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mercoledì 3 marzo 2010

DIPENDENZA D'AMORE: COME LA CHIMICA CEREBRALE SOPPIANTA IL ROMANTICISMO IN UNA VISIONE MATERIALISTICA DELL'AMORE di Diana Vannini.



"Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore". (tratto da “Dall'Eros all'Amore” di Marco Ferrini).

Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell'amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall'analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l'osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all'anticipazione dell'utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all'empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all'individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall'azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall'organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l'irrefrenabile impulso all'orgasmo ed innalza il tono dell'umore all'euforia, all'eccitazione e all'entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d'apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento. L'attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch'essa importante per l'innalzamento del tono dell'umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell'uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un'agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch'essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l'appetito, quale attività contrastante l'atto erotico, dal quale tutta l'attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l'erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l'esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
 Anche altri neuromediatori intervengono nell'eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all'induzione dell'aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l'ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell'eros provocato principalmente dalla dopamina, nell'organismo si produce, immediatamente dopo l'orgasmo, un ormone che induce l'affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l'ossitocina. Questa viene definita "ormone dell'amore" anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l'affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall'utero e durante l'allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell'ambito della coppia rafforzando l'attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell'emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l'eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l'impeto aggressivo, induce l'appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l'orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell'umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l'atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l'eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l'attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall'ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza. L'assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l'incremento endorfinico prodotto dall'orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l'instaurarsi della sindrome d'astinenza. E' questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell'uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell'era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell'individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman. L'anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). "La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore". (tratto da "Dall'Eros all'Amore" di Marco Ferrini). Se è l'ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all'oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell'anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.

venerdì 8 maggio 2009

AMARE CON AMORE di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Ogni persona è per propria natura desiderosa di amare ed di essere amata. In realtà la vita non ha altro scopo e in nient'altro trova il suo valore se non nell'amore, ma la cognizione certa di tale sentimento è un traguardo elevato e, come tale, richiede impegno, consapevolezza elevata, cura, sacrificio, coerenza, lealtà e verità. L’amore è un sentimento radiante, potenzialmente capace di espandersi all’infinito, in grado di dare completa soddisfazione all'essere rendendolo interiormente forte e autonomo, libero da condizionamenti, consapevole e maturo. Esso rappresenta il sentimento naturale e spontaneo della nostra matrice più profonda, della nostra spiritualità. Nella cultura diffusa dell’Occidente il vero amore è un po’ come l’Araba Fenice: mitologico, raro e spesso apparentemente irraggiungibile. Generalmente le persone sperimentano più di frequente l’eccitazione dei sensi, ma scoprono poi, con delusione e sofferenza, che non si tratta di qualcosa che nutre veramente, anzi, spesso depaupera corpo e mente di energie preziose. L’amore autentico è sperimentato da chi vive nella consapevolezza della sostanza autentica dell’essere e della realtà e dona una gioia duratura, profonda e indipendente da condizioni esterne. La cultura della società in cui viviamo è purtroppo impregnata di concetti falsi, superficiali, pericolosi, che inducono i cittadini-consumatori, che sono sempre in cerca di stimoli, di eccitazioni e di nuove promiscuità in equilibrio precario, a diventare assillati ricercatori non di amore ma di eros, se non addirittura di infima promiscuità. Quindi per riscoprire l'amore in tutte le sue speciali e sublimi sfumature (i rasa descritti nei testi della tradizione Bhaktivedantica) occorre prendere coscienza di noi stessi e della nostra natura più profonda, poiché tutte le problematiche della sfera affettiva sono collegate ad una percezione distorta del senso di sé. Il Vedanta, lo Yoga ed altre opere della letteratura indovedica descrivono l’essere incarnato come composito, poiché costituito biologicamente di un corpo oggetto dell’esperienza empirica, caratterialmente di una struttura psichica e spiritualmente di una essenza eterna e immutabile. Questa, l’atman, rappresenta il fulcro e baricentro della personalità, il centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e sostegno stesso della vita. Il paradosso consiste in questo, che proprio di essa, della sua essenza vera l'individuo smarrisce la consapevolezza a causa dell’imporsi di condizionamenti strutturati. Questi ultimi rendono la persona schiava di una percezione e di una comprensione superficiale di sé, che la vincolano alla dipendenza da stimoli sensoriali e da passioni egoiche, da bisogni indotti. Tutti legami che però spesso appaiono insopprimibili, fino ad occupare l'intero campo della coscienza. Se l'amore è la più alta espressione dell'essere, l'eros lo si può paragonare ad un fuoco che divampa e tutto divora, fino a distruggere anche se stesso. In mancanza infatti di un processo di elevazione della coscienza, i desideri e le bramosie, frutto dell'identificazione con il corpo psicofisico, non diminuiscono con l’indebolimento del corpo, bensì sempre più incatenano al continuo sorgere e dissolversi di attrazioni e repulsioni (raga e dvesha) fondate su di un'affettività patologica che produce relazioni frustranti, con profonde delusioni e sofferenze. I grandi Maestri della tradizione Bhaktivedantica hanno insegnato come superare gli opposti e riscoprire il sentimento vero dell'amore attraverso la destrutturazione dei condizionamenti e la trasformazione e sublimazione delle proprie energie. Il processo chiamato sadhana-bhakti, che viene compiutamente descritto nella letteratura Bhaktivedantica, permette di avviare tale fondamentale opera di trasformazione, sublimazione e trascendenza delle pulsioni egoiche, consentendo di accrescere e valorizzare le qualità migliori di ogni individuo e renderlo capace di compiere quell’affascinante viaggio interiore che fa giungere dall’io al sé, dall’eros all’amore, dalla morte alla vita. Il segreto del successo per avvicinarsi sempre più a tale stato interiore dell'essere, fondato sulla più alta consapevolezza spirituale, non risiede dunque nella repressione di istinti e passioni. Infatti, questi, se repressi tendono a strutturarsi in maniera ancor più potente a livello inconscio. La soluzione non può essere nemmeno quella del loro libero sfogo che aprirebbe completamente le porte al dominio della coscienza da parte dell'ego o io inferiore. Quindi la realizzazione del sé e l'elevazione fino al sentimento dell’amore richiedono trasformazioni armoniche della personalità, scelte ponderate, svolte coscienti e sono l'esito di una serie di sforzi ben coordinati e costanti, volti a consentire il passaggio del potenziale umano dalle istanze dell’ego a quelle del sé, attraverso lo sviluppo delle più elevate qualità dell'anima. Come ha affermato anche Arthur Schopenhauer, “l'amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”. La conoscenza di immediato valore pratico che ci tramandano i testi millenari della tradizione Bhaktivedantica, con i loro tanti e significativi esempi di vite trasformate e di coscienze illuminate, oltre alla nostra personale esperienza nell'applicazione di tali metodologie, ci dimostrano che tale trasformazione dei sentimenti è possibile attraverso un processo di rieducazione della personalità. Cambiamento in cui pulsioni ed emozioni possono essere ri-orientate e rese propedeutiche a quell'evoluzione interiore che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla solida beatitudine della Bhakti, quindi del vero amore trionfante.

