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mercoledì 30 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il termine sanscrito mantra significa 'strumento di pensiero', e anche 'ciò che protegge la mente'. La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Non si tratta quindi di un’azione volta all’annullamento dell’ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi così com’è. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. È efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa.

martedì 22 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sui rapporti intrapsichici dell’essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificità di linguaggio così alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente. Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realtà metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi(1) con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realtà ottenuto mediante la meditazione su di un mantra. Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica è definita Nama-smarana e costituisce, in questa Tradizione, l’essenza di tutte le attività religiose, nonché l’esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica Vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija è costituito dal maha-mantra. Le esperienze a livello nama, cioè a livello della conoscenza verbale, a livello rupa(2) ed a livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti(3) che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un’impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell’inconscio. L’intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell’Hari-nama(4) è il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di bloccarne ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra "vritti di ritorno(5)". La concentrazione sull’Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l’Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondità ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di ‘grazia divina’, ma anche quello di ‘purificazione’). Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l’affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle "di ritorno" prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)(6) che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori vritti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione. Quest'ultima è ovviamente essenziale nella pratica del Nama smarana(7). Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell'io storico. Questo è un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realtà trascendente, ovvero quel “guado coscienziale” che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio. Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una “mono-vritti” dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra, che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza.

(1) Visualizzazione di un certo livello di realtà metafisica.
(2) Lett. 'forma', non solo grafica.
(3) Lett. 'Modificazioni mentali, vibrazioni, vortici'.
(4) Canto dei Nomi divini
(5) Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.
(6) 'Ricordo'. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri, 'ricordare', cui corrisponde etimologicamente l'italiano 'memoria'.
(7) Letteralmente il ricordo di Dio attraverso il canto dei Suoi Santi Nomi.

Tratto dal testo 'Divinità, Umanità e Natura' di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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mercoledì 9 dicembre 2009

SEMINARIO INVERNALE CSB 2009/2010

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità. Analisi e commento del Kaivalya Pada.

Imparare l'arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d'amore con Dio, con sé e con gli altri.


Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 - Struttura sul lungomare.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI - Segreteria CSB:
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587 739898
secretary@c-s-b.org

