza ai malati incurabili, ai parenti stretti di tali malati e a tutto il corpo medico coinvolto nella cura e nell'assistenza, offrendo strumenti di riflessione sulla base della tradizione sociologica, psicologica, filosofica e spirituale indovedica che può estendere in maniera significativa la nostra percezione e concezione della persona e dell'evento morte. Il come lo si può comprendere attraverso un tessuto continuo di considerazioni intimamente collegate fra di loro, peraltro contenute nel testo “Psicologia del Ciclo della Vita - Esperienze oltre nascita e morte” (Edizioni Centro Studi Bhaktivedanta).
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giovedì 26 marzo 2009
TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE TERZA).
di Marco Ferrini.
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE TERZA).
di Marco Ferrini.
FOBIE.Un altro ostacolo che sovente è causa di blocco per la Forza di Volontà è costituito dalla paura: spesso la paura non è reale ed è quindi più opportuno utilizzare il termine fobia, possono cioè sussistere una o più fobie che bloccano il soggetto, indeboliscono la sua Volontà e non gli permettono di affrontare la situazione in maniera adeguata. Ovviamente esistono, in natura e nella società umana, situazioni pericolose verso le quali è salutare e perfino necessario provare timore: in questo caso il senso di paura sperimentato rappresenta una sana e utilissima funzione che provvede alla nostra sopravvivenza e dunque l'esercizio di un atto volitivo non deve servire a contrastare questa importante funzione preventiva, bensì a gestire l’emozione di paura qualora si manifesti come un impulso travolgente e distruttivo. E' infatti possibile dominare la paura tramite l'esercizio della Forza di Volontà, iniziando dal graduale dominio di piccoli timori, dunque ponendosi di fronte a situazioni che normalmente incuterebbero paura, facendo attenzione all'atteggiamento che si mantiene nel farlo. Lo sporgersi da un precipizio o il guardare da una finestra collocata al ventesimo piano di un edificio, per esempio, rappresentano situazioni che naturalmente susciterebbero sensazioni di timore, di vertigine, di perdita di stabilità o di senso di sicurezza e la tecnica di esercizio della Volontà consisterebbe proprio nell'affrontare il pericolo non con un atteggiamento di sfida o di spavalderia, avvicinandosi al precipizio in maniera spericolata, né tanto meno con l'atteggiamento di chi lo rifugge perché succube del timore provato, ma avvicinandosi gradualmente, in maniera protetta, magari centimetro per centimetro; la gradualità nell'affrontare una situazione delicata offre la possibilità al soggetto che l'adotta, di familiarizzare con tale pericolo senza che ne sia passivamente travolto. L'atteggiamento e la tecnica appena illustrati sono applicabili ad un'innumerevole serie di differenti situazioni che il soggetto è più condizionato a temere: dunque guardare da una quota molto elevata in altezza o percorre a piedi di notte un tratto di strada non illuminata o camminare lungo un ponte molto stretto; in tutte queste circostanze è sì consigliabile affrontare il pericolo, ma in maniera graduale e soprattutto mantenendo un animo lieto, magari cantando. Così, anche nel caso in cui il vedere una ferita sanguinante provochi un senso di brivido repulsivo: se si vorrà superare tale avversione sarà necessario sforzarsi di guardarla senza auto-violentarsi, bensì gradualmente persuadendosi che stiamo assistendo a un fenomeno naturale. Allo stesso modo si dovrà agire per superare una delle maggiori paure che caratterizzano da sempre l'essere umano: la paura della morte. Per fare ciò si potrebbero visitare persone che stanno morendo, oppure osservare un cadavere con attenzione, ovviamente non con un morboso senso di curiosità, ma per il desiderio di rafforzare la Volontà di affrontare ciò che incute timore, considerando peraltro che la morte è un fenomeno inevitabile, ben inclusa la nostra. E’ probabile che le prime reazioni provate tendano ad allontanare l'individuo da tali scene, ma per garantire un percorso evolutivo, integrando perfettamente con sensibilità ed esperienza la personalità, è necessario superare queste paure affrontandole: non lanciandosi in maniera avventata contro il pericolo o l’obiettivo, ma esercitando la Forza di Volontà in maniera graduale, come se fosse un muscolo che debba costantemente allenarsi per adempiere correttamente alla sua funzione, in modo da potersi gradualmente e sempre più preparare a questi naturali imprevisti. Malattia, dolore, paura, invalidità e morte sono fenomeni della vita incarnata, in un certo senso naturali, ma richiedono un atteggiamento sobrio, maturo, per poter essere correttamente elaborati in quanto ci si potrebbe trovare a fronteggiarli in maniera imprevista e improvvisa, senza alcuna preparazione e allora si rischierebbe di incorrere in grande sofferenza e profondo abbattimento. Un'altra fobia molto diffusa è la paura della povertà, il timore di rimanere senza mezzi di sostentamento o, ancor più ansiogeno, è il senso di perdita dello status sociale; anche in questi casi la paura potrebbe essere affrontata e vinta esercitandosi ad evitare qualsiasi spreco, ad evitare l’acquisto di qualsivoglia oggetto superfluo, ricordandosi il più frequentemente possibile che la più grande ricchezza consiste nel possedere una forma umana e nell'essere dotati di una coscienza lucida, che deve pertanto essere grata, per tutto ciò che dalla vita ha già ricevuto e che, con la giusta attitudine, potrà ancora ricevere. Anche l’attitudine appena descritta è l’esito di uno sforzo graduale poiché l'esercizio della Volontà, così come qualsiasi altro esercizio volto allo sviluppo di una facoltà, richiede gradualità per risultare efficace. I primi passi verso il successo sono importanti come l’allenamento prima della prova finale; è possibile che nella vita non arrivi mai ‘la prova’: potrebbe non capitare mai che la casa vada in fiamme o che venga svaligiata dai ladri o che si perda la salute, però è bene educarsi ad affrontarla nell'eventualità che accada. Si dovrebbe dunque imparare a fare a meno delle cose che abbiamo e osservarle con distacco emotivo, prendendo atto della loro esistenza e presenza al momento, ma essendo pronti a una loro perdita conservando peraltro gioia e serenità. E' necessario esercitarsi a vivere la vita con distacco emotivo, vedendo tutte le cose come preziosi elementi del Creato: la salute, la famiglia, la posizione sociale, la terra, il sole, la luna, le stelle, tenendo presente che la morte potrebbe improvvisamente separarci dalle persone care, così come per qualche giorni potrebbero essere oscurati il sole, la luna o le stelle, perché coperti da nubi. Ugualmente in alcuni momenti si potrebbe non provare gioia, né soddisfazione, seppure queste caratteristiche appartengano ontologicamente alla natura dell'uomo, fatto “ad immagine e somiglianza di Dio”: immortale, sapiente e beato. E’ proprio nel ‘qui e ora’ che devono essere sperimentare la gioia e la soddisfazione; non solo si deve imparare a ricercare in se stessi tutte queste ricchezze ma ci si dovrebbe anche abituare alla felicità e all’amore. Le Upanishad insegnano che in se stessi si trova non solo tutto ciò che si cerca nel mondo, ma anche ciò che nel mondo non c’è.
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