Per approfondimenti si consiglia la lettura del libro Dall'Eros all'Amore, di Marco Ferrini - Ed. CSB.

martedì 5 maggio 2009

LA SCELTA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE (PARTE QUARTA).
Tratto da 'Dall'Eros all'Amore' di Marco Ferrini.

4. L'IDEALE DELL'AMORE COME FORZA TRASFORMATRICE.
L’umanità ha conosciuto diverse figure esemplari, le più grandi, quelle che hanno lasciato un segno nella storia del mondo, sono quelle che erano animate dall’amore più elevato e questo le ha dotate di una forza trasformatrice straordinaria. Se invece l’amore che fa da propulsore è ad un livello meno puro, è misto con altri sentimenti, la capacità trasformatrice diminuisce sensibilmente e agisce solo su coloro che sono più predisposti alla correzione. Nella filosofia indiana esiste una dottrina della trasformazione chiamata parinama-vada, che può agire anche in senso involutivo. Il dharma è una forza immane, ineluttabile, ineffabile, onnipervadente che sospinge verso l’evoluzione, ma non è l’unica forza in campo, c’è anche la volontà umana. Solo quando la volontà umana si allea alle forze evolutive del dharma, la personalità si armonizza e segue la sua strada di ascesa interiore senza più incorrere in inciampi e frustrazioni. Da Buddha a Cristo a Krishna, tutti i grandi hanno convenuto nel dire che la vita incarnata è dolore, ma esso si placa se il soggetto sviluppa un buon rapporto con la propria guida interiore e se si collega al dharma. In questo modo le difficoltà diminuiscono visibilmente, finché la crisi per eccellenza, che è la morte, cessa di essere motivo di spavento e diventa la consapevole occasione di transizione verso un’esistenza superiore. La vita, infatti, non abbisogna del corpo fisico per manifestarsi, per godere o soffrire delle proprie esperienze, è piuttosto vero il contrario. Nel sogno ad esempio si vivono numerose situazioni a seconda di quelle che sono le componenti oniriche, indipendentemente dal corpo fisico. Una relazione ideale dovrebbe fluire tra anima e anima, nella consapevolezza della propria natura spirituale, e progredire dall’attrazione (ratim) allo sviluppo di intensità e gusto (ruci) nel relazionarsi, per poi passare a priti, ovvero allo sviluppo dell’affetto ed infine all’amore che si manifesta nel desiderio di servire e di far piacere all’altro ma che, nel suo stadio più evoluto, trascende un rapporto a due di tipo egoico e avvicina al bene universale, all’amore totale, ad una relazione che mette in contatto con l’universo, le creature, il creato e il Creatore. Nel processo evolutivo s’incontrano frequentemente sia gli ostacoli posti dagli altri, sia quelli creati dai brandelli della nostra vecchia personalità, dalle nostre precedenti abitudini ed antichi attaccamenti. Ma in quanto espansioni di Dio non corriamo mai definitivamente il rischio di perderci o rimanere soli, possiamo in ogni momento e in ogni circostanza risvegliare le nostre capacità creative superiori connesse alla natura spirituale che ci permettono di agire in maniera oculata e seminare bene per il nostro futuro attraverso la gestione sana di desideri, pensieri e parole. Queste capacità e facoltà latenti che noi tutti possediamo, si rinforzano o si indeboliscono a seconda dell’impostazione etico-morale che diamo alla nostra vita e in base al modello che scegliamo per scolpire la nostra personalità ed esistenza. Non sono sufficienti formule già fatte applicate astrattamente all’insieme delle persone; le autentiche evoluzioni non possono essere altro che individuali, non sono dunque semplicemente il frutto di un’adesione acritica ad una fede o denominazione religiosa, bensì l’esito di sforzi personali ben coordinati, costanti e determinati di chi anela alla luce, alla gioia, alla libertà e all’amore.