venerdì 8 maggio 2009

AMARE CON AMORE di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Ogni persona è per propria natura desiderosa di amare ed di essere amata. In realtà la vita non ha altro scopo e in nient'altro trova il suo valore se non nell'amore, ma la cognizione certa di tale sentimento è un traguardo elevato e, come tale, richiede impegno, consapevolezza elevata, cura, sacrificio, coerenza, lealtà e verità. L’amore è un sentimento radiante, potenzialmente capace di espandersi all’infinito, in grado di dare completa soddisfazione all'essere rendendolo interiormente forte e autonomo, libero da condizionamenti, consapevole e maturo. Esso rappresenta il sentimento naturale e spontaneo della nostra matrice più profonda, della nostra spiritualità. Nella cultura diffusa dell’Occidente il vero amore è un po’ come l’Araba Fenice: mitologico, raro e spesso apparentemente irraggiungibile. Generalmente le persone sperimentano più di frequente l’eccitazione dei sensi, ma scoprono poi, con delusione e sofferenza, che non si tratta di qualcosa che nutre veramente, anzi, spesso depaupera corpo e mente di energie preziose. L’amore autentico è sperimentato da chi vive nella consapevolezza della sostanza autentica dell’essere e della realtà e dona una gioia duratura, profonda e indipendente da condizioni esterne. La cultura della società in cui viviamo è purtroppo impregnata di concetti falsi, superficiali, pericolosi, che inducono i cittadini-consumatori, che sono sempre in cerca di stimoli, di eccitazioni e di nuove promiscuità in equilibrio precario, a diventare assillati ricercatori non di amore ma di eros, se non addirittura di infima promiscuità. Quindi per riscoprire l'amore in tutte le sue speciali e sublimi sfumature (i rasa descritti nei testi della tradizione Bhaktivedantica) occorre prendere coscienza di noi stessi e della nostra natura più profonda, poiché tutte le problematiche della sfera affettiva sono collegate ad una percezione distorta del senso di sé. Il Vedanta, lo Yoga ed altre opere della letteratura indovedica descrivono l’essere incarnato come composito, poiché costituito biologicamente di un corpo oggetto dell’esperienza empirica, caratterialmente di una struttura psichica e spiritualmente di una essenza eterna e immutabile. Questa, l’atman, rappresenta il fulcro e baricentro della personalità, il centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e sostegno stesso della vita. Il paradosso consiste in questo, che proprio di essa, della sua essenza vera l'individuo smarrisce la consapevolezza a causa dell’imporsi di condizionamenti strutturati. Questi ultimi rendono la persona schiava di una percezione e di una comprensione superficiale di sé, che la vincolano alla dipendenza da stimoli sensoriali e da passioni egoiche, da bisogni indotti. Tutti legami che però spesso appaiono insopprimibili, fino ad occupare l'intero campo della coscienza. Se l'amore è la più alta espressione dell'essere, l'eros lo si può paragonare ad un fuoco che divampa e tutto divora, fino a distruggere anche se stesso. In mancanza infatti di un processo di elevazione della coscienza, i desideri e le bramosie, frutto dell'identificazione con il corpo psicofisico, non diminuiscono con l’indebolimento del corpo, bensì sempre più incatenano al continuo sorgere e dissolversi di attrazioni e repulsioni (raga e dvesha) fondate su di un'affettività patologica che produce relazioni frustranti, con profonde delusioni e sofferenze. I grandi Maestri della tradizione Bhaktivedantica hanno insegnato come superare gli opposti e riscoprire il sentimento vero dell'amore attraverso la destrutturazione dei condizionamenti e la trasformazione e sublimazione delle proprie energie. Il processo chiamato sadhana-bhakti, che viene compiutamente descritto nella letteratura Bhaktivedantica, permette di avviare tale fondamentale opera di trasformazione, sublimazione e trascendenza delle pulsioni egoiche, consentendo di accrescere e valorizzare le qualità migliori di ogni individuo e renderlo capace di compiere quell’affascinante viaggio interiore che fa giungere dall’io al sé, dall’eros all’amore, dalla morte alla vita. Il segreto del successo per avvicinarsi sempre più a tale stato interiore dell'essere, fondato sulla più alta consapevolezza spirituale, non risiede dunque nella repressione di istinti e passioni. Infatti, questi, se repressi tendono a strutturarsi in maniera ancor più potente a livello inconscio. La soluzione non può essere nemmeno quella del loro libero sfogo che aprirebbe completamente le porte al dominio della coscienza da parte dell'ego o io inferiore. Quindi la realizzazione del sé e l'elevazione fino al sentimento dell’amore richiedono trasformazioni armoniche della personalità, scelte ponderate, svolte coscienti e sono l'esito di una serie di sforzi ben coordinati e costanti, volti a consentire il passaggio del potenziale umano dalle istanze dell’ego a quelle del sé, attraverso lo sviluppo delle più elevate qualità dell'anima. Come ha affermato anche Arthur Schopenhauer, “l'amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo”. La conoscenza di immediato valore pratico che ci tramandano i testi millenari della tradizione Bhaktivedantica, con i loro tanti e significativi esempi di vite trasformate e di coscienze illuminate, oltre alla nostra personale esperienza nell'applicazione di tali metodologie, ci dimostrano che tale trasformazione dei sentimenti è possibile attraverso un processo di rieducazione della personalità. Cambiamento in cui pulsioni ed emozioni possono essere ri-orientate e rese propedeutiche a quell'evoluzione interiore che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla solida beatitudine della Bhakti, quindi del vero amore trionfante.

Per approfondimenti si consiglia la lettura del libro Dall'Eros all'Amore, di Marco Ferrini - Ed. CSB.

venerdì 13 febbraio 2009

A WONDERFUL MIND. COME TRASFORMARE UNA MENTE RIBELLE IN UNA MENTE MERAVIGLIOSA di Marco Ferrini

A WONDERFUL MIND.
COME TRASFORMARE UNA MENTE RIBELLE IN UNA MENTE MERAVIGLIOSA.
di Marco Ferrini.