venerdì 1 maggio 2009

LA SCELTA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE (PARTE TERZA).
Tratto da 'Dall'Eros all'Amore' di Marco Ferrini.

3. LA SUBLIMAZIONE DELL'INTIMITA'.
Una delle tensioni principali che possono nascere all’interno della coppia si verifica quando uno dei due soggetti, ricercando la pace e la gioia dello spirito, perde appetito ed interesse per i rapporti sessuali. La cultura moderna tende ad ingenerare la convinzione che il bisogno di sesso equivalga a quello dell’aria, dell’acqua o del cibo, ma le grandi tradizioni spirituali ci testimoniano una realtà ben diversa. Reprimere gli impulsi sessuali genera nevrosi, ma in chi? Solo in coloro che non hanno ancora la visione e l’accesso ai piaceri superiori. Fino a che una persona non è capace di sostituire qualcosa di meno elevato con qualcosa di più nobile, non può bruscamente tagliare i ponti a un’energia che è abituata a fluire senza ostacoli. Dal momento in cui la mente umana viene illuminata da una visione più ampia ed elevata, tutti gli atteggiamenti condizionanti che in precedenza avevano prodotto attaccamenti e dipendenze, vengono gradualmente superati e trasformati dalla pratica delle virtù, della conoscenza spirituale (jnana) e del distacco emotivo (vairagya) verso tutto ciò che non è utile al processo evolutivo. In questo modo il soggetto acquisisce una visione etica dell’uomo e del mondo dalla quale diviene impossibile prescindere nel pensiero quanto negli atteggiamenti. Non esiste un’inconciliabilità a priori tra rapporti intimi tra coniugi e vita spirituale. L’attività sessuale ha un suo compito e una sua funzione fino ad un certo livello evolutivo, raggiunto il quale il percorso spirituale trascende quelle necessità che solo allora scopriamo essere state mere proiezioni della mente. Bloccare la propria spinta passionale non è salutare, è piuttosto innaturale. Il processo di perdita d’interesse nei confronti delle componenti fisiche deve avvenire da sé, in modo armonico e permettendo l’accesso a piaceri superiori che porteranno a grandi trasformazioni. La regolazione sociale dei rapporti intimi è tutelata dall’istituzione della famiglia e dunque del matrimonio. Tale regolamentazione mira principalmente a limitare e contenere in un ambito più ristretto l’attività sessuale, proprio perché questi bisogni fino ad un certo stadio evolutivo sono ritenuti vitali, importanti da soddisfare, e dunque le persone sono invitate a sviluppare tali rapporti in una struttura socialmente e religiosamente protetta. Ma quella protezione, quella istituzione fatta essenzialmente per regolare gli impulsi, ha la funzione di permettere la crescita individuale fino a trascendere le ragioni stesse per cui la famiglia era stata formata. In altri termini, l’istituzione del matrimonio dovrebbe essere considerata come un contenitore che permetta una zona di evoluzione protetta, fino al momento in cui il livello raggiunto sarà così elevato che essa potrà essere trascesa. Secondo la tradizione alla quale ci riferiamo, l’uomo non è fatto per rimanere nei limiti dell’esistenza fisica, per appiattirsi sulla sola dimensione del corpo, ma piuttosto per riconoscere, scoprire e realizzare la propria natura spirituale, la quale per esprimere la propria gioia, creatività e amore ha tutti i poteri (siddhi) ad essa connessi. Dipende dalla persona se preferisce degradarsi o elevarsi; si deve lasciare all’individuo la libertà di gestire la propria sfera sentimentale, il proprio investimento affettivo, se in eros o in amore. Dobbiamo dare a tutti l’opportunità di muoversi secondo il proprio livello evolutivo, sperando ed incoraggiando ognuno a guardare verso la trascendenza. Occorre una grande lungimiranza e capacità adattiva da parte dell’intelligenza per non turbare gli altri e non essere a nostra volta da loro turbati. Affinché il nostro comportamento non crei anche seppur sottili imposizioni sui nostri interlocutori, è necessario essere molto cauti nel comunicare le nostre scoperte evolutive e il risveglio della nostra coscienza, per non indisporre, non turbare e non incorrere in atteggiamenti che tramuterebbero un gesto d’amore in una forzatura. Essere in grado di percepire dimensioni superiori permette di essere saldi in questa nostra visione; ciò non significa demonizzare o svilire la realtà fisica e nemmeno coloro che vi si dedicano interamente negando ogni ipotesi di realtà ulteriore.

mercoledì 29 aprile 2009

LA SCELTA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE (PARTE SECONDA).
Tratto da 'Dall'Eros all'Amore' di Marco Ferrini.

2. L'AMORE COME STRUMENTO DI EVOLUZIONE E DI SUPERAMENTO DEI CONFLITTI.
Le persone si incontrano, come dei ruscelli, e per alcuni tratti, anche lunghi, fanno la strada insieme condividendo la stessa corrente del karma. Quello che è importante sapere è che l’uomo ha la facoltà di ergersi al di sopra di esso, delle proprie tendenze, del proprio destino e modificarli nella comprensione, nelle intenzioni e nell’impostazione di vita. Ho testimoniato molte situazioni conflittuali e ho raggiunto la profonda convinzione della necessità di una mediazione, di affetto reciproco, di reciproca attenzione. Occorrono sicuramente molta pazienza, tolleranza e la determinata volontà di aiutare l’altro a superare i propri limiti. Affetto vero significa andare incontro ai bisogni degli altri, prendere in seria considerazione ogni loro effettiva necessità e favorire quanto più possibile il loro sviluppo psicologico, intellettuale e spirituale. Se amiamo una persona sarà per noi spontaneo cercare di stimolarla a crescere, ad ascendere ad una visione superiore e a prendere in mano le redini della propria esistenza, perché amare veramente significa proprio sostenere l’altro nel processo di recupero della sua vera identità che è costituita di piena consapevolezza spirituale, di eternità e beatitudine. Ma non è assolutamente detto che l’altro provi il desiderio di modificare certe sue posizioni, magari piuttosto cercherà di minare le nostre, perché molta gente ritiene che la spiritualità e la fede siano malattie da curare. Le persone si aiutano tanto meglio quanto più abbiamo nei loro confronti distacco emotivo, perché tutto ciò col quale ci identifichiamo alla fine ci controlla e ci inibisce. Sono importanti l’affetto, la benevolenza e il desiderio intenso di aiutare e sostenere, ma nel momento in cui ci infatuiamo di una persona, in cui la vogliamo fare nostra e sviluppiamo sempre più forti l’attaccamento e il senso di possesso, nella stessa misura diminuiscono le nostre capacità di intervento, di trasformazione e di gestione della relazione. E’ l’amore che trasforma in modo palese e duraturo, ma solo quando è libero dagli inquinamenti della libido, del possesso e del godimento. Quando correggiamo o redarguiamo severamente qualcuno, toccandolo proprio nelle sue caratteristiche più problematiche, dobbiamo aver prima avuto l’intelligenza e la sensibilità di fermarci un attimo a riflettere sulle nostre motivazioni e sui nostri sentimenti. Fare delle critiche in una fase di conflittualità, in stato di collera, di attaccamento o di egoismo, oppure per ripicca o per mantenere una posizione di supremazia verbale o emotiva, trasforma quasi sempre la persona in un opponente o addirittura in un nemico. Se invece è stato intimamente appurato che la motivazione è benevolente, affettuosa e priva d’ego, l’atteggiamento e il risultato saranno ben diversi. Occorre stare molto attenti al concetto diffuso di “lo faccio per il tuo bene”, perché il desiderio di cambiare qualcuno è raramente a beneficio dell’altro, nella maggior parte dei casi il problema è che la persona, così com’è, non risponde alle nostre aspettative o non ci piace. Amare è voler aiutare gli altri ad evolvere verso una consapevolezza spirituale della vita ma senza imporsi, perché l’amore dona una totale libertà ed è privo di qualsiasi tentativo di manipolazione.

venerdì 24 aprile 2009

LA SCELTA DELLE RELAZIONI AFFETTIVE (PARTE PRIMA).
Tratto da 'Dall'Eros all'Amore' di Marco Ferrini.