Da tempo immemorabile, tra l’anima e la psiche si combatte una perenne battaglia per il predominio della coscienza. Per l’essere umano condizionato, i dilemmi più penosi sono creati dalla estenuante tensione tra i due poli, che presentano soluzioni tanto diverse quanto sono diverse le loro motivazioni. Tali tensioni perdurano fintanto che l’io storico - prodotto di scelte arbitrarie della psiche - non viene armoniosamente reintegrato nel campo energetico dell’anima.I dubbi che la mente talvolta insinua sono legati al cangiante e mutevole mondo dell’impermanenza, ed è normale che il fenomeno si intensifichi in prossimità di scelte di vitale importanza, o subito dopo. In ciascuna di queste fasi è l’ego falso che protesta, ma non fatevi intimorire. Finora l’ego l’ha fatta da padrone, ha oscurato il vostro vero sé, vi ha tiranneggiati impunemente vita dopo vita, vi ha resi schiavi di illusori progetti di felicità, di farneticanti ambizioni. Adesso che lo state spodestando, che state per riguadagnare la libertà, ovviamente si ribella. Ogni condizionamento produce qualche forma di nevrosi, e i condizionamenti spesso sono più di uno. Da tempo immemorabile dentro di noi sembra che convivano due “esseri”. Il primo e più insistente è l’io inferiore, detto anche “falso ego”: sospettoso, arrogante, orgoglioso, egocentrico, insoddisfatto e irritabile. E’ come una bestia scaltra e famelica, sempre in cerca di preda nella forma di prestigio e piaceri illusori. La seconda è l’io superiore, il sé, l’essere spirituale nascosto, l’atman, la cui chiara voce di saggezza solo raramente abbiamo udita ed ascoltata. Nello scontro tra questi due “esseri” vincerà certamente quello che nutriamo di più. Più prestiamo attenzione agli insegnamenti spirituali, più li contempliamo e li integriamo nella nostra vita di tutti i giorni, più si risveglia e si rafforza in noi la voce interiore, la saggezza innata del discernimento. Se incominciamo a distinguere tra le insistenti, suadenti quanto ingannevoli voci dell’io – che peraltro non ha alcuna esistenza propria - e la veritiera voce del sé – realtà immortale - e scegliamo deliberatamente e irrevocabilmente la guida della seconda, questa ci apre la luminosa via della libertà, della salvezza, della gioia e dell’Amore. Allora e solo allora inizia a manifestarsi in noi il chiaro ricordo della nostra autentica natura - una e indivisa - quella spirituale, in tutto il suo splendore e divina verità. A quel punto i vaneggiamenti dell’ego falso non distolgono più dalla retta comprensione-visione e anche gli ultimi dubbi cessano, e con essi i capricci della fu mente ribelle. Poiché il vero ostacolo alla realizzazione spirituale è la mente ribelle, una volta conquistata e resa docile strumento sotto l’egida dell’anima è possibile sperimentare prontamente la felicità ineffabile dell’estasi. L’esperienza psicologica dell’inferno precede l’ascesa al Cielo, passando quasi invariabilmente per la fase intermedia del Purgatorio. Il primo passo concreto su questo sentiero è l’abbandono a Dio, in tutte le tradizioni spirituali. Una vita dedicata alla realizzazione spirituale permette di trasformare in un puro diamante la mente e richiede chiarezza, onestà, coraggio e fermezza. Infatti, quando si sono sufficientemente praticate e sviluppate nel carattere queste fondamentali qualità, tutto s’illumina, la ex plumbea mente si colora di aurei bagliori, l’anima è strappata alla schiavitù della materia e si libra in Cielo…Solo allora l’evoluzione spirituale diventa rapida e prende concretamente realtà, anche nel mondo tridimensionale.

OLTRE MALATTIA E MALESSERE - Lettera aperta a tutti coloro che cercano un orientamento spirituale - A cura di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Chiedete guida e cura perché vi hanno detto, o vi siete persuasi, o solamente perché avete l’intuizione di soffrire di un disturbo della psiche, dell’umore, della personalità, della vita relazionale, dell’adattamento. O semplicemente perché vi risulta inaccettabile l’idea che avete della sofferenza e della morte. Ma salute e malattia, adattamento e disadattamento al mondo fenomenico, sono idee illusorie, pseudo-realtà nel contesto di maya. Voi per primi sapete, avete deciso, che non volete “adattarvi” al mondo dell’illusione. Vi ricordo che nascita e morte, sviluppo e declino, salute e malattia, sono fasi cangianti e transitorie della vita incarnata nella condizione umana, epicicli dell’esistenza reale, che attraversa i mondi e i corpi della manifestazione oggettiva e impermanente. Salute e malattia non esistono, se non nella visione illusoria dell’uomo; nella realtà esiste l’infinito percorso dell’evoluzione spirituale, ed esistono vicende e accidenti su questo percorso: tappe, progressi, ristagni e deviazioni, cadute, imprigionamenti e progressive liberazioni. Alcuni di questi accidenti vengono isolati e classificati, dalla Medicina e da alcune Scuole di Psicologia, come “malattia”.  E Medicina e Psicologia li studiano e li curano in una prospettiva che troppo spesso non è consapevole e non tiene conto del contesto evolutivo in cui essi si inseriscono. Esse possono così ottenere risultati rispettabili, apprezzabili e utili, nel breve termine e limitatamente ai sintomi; possono anche avere una certa capacità preventiva, ma la portata e i mezzi della loro cura e della loro prevenzione non possono andare oltre, non possono raggiungere la sostanza, proprio perché non li contestualizzano nella realtà e nel processo di evoluzione spirituale, che per esse rimangono invisibili, seppur talora lontanamente intuibili. La Tradizione della Psicologia spirituale bhaktivedantica opera in modo e con mezzi sensibilmente diversi. Un sintomo, un conflitto interiore, un’angoscia di morte, possono avere un significato, una valenza ulteriore nella proiezione evolutiva rispetto ad una visione medico-psichiatrica. L’uomo non è semplicemente un organismo che deve cercare di restare o ritornare in salute (già questa concezione produce malattia), ma è un essere cosciente che ha davanti a sé un percorso verso una meta e che, per raggiungerla, deve evolversi realizzando una ad una le istanze più nobili della propria personalità: desiderio di sapere e capacità di conoscere, gioia, senso morale, bellezza, forza di volontà, compassione, saggezza e Amore. Per me il vero successo di una psicoterapia non consiste nel produrre “normoinseriti”, bensì nell’aiutare le persone a liberarsi da identificazioni e condizionamenti, anche da quelli cosiddetti “normali”, che in realtà costituiscono le peggiori tra le illusioni e le schiavitù. Spesso si è potuto constatare che la cosiddetta “normalità” non è affatto emblema di salute, ma è essa stessa un precario equilibrio psicopatologico, sovente sostenuto da farmaci e droghe (leggere e pesanti). Insomma, ossessioni e fobie, depressioni e manie blande e croniche, incapacità apprese, cecità selettive, ricerca di rapporti frustranti e traumatici, non si notano semplicemente perché la maggior parte della gente è affetta dalle stesse sindromi.

Non è a simili adattamenti che io miro.