1. LA SCELTA DEL PARTNER.
La coscienza è la causa di tutto ciò che ci succede, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore. Essa influenza e determina anche le nostre relazioni ed i nostri incontri. Questi infatti sono imprescindibilmente orientati dalle vibrazioni che emaniamo, dai nostri contenuti psichici e dai desideri inconsci. Interroghiamoci dunque sulle conoscenze che facciamo lungo il percorso della vita e chiediamoci perché incontriamo certe persone sul nostro cammino piuttosto che altre. Dobbiamo premettere che gli incontri non sono mai casuali, il fenomeno delle sincronie è stato studiato da tutte le grandi personalità fra le quali anche K. G. Jung. Krishna nella Bhagavad-gita (XIII.22) spiega in modo preciso come ciascun essere si muova secondo i guna, le sottili caratteristiche energetiche sue proprie, incontrando individui che ugualmente subiscono spinte inconsce. Quando si incontrano sono ignari di essere gestiti da istanze che non vedono e si convincono d’aver fatto scelte libere, creative ed originali. Durante i primi incontri, la prima settimana, il primo mese, il primo anno, non emergono tutte le tendenze latenti. Le tre energie della natura materiale: tamas, sattva e rajas, sono distribuite in maniera diversa nei vari individui, per cui le loro tendenze saranno le più svariate da una persona all’altra. Se si sviluppa una conoscenza abbastanza approfondita di queste componenti, si capiscono i tipi psicologici comprendendo con chi possiamo avere una maggiore partnership, ma soprattutto una più costruttiva ed evolutiva relazione. Se entriamo in situazioni conflittuali a causa di scelte affettive superficiali, perché siamo stati attratti da caratteristiche prive di valore profondo, ci troveremo ad affrontare grossi ostacoli sul cammino della crescita spirituale e ci accorgeremo presto d’aver firmato cambiali in scadenza per acquistare la nostra dose di sofferenza. Tenendo conto delle diverse esigenze e maturità, le relazioni intime debbono essere orientate verso lo sviluppo di una consapevolezza sempre più elevata e verso quelle modalità che facilitano il nostro percorso di crescita interiore. Le persone che vivono con maturità la loro vita sono estremamente caute ed oculate nella scelta delle relazioni affettive. Per instaurare rapporti armoniosi occorre conoscere l’armonia. Dell’individuo che incontriamo dobbiamo essere in grado di notare la composizione dei guna ed il tipo psicologico ad essi sotteso: una persona può essere fortemente rajasica, l’altra può esserlo solo in parte ed avere una forte componente sattvica, oppure tamasica. È bene essere dotati di un know how che consenta di scorgere, nell’interlocutore, le caratteristiche davvero preminenti a discapito di quelle superficiali e trascurabili. Nella cultura moderna, consumistica e materialistica, l’attenzione nella ricerca del partner è orientata alla marca delle scarpe, della felpa, del cellulare o al costo del fuoristrada. Ma quando il vostro partner, la sera, scende dall’auto per entrare in casa, toglie le scarpe, sfila la felpa e spegne il cellulare: cosa vi rimane di lui? Se due persone cominciano ad avere rapporti intimi, le loro capacità di valutazione si abbassano vicino allo zero e la loro unione, che viene descritta come romantica, si rivela piuttosto un’attivazione di manierismi, dipendenze e condizionamenti. L’attrazione, su questo piano, è paragonabile all’azione di un magnete nei confronti del materiale ferroso. Non si tratta di qualcosa di magico, ma di dinamiche dettate da una legge naturale. Le leggi naturali hanno un’immensa utilità sul piano fisiologico, per la conservazione della vita e la sopravvivenza della specie, ma debbono essere integrate ad una conoscenza e visione superiore per sfociare nella costruzione di rapporti saldi, profondi, realmente e durevolmente appaganti, mirati alla realizzazione piena delle istanze più profonde dell’essere. Ogni individuo si trova al suo proprio livello evolutivo. Lo scopo primario di ogni essere è quello di elevarsi, attraverso l’esercizio della virtù e della conoscenza, fino ad unirsi al Divino. Questo è l’obiettivo dello Yoga autentico e di tutte le religioni: ascendere fino alla comunione con il trascendente e con Dio. Se siamo in grado di percepire la realtà spirituale nel nostro orizzonte, potremmo scegliere di sviluppare rapporti con persone che ci aiutino a realizzare meglio questa dimensione, a raggiungerla il più rapidamente possibile, e nel frattempo saremo in grado di risolvere le eventuali relazioni problematiche attivate nel passato, in un momento in cui forse eravamo ciechi ai valori esistenziali più alti. Le persone si pongono nei confronti della vita a seconda delle proprie componenti psicologiche influenzate dalle caratteristiche dei guna e dal karma, per cui ognuno segue la corrente creata dal risultato delle proprie tendenze ed azioni. Essendo che l’universo appartiene ad un disegno dinamico in continuo mutamento, i guna ed il karma sono fattori modificabili con un impegno individuale quotidiano, attraverso le proprie azioni, l’alimentazione, la preghiera, la dedizione a scopi ideali, la volontà e, ancora più importante, la compagnia di persone situate in un percorso spirituale evoluto che possano esserci di guida e ispirazione. Nel momento in cui due individui si incontrano è importante valutarne le tendenze più spiccate, per comprendere se la loro unione potrà essere di beneficio ad entrambi o se, piuttosto, saranno nocivi l’uno per l’altro. Ogni individuo è un pianeta a sé, con le sue forze, il suo percorso esistenziale e le sue lacune, quindi in ogni relazione le componenti in gioco sono moltissime e debbono essere conosciute da chi vuole fare un viaggio consapevole. Per accedere alla conoscenza delle dinamiche relazionali il primo grande passo consiste nell’approfondito studio di se stessi, nel desiderio di conoscere le proprie inclinazioni e necessità. Contestualmente sarà opportuno attivare un processo per il risveglio, per la centratura in sé, per l’incontro con la propria natura spirituale ed il mantenimento dei nuovi equilibri acquisiti. Le nostre attuali tendenze patologiche sono la conseguenza di scelte antiche, ma sono anche la causa degli ostacoli che troveremo sulla via del raggiungimento degli ottenimenti futuri; risulta pertanto necessario lavorare profondamente sul nostro carattere per sconfiggere sia le tentazioni che ci assediano dall’esterno, sia le passioni che ci spingono dall’interno. Non è difficile cadere vittime degli stereotipi, degli schemi di pensiero patologici, fissi, bloccati in una recita senza fine e sempre uguale e se stessa, il difficile è uscirne. La distorsione del pensiero si esplica nelle parole, la cui conseguenza è l’agire. La ripetizione sistematica di azioni dà luogo alle abitudini che strutturano il carattere, generano pulsioni e desideri dello stesso segno producendo un ciclo senza fine (samsara). Quel che è stato fatto nel passato tende ad imporsi e a ripetersi in maniera schematica, come un copione imparato a memoria, conseguenza di quella legge psicologica che è la coazione a ripetere, nel bene e nel male. In questo modo le azioni più perverse, degradanti e morbose, così come le più nobili e virtuose, diventano di attuazione spontanea in forza del suddetto meccanismo che trasforma gli atti in abitudini. Dall’accurata analisi delle esperienze precorse, delle compagnie scelte nel passato, possiamo giungere ad avere indicazioni importanti sul nostro attuale modo di pensare e sui nostri desideri, al fine di modificarli ed orientarli opportunamente verso il raggiungimento del completo successo nella vita: la realizzazione spirituale.

giovedì 5 marzo 2009

LOGOS ED EROS NELLA PERSONALITA' MASCHILE E FEMMINILE:
INTEGRAZIONE, ARMONIZZAZIONE
E SUPERAMENTO DEGLI OPPOSTI.
di Marco Ferrini


La Psicologia indovedica spiega che l’individualità dell’essere è eterna, immutabile e di natura spirituale, mentre la personalità è in transito ed è, come spiegava anche Jung, costituita dalla somma dei contenuti psichici con i quali l’io si identifica. Le esperienze, le impressioni, i fatti e le circostanze esteriori modificano la personalità ma non l’individualità. Una personalità che si sviluppa in maniera armonica, senza conflitti intrapsichici, è in grado di interagire bene ed integrarsi con gli altri. I conflitti nelle relazioni rappresentano infatti l’esito delle problematiche irrisolte dentro di noi. Integrazione ed armonizzazione della personalità sono possibili sviluppando in noi qualità e facoltà carenti, portando al contempo a maturazione quelle già acquisite e dalle quali trarre l’energia e la forza necessaria per colmare le lacune superando i nostri limiti. Alcune funzioni psicologiche in certi caratteri sono deboli costituzionalmente, ovvero dipendono dalla peculiare natura della persona e dal tipo psicologico che la caratterizza. Vi sono ad esempio individui molto dotati di razionalità operativa e senso pratico, con grandi capacità di concretizzare idee e progetti. Altri invece in cui è maggiormente sviluppata una naturale propensione immaginativa verso l’intuito, l’arte, la sfera dei sentimenti e delle emozioni. Ci sono poi casi in cui alcune qualità di un individuo si sono arenate ad uno stadio infantile e primitivo di sviluppo, non tanto per debolezze costituzionali, quanto a seguito di circostanze e fattori esterni che hanno causato traumi nella personalità, con conseguenti rimozioni ed inibizioni inconsce. I traumi producono determinate inclinazioni e tendenze nella personalità, irrompendo talvolta a livello cosciente in modo tumultuoso e lasciando il soggetto in un grave stato di disorientamento, confusione e sofferenza. La personalità storica, quella di cui possiamo raccontare in senso autobiografico, è sovente caratterizzata da uno squilibrio tra ciò che potremmo definire il principio del Logos e quello dell’Eros. Logos, che in greco significa verbo, parola, ragione, è il principio di conoscenza, tradizionalmente associato agli uomini e alla mascolinità. Il Logos ricerca il sapere, l’analisi, la chiarezza e gli spazi ben delineati. E’ la legge dell’intelletto e della mente umana. Serve a ben orientarsi. L’Eros, termine che deriva dal nome del figlio della dea Afrodite, può essere definito come il principio di accoglienza, unione e collegamento, la sfera emozionale, generalmente associata alle donne e alla femminilità. L’Eros cerca il calore, l’affetto, la sensibilità e la spontaneità. A questi due princìpi archetipici corrispondono due diverse categorie di conoscenza e di approccio alla realtà: la conoscenza razionale e mediata, fondata sul ragionamento, sulla deduzione, sul senso critico e sullo spirito di analisi, e la conoscenza immediata che si nutre della capacità intuitiva. La polarità tra il lato femminile e quello maschile è una delle principali che troviamo nell’animo umano. Generalmente la persona tende infatti a dare maggiore risalto all’uno o all’altro di questi aspetti (maschile o femminile), solitamente a quello che la rispecchia anche fisicamente. Nel corso della storia la società umana ha favorito più spesso l’aspetto maschile rispetto al femminile. Piuttosto di riconoscere che la personalità evoluta di ogni uomo e di ogni donna dovrebbe essere il risultato di un’azione reciproca e integrata tra maschile e femminile, si è venuto spesso a creare un ordine statico, quasi dicotomico, nella convinzione che le donne abbiano caratteristiche unilateralmente femminili e gli uomini unilateralmente maschili. Scambiando poi la forza fisica per la forza morale, considerando la razionalità dell’intelletto come superiore in ogni caso all’intuitività del sentimento, agli uomini sono stati assegnati ruoli predominanti e privilegiati nella guida del governo e della società. In verità nessuno è esclusivamente uomo o donna, perché nella personalità di ognuno sono compresenti caratteristiche maschili e femminili, in misura maggiore o minore a seconda dei residui karmici di esperienze compiute in questa vita o nelle precedenti, laddove abbiamo indossato corpi di uomini e donne con forme mentis peculiari, i cui tratti ancora permangono nelle nostre attuali tendenze, propensioni caratteriali, talenti e difetti innati. Accade spesso che nell’uomo tendano a rimanere involute, sconnesse e mal integrate le facoltà che appartengono alla sfera dell’Eros, mentre nella donna si avvertono generalmente maggiori carenze sul piano del Logos. Lavorare all’integrazione della personalità è fondamentale per acquisire il meglio delle caratteristiche maschili e femminili sviluppandole a prescindere dal proprio genere. In verità, infatti, noi non siamo né uomini né donne, ma essenze uniche ed eterne (atman) caratterizzate in origine da un’individualità armonica di natura puramente spirituale. L’essere incarnato, pur essendo portatore di un corpo di genere femminile o maschile, non deve identificarsi né con il genere né con il corpo, rammentando che l’uno e l’altro sono un fatto temporaneo ed esterno alla propria natura profonda e originaria, una maschera che deriva dalle esperienze compiute e dalle tendenze acquisite, da samskara e vasana. Come accennato, il Logos designa la razionalità, il pensiero, l’audacia nelle argomentazioni logiche e nella capacità di analisi. Sovente accade che chi ha queste qualità molto ben sviluppate sia invece tremendamente carente sul piano affettivo, nei sentimenti, nelle intuizioni, nella sensibilità. Non è raro che una facoltà o tendenza della personalità prenda il sopravvento, venga estremizzata ed ipersviluppata a scapito di altre parimenti importanti. In alcune persone certe caratteristiche tipicamente maschili risultano ad uno stadio infantile, per cui la lucidità e il distacco emotivo appaiono inadeguati, emergendo invece con forza tendenze all’azione impulsiva, ad un’intuizione spesso erronea perché condizionata da un’istintività e passionalità che il soggetto non sa gestire. Quando il sentimento non è illuminato dalla razionalità si rivela fortemente dannoso, scadendo nella passione cieca e nel sentimentalismo. L’impulsività e il desiderio si sostituiscono alla corretta visione delle cose, portando a conclusioni affrettate, infondate e fallaci, prodromi inevitabili di delusione e sofferenza. L’Eros, che è il mondo dell’affettività e dei sentimenti, si trasforma in un turbinio di passioni gravi, tenebrose, incontenibili e torbide se non è rischiarato dal lume discernente dell’intelletto tramite la forza del ragionamento (vitarka), della riflessione (vicara) e dell’osservazione matura e distaccata (vairagya). Analogamente il Logos, se non è ben equilibrato ed integrato con la sfera dell’Eros, rischia di soffocare emozioni e sentimenti positivi con una razionalità sterile. Anche le neuroscienze indicano che i due emisferi cerebrali sono deputati a ruoli e funzioni diverse: l’emisfero sinistro è preposto a quelle funzioni prettamente maschili legate al processo cognitivo, logico-razionale, mentre l’emisfero cerebrale destro è la sede delle emozioni, della creatività, e dunque delle caratteristiche e propensioni tipicamente femminili. Occorre imparare ad armonizzare la funzione psicologica estrovertita con quella introvertita, valorizzando ed integrando Logos ed Eros.Potremmo dire che, a prescindere dal corpo fisico che indossiamo, la nostra natura è androgina, nutrita dalla compresenza a livello biologico e psichico di tratti maschili e femminili.Come spiega Krishna nel sesto capitolo della Bhagavad-gita (VI.6), una mente squilibrata, ribelle e selvaggia è il peggior nemico dell’essere umano. Per contro, chi conquista la mente, arrivando a percepirla come strumento nelle mani del sé, ritrova se stesso e ottiene tutto quel che desidera. Nella Bhagavad-gita (II. 54-55) Arjuna chiede a Krishna: “Quali sono i sintomi di una persona la cui coscienza è immersa nella trascendenza? Come parla e con quali parole? Come si siede e come cammina?” Krishna risponde “O Partha, la persona che si libera da ogni desiderio di gratificazione dei sensi generato dalla speculazione mentale, e con la mente così purificata trova soddisfazione soltanto nel sé, è situata nella pura coscienza spirituale”. In quest’ultima strofa compare un termine molto interessante, mano-gatan, che indica le fughe della mente, le corse letali per inseguire bramosie effimere e piaceri illusori. Certi squilibri mentali e aspetti involuti della personalità sono spesso poco conosciuti e compresi, non raramente vengono infatti svalutati e negletti a causa di condizionamenti culturali, mentre l’individuo rimane in uno stato crescente d’immaturità psicologica che, se non sanato, arriva a produrre anche gravi patologie e disturbi comportamentali. È dunque un onere imprescindibile quello di occuparsi seriamente dell’eliminazione di scompensi e disarmonie a carico della personalità, prima che esse si strutturino radicandosi in profondità. In un mondo dominato dall’elemento maschile, con tendenze discriminatorie nei confronti degli aspetti femminili, dove permane comunque la propensione ad un’identificazione totalizzante con il corpo e con il genere, questa ricerca di integrazione non sempre risulta tra le più facilmente accettabili. La cultura Bhaktivedantica insegna a guardare con lo stesso rispetto a donne e uomini, non immedesimandosi unilateralmente in un genere o nell’altro, perché l’immagine che ci rimanda lo specchio non corrisponde alla nostra natura originaria e profonda. Il sé è ben oltre le connotazioni storiche e temporanee di maschio e femmina, la sua identità pura mente spirituale è definita in sanscrito nitya svarupa ed in essa trovano perfetta sintesi ed espressione qualità maschili e femminili. Il sé è l’essenza spirituale (atman) e il centro unificatore della coscienza, è l’individualità unica ed eterna, la quale non risente ontologicamente delle patologie che affliggono il corpo e la mente. Come spiega anche Jung, grande studioso di opere indovediche, l’individuazione del sé è la chiave di volta di tutti i processi di evoluzione e di crescita umana. La scoperta dell’atman permette al soggetto di centrarsi in sé stesso, di ritrovare il proprio baricentro. Essa armonizza ed equilibra tendenze opposte, sana le contraddizioni e i conflitti dell’io storico, amplificando la coscienza in direzione della sua universalità. Per spiegare il principio universale del sé Jung elabora un interessante parallelismo con il processo alchemico. Gli antichi alchimisti si proponevano di trasformare la materia grezza in oro filosofale e nella Nigredo alchemica Jung vede il confronto con l’ombra della personalità, nell’Albedo il confronto con gli archetipi dell’Anima e dell’Animus e nell’Opus la scoperta della coscienza integrata del sé. L’esperienza di unione e integrazione degli opposti complementari si consegue con il raggiungimento di un livello superiore di coscienza, nel quale le categorie del mondo e del pensiero ordinario vengono trascese conciliandosi in una unità dinamica. Come asseriva Lewin, “le parti sono diverse dalla loro somma”. Nella Bhagavad-gita (II.45) colui che ha trasceso la forza magnetica degli opposti è definito nirdvandva. Per i latini eludere i campi di forza degli opposti era la “congiuntio oppositorum” ricercata da tutti coloro che capivano che esiste una dimensione superiore di completezza, libertà e amore, in cui ci si può esprimere all’infinito senza le catene dei condizionamenti e della convenzionalità.
Tratto dal libro 'Dall'Eros all'Amore'.