La cura spirituale più efficace è quella che avviene da dentro la persona, è un lavoro che la persona fa su sé stessa, non qualcosa che io, dall’esterno, faccio alla persona. Le cure farmaceutiche sono utili, certo, e in alcuni casi addirittura indispensabili; ciò nonostante una persona afflitta da patologie fisiche o psichiche ha una necessità primaria: quella di ritrovare la propria centratura, di ristabilire quell’ordine interiore che consente non solo di guarire, ma di mantenere una buona salute il più a lungo possibile. Secondo la scienza ayurvedica malattia è sinonimo di disordine, disordine che la chimica può curare solo parzialmente, ovvero se la cura farmaceutica si incentra su di uno stato psicologico in trend di recupero. Il soggetto può veramente recuperare salute se il principio attivo della guarigione, che parte da dentro, è stato riattivato; il noto detto di Giovenale mens sana in corpore sano dovrebbe essere così interpretato: il corpo può mantenersi sano se la psiche è sana. Il contributo migliore è dunque insegnare alle persone a cercare la verità dentro sé stesse, ad aprirsi all’amore e alla conoscenza interiore, a riconnettersi alla fonte, alla nostra natura più profonda, che abbiamo dimenticato. I cambiamenti esterni accadono come effetto secondario della nostra maturazione interiore. Nella propria vita ogni individuo ha da confrontarsi con crisi, tensioni e conflitti emotivi, ma questi non sono di per sé negativi; lo diventano solo nel momento in cui non si riescono a gestire e, rimanendo irrisolti, producono nevrosi. Se vengono invece affrontati con la giusta attitudine, con consapevolezza e motivazione elevata, essi possono rappresentare persino l'indispensabile stimolo evolutivo per rafforzare le proprie qualità e per giungere ad equilibri superiori attraverso il riconoscimento e il superamento di alcuni propri limiti. Riesce infatti a sviluppare una personalità sempre più matura e integrata colui che impara a risolvere le naturali tensioni che emergono nel proprio intimo e quelle prodotte dall'esterno, facendo sì che non si cronicizzino ma anzi risultino occasioni importanti per acquisire ulteriori esperienze formative. A questo proposito Adler  spiegava: “Difficoltà piccola, uguale normalità; difficoltà grande, uguale nevrosi”. Chi sa riconoscere le particolari crisi emotive e tendenze nevrotiche cui è soggetto, sarà maggiormente in grado di evitare che esse degenerino in veri e propri disturbi della personalità. Tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne. Nessuno dovrebbe sentirsi al di sopra di tali tensioni; dovremmo piuttosto imparare a gestirle in maniera costruttiva evolutiva, mettendo in pratica un processo di trasformazione e rieducazione interiore che ci permetta di armonizzarle e trascenderle, e ciò è possibile soprattutto attraverso gli insegnamenti e lo stimolante esempio di  vita di persone equilibrate, con elevato livello di coscienza, che possono essere modelli di riferimento nel lavoro che dobbiamo fare su noi stessi. Conformemente ad una multimillenaria tradizione Yoga(1) offro soluzioni e strumenti molto diversi dalla Medicina e dalla Psicoterapia intese in senso occidentale. Mi baso su un'altra concezione dell'uomo e del cosmo, della salute e della malattia. Io risveglio, sviluppo e parlo alla coscienza, insegno, indico, educo spiritualmente. Non tratto sintomi e malattie come farebbero uno psichiatra o uno psicoterapeuta materialista, perché a me non sono il ‘sintomo’ o la ‘malattia’ che appaiono, ma un’altra realtà. Soprattutto, insegno a riconoscere come la psiche funziona, come si blocca, come si riattiva, secondo la scienza dello Yoga bhaktivedantico, dell’Unione con l’Infinito, con Dio. La cura di tipo biomedico è una cura essenzialmente dei sintomi, di manifestazioni più o meno isolate, e tende a ripristinare uno stato di “normalità”, piuttosto che quello della salute olistica così com’è intesa nei testi dello Yoga(2).  La cura fisiologica, psicologica, etico-morale bhaktivedantica (via dell’Amore e della Conoscenza) invece, è fondata sulla prevenzione e sulla sadhana-bhakti(3) attraverso la quale l’individuo induce e abilita sé stesso a reinterpretare la propria immagine profonda (la coscienza e la consapevolezza della propria essenza spirituale e della propria eterna relazione d’amore che lo unisce al Creatore, al creato e alle creature) e a trasformare e guarire sé stesso, influendo, seppure in modo indiretto, molto positivamente anche sull’ambiente. Tradizionalmente, lo Yoga bhaktivedantico è un sistema di Psicologia del profondo, ma anche una via per ascendere con successo alle vette luminose della consapevolezza, con cui ciascuno - ammesso che abbia come Maestro un guru autentico (competente e coerente) e che voglia veramente migliorarsi - con l’ausilio di abhyasa (norme etiche e pratiche psico-spirituali da esercitare con costanza)(4) e vairagya (distacco emotivo)(5) può risvegliare e attivare in sé stesso strumenti di evoluzione e cura, fino alla gioia, l’illuminazione e l’Amore. Del resto, finché un individuo si pone passivamente come paziente è praticamente impossibile che si senta fiducioso in sé, autonomo, capace di prendere le proprie decisioni. Ci sono soggetti che - per non assumersi le proprie responsabilità – vorrebbero lasciare le redini nelle mani di altri per farsi dettare come devono sentire e come devono agire. Questo costituirebbe un'interferenza, un grave condizionamento, una psico-dipendenza che dobbiamo accuratamente evitare, perché il mio scopo è, appunto, quello di liberare dai condizionamenti. La cura bhaktivedantica non è praticata da un guaritore sul malato. Le psicoterapie che hanno concepito la malattia come “una cosa da togliere” sono tutte fallite. La verifica scientifica ha oramai accertato che sono incapaci di dare risultati dimostrati e stabili. Ormai anche la ricerca scientifica dimostra piuttosto che la coscienza gioca un ruolo significativo nel creare il “qui e ora”, che il futuro non è predeterminato ma plasmabile e che può essere modificato essendo composto di possibilità che si vanno cristallizzando. E’ dunque il presente che costantemente determina il futuro. Dobbiamo capire ed accettare che siamo noi i responsabili del nostro livello di coscienza. Questa è una condizione imprescindibile per poter essere effettivamente in grado di operare cambiamenti migliorativi in noi e fuori di noi e per utilizzare appieno e al meglio le enormi potenzialità di autorinnovamento e autoguarigione attribuibili al pensiero umano, determinante anche sul piano della realtà fisica. Più le nostre convinzioni sono profonde e cariche di emozione, maggiori sono i cambiamenti che possiamo attivare, sia nei nostri corpi che nell’ambiente circostante; ma anche i pregiudizi hanno i loro effetti: negativi. Il campo mentale è in qualche modo primario rispetto al corpo fisico, e funziona come una specie di mappa dalla quale il corpo riceve i propri riferimenti strutturali. Detto in altro modo, il campo energetico è la versione corporea di un ordine implicito: il dharma, eternamente operante. Il dharma (divino ordine etico-universale che regola e sostiene la vita dell’uomo e del cosmo) non è un ordine artificiale che determina una repressione delle istanze profonde dell’essere, ma rappresenta quella norma inscritta, quasi come un codice genetico, nell’intimo di ogni creatura, la cui infrazione provoca una condizione innaturale, limitante e patologica, inevitabilmente segnata da conflitti e sofferenze. I cosiddetti fantasmi della memoria - complessi, fobie, ossessioni - sono causa di quei pensieri angoscianti che favoriscono la strutturazione della realtà fisica secondo modelli disecologici e patologici. In modo analogo, questa stessa connessione dinamica fra le immagini mentali, il campo energetico e il corpo fisico è una delle ragioni per le quali la devozione (bhakti), la conoscenza  (vedanta), la retta condotta, l’esercizio della compassione, la preghiera, la visualizzazione, la meditazione, sono in grado di curare anche il corpo. Nella scienza bhaktivedantica, rupa è il piano6 delle forme – comprendente le forme mentali ma anche quelle psichiche(7) – dalle quali il corpo fisico dipende. Il piano rupa dipende a sua volta dal piano di realtà ad esso superiore, detto vibhuti(8). Controllando e dominando il livello della vibhuti grazie alle pratiche sopra descritte, si comprendono e si risolvono i problemi e le malattie del piano delle forme, non solo quelle della psiche e del corpo, ma anche quelle relazionali, che tanto ruolo hanno nel generare dolorosi conflitti. Essi, tuttavia, rappresentano solo un effetto collaterale del processo di autorealizzazione che la sadhana bhaktivedantica induce; il fine ultimo infatti, non è eliminare il male (fobie, dolore, attaccamenti, criticismo e aggressività), ma conseguire il bene: illuminazione, consapevolezza, libertà, felicità, Amore. Il Maestro della tradizione bhaktivedantica (Guru) risveglia le persone ai pericoli di una filosofia di vita materialistica, consumistica ed egoistica, è un formatore e un ispiratore della coscienza che, educando la mente, impartisce un insegnamento spirituale personalizzato allo studente, il quale lo applica su di sé in modo autonomo al fine di sviluppare ciò che ha già dentro di sé, e superare, liquidare, le vere cause della propria sofferenza: condizionamenti (panca klesha), cicatrici e blocchi emotivi (samskara) e tendenze inconsce (vasana) - al fine di riattivare le proprie facoltà superiori latenti e di riprendere autonomamente e con gioia il cammino della realizzazione del sé e dell’Amore. Dunque, come ho tante volte spiegato, in aula e nei miei testi, io  insegno Spiritualità, Psicologia e Filosofia Yoga (Bhakti-vedanta yoga) attraverso Corsi mirati e personalizzati per lo sviluppo di conoscenze e di capacità di applicazione pratica; le mie cure sono spirituali e non sono sostitutive di diagnosi e terapie mediche. Esse sono piuttosto mirate ad aiutare ognuno a scoprire e percorrere con gioia il proprio cammino di guarigione e d’illuminazione interiore. Il mio impegno è quello di creare le basi per una comunicazione profonda e soddisfacente, per una crescita significativa sul piano personale e sociale, nell’ambito di Corsi di studio personalizzati, di ricerca e sperimentazione che il CSB mette a disposizione per quanti abbiano  desiderio  di  approfondire. I Corsi, flessibili e personalizzati, sono strutturati in modo da essere accessibili a molte persone, permettono un comodo studio da casa propria e aprono ad una esplorazione profonda delle proprie dinamiche interiori. Oggi i corsisti sono alcune centinaia, con età e formazioni molto diverse. Per insegnare utilizziamo anche le conoscenze delle scienze moderne ma lo scopo di questo lavoro non è quello di limitarci a ciò, bensì quello di scoprire – attraverso il ricostituirsi di una visione spirituale di noi stessi e della vita - chi siamo veramente al di là delle convinzioni accumulate, delle identità acquisite e dei modelli comportamentali che ci danno un falso senso della nostra natura profonda. I Corsi, oltre allo studio teorico, includono seminari con letture, meditazioni, esercizi in piccoli gruppi e incontri singoli con gli insegnanti per aiutare a riconnetterci con la nostra reale identità, sovente obliata a causa dei molteplici condizionamenti subiti.

(1)  Bhakti-yoga:  gli insegnamenti  di questa scienza  spirituale sono antichissimi,  essi derivano da un lignaggio che, risalendo oltre i suoi maestri  umani,  giunge a Dio. Io li ho personalmente ricevuti nel lignaggio dei Guru da A.C. Bhaktivedanta Svami Prabhupada (guru-parampara della Shri Caitanya Sampradaya. Tradizione che io stesso oggi rappresento,  pratico e insegno).
(2) Principalmente: Bhagavad-gita, Vedanta,  Yoga-sutra,  Katha e Shveta-ashvatara Upanishad.
(3) Letteralmente ‘via dell’Amore’. E’ il sentiero per la realizzazione del sé considerato dai grandi Maestri punto di arrivo e sintesi perfetta di tutti gli altri (in particolare karma marga e jnana marga). Nella sadhana bhakti confluiscono e si armonizzano infatti la scienza dell’azione, il sentiero della conoscenza e della saggezza e la via suprema dell’Amore divino, grazie al quale il soggetto ritrova sé stesso e riscopre la propria eterna relazione con il Supremo. Nella bhakti confluiscono amore e spirito di servizio; bhakti significa infatti devozione e dedizione a Dio nella Sua forma personale, nella tradizione vedico-vaishnava Vishnu-Krishna. Nella bhakti devoto e Divinità sono vincolati da legami di amore reciproco e godono del medesimo stato di grazia.
(4) Pratica spirituale ininterrotta. Abhyasa è lo sforzo persistente per dominare e controllare le attività mentali e fisiche. Dopo un periodo iniziale di maggior fatica, se il ricercatore spirituale riuscirà ad applicare abhyasa con scrupolo e devozione, questa pratica diventerà un’abitudine, un modus vivendi che consentirà di invertire la rotta psichica e di trasformare le tendenze inconsce (vasana).
(5) Distacco emotivo. Stato coscienziale in cui, essendosi l’individuo ricontestualizzato nell’universo ed avendo perciò sviluppato una visione chiara ed elevata della natura del sé e del mondo, riesce a superare il desiderio morboso delle cose, anche senza doverne rimanere fisicamente a distanza.
(6) In sanscrito bhumi.
(7) Con mentale ci si riferisce al piano superficiale della mente, con psichico alla struttura mentale nel suo insieme.
(8) Il terzo dei sette piani o livelli, detti bhumi, descritti nella scienza dello Yoga. Nel caso delle vibhuti l’ambito è di natura energetica.

COME GESTIRE E SUPERARE LA CRISI di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

La vita umana, inutile nasconderlo, è una vita di crisi, che cominciano dalla nascita, con la prima boccata di ossigeno e gli strilli del neonato, e finiscono con l’ultimo respiro, nella stragrande maggioranza dei casi reso con dolore, sofferenza e spavento. Nel frattempo l'esistenza umana è costellata da una serie di prove più meno dure, raramente intervallate da un po’ di piacere qua e là. E' pur vero che chi vive una vita profondamente virtuosa, sperimenta anche molta gioia, ma non è tuttavia esente dalla sofferenza, che da sempre colpisce perfino grandi eroi, grandi santi e grandi re. Nella propria vita, dunque, ciascun individuo ha da confrontarsi con crisi, tensioni e conflitti emotivi, ma questi non sono di per sé negativi; lo diventano solo nel momento in cui non si riescono a gestire e, rimanendo irrisolti, producono nevrosi. Se vengono invece affrontati con la giusta attitudine, con consapevolezza e motivazione elevata, possono rappresentare persino l'indispensabile stimolo evolutivo per rafforzare le proprie qualità e per giungere ad equilibri superiori attraverso il riconoscimento e il superamento di alcuni propri limiti. Riesce infatti a sviluppare una personalità sempre più matura e integrata colui che impara a risolvere le naturali tensioni che emergono nel proprio intimo e quelle prodotte dall'esterno, facendo sì che non si cronicizzino ma anzi risultino occasioni importanti per acquisire ulteriori esperienze formative. A questo proposito Adler spiegava: “Difficoltà piccola, uguale normalità; difficoltà grande, uguale nevrosi”. Chi sa riconoscere le particolari crisi emotive e tendenze nevrotiche cui è soggetto, sarà maggiormente in grado di evitare che esse degenerino in veri e propri disturbi della personalità. Tutti siamo continuamente alle prese con il processo di riadattamento delle nostre tensioni interne. Nessuno dovrebbe sentirsi al di sopra di tali tensioni; dovremmo piuttosto imparare a gestirle in maniera costruttiva, evolutiva, mettendo in pratica un processo di trasformazione e rieducazione interiore che ci permetta di armonizzarle e trascenderle. Ciò è possibile soprattutto attraverso gli insegnamenti e lo stimolante esempio di vita di persone equilibrate, con elevato livello di coscienza, che possono essere modelli di riferimento nel lavoro che dobbiamo fare su noi stessi. Il termine ‘crisi’ è di origine greca, significa ‘cambiamento’. I cinesi per rappresentare il concetto di ‘crisi’ utilizzano due ideogrammi: il primo esprime il concetto di ‘pericolo’, il secondo quello di ‘opportunità’. In entrambe le civiltà, quella greca e quella cinese, vediamo che il fenomeno implica la necessità di scegliere, discernere, separare, decidere. La crisi è dunque un punto decisivo di cambiamento che si presenta, improvvisamente o gradualmente, e che può risolversi in senso favorevole o sfavorevole. Si tratta di un fenomeno comunque caratterizzato dalla rottura dell'equilibro precedentemente acquisito e dalla necessità di trasformare gli schemi consueti di comportamento, che non si rivelano più adeguati per far fronte alla situazione presente. Nella crisi, quando soprattutto è profonda e acuta, è come se tutto subisse un repentino cambiamento dal quale l'individuo può uscire trasformato in meglio, se dà origine a nuove soluzioni, oppure diretto verso l'incapacità di adattamento e la degenerazione. Nelle crisi di tipo fisiologico, dette anche evolutive o di sviluppo, il soggetto sperimenta il cambiamento passando dall'infanzia all'adolescenza, dall'adolescenza all'età adulta, dall'età adulta alla senescenza e dalla senescenza alla morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. Queste crisi generalmente avvengono in maniera graduale e l'individuo può più facilmente predisporsi per fare un percorso di crescita interiore e di auto-consapevolezza. La crisi evolutiva è evidentemente di natura inarrestabile. Altra categoria di crisi è quella accidentale, provocata ad esempio da un'ingente perdita economica, un grave infortunio sul lavoro, un incidente automobilistico che può creare una disabilità permanente, un lutto, la perdita di una persona cara, un abbandono o un tradimento. Nella crisi evolutiva la persona ha la possibilità di procurarsi, con il progressivo mutare delle proprie condizioni di vita, tutti gli strumenti che le occorrono per gestire e superare il cambiamento. La crisi accidentale irrompe invece in maniera subitanea e minacciosa, compromettendo la salute fisica, l'equilibrio psicologico, lo status sociale ed economico, ecc. Essa implica da parte del soggetto maggiori risorse interiori e una più pronta e matura capacità d'intervento. In genere la crisi accidentale si manifesta attraverso le seguenti dinamiche:
  1. Il verificarsi di un evento imprevisto.
  2. La connessione tra questo evento e precedenti tensioni che avevano già determinato una situazione conflittuale nel soggetto.
  3. L'incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi consueti meccanismi di comprensione ed elaborazione degli eventi.
A seconda del livello socio-culturale e soprattutto di quello evolutivo dell'individuo, si possono presentare differenti scenari di risposta alla crisi. I due principali possono essere così sintetizzati:
  1. Stato di massima apertura al cambiamento verso situazioni sia positive che negative.
  2. Incapacità di accettare il cambiamento a causa di chiusure e blocchi emozionali e cognitivi dell'individuo.
Elementi determinanti nel fenomeno crisi sono il fattore tempo (durata) e l'intensità (carica energetica), ovvero la rilevanza dei cambiamenti affettivi, cognitivi e relazionali che sono messi in gioco. Nella valutazione generale del fenomeno è inoltre importante prendere in considerazione se si tratta di una crisi una tantum o se invece è legata ad un'esperienza che, se non risolta in maniera adeguata, tende a riproporsi nel tempo, come può essere quella associata al fenomeno morte, ovvero al trapasso da una dimensione di esistenza ad un'altra. La crisi può essere affrontata principalmente in due modi:
  1. Con un pronto intervento che mira semplicemente a ridurne gli effetti dannosi sul momento, quasi una sorta di “trattamento” temporaneo volto a salvare il soggetto da pericoli immediati.
  2. Attraverso l'intenzione e l'impegno a sanarne le cause profonde, affinché si risolva completamente e definitivamente.
Nello stato di crisi è altamente richiesta la capacità di adattarsi alla nuova situazione, elaborando giudizi pertinenti al mutato contesto e assumendo una posizione confacente e matura. E' proprio questa capacità che costituisce il fondamento di un atteggiamento responsabile nei confronti delle esperienze e anche relativamente autonomo rispetto ai condizionamenti ambientali. Imparare a gestire la crisi significa imparare a gestire gli eventi, anche quelli più negativi, senza rimanerne travolti, ma cogliendo la preziosa opportunità di elevare la propria consapevolezza, facendo riferimento a quei valori universali che permettono di andare con la coscienza e con il cuore oltre l'ostacolo. Occorre essere capaci, se è il caso, di prendere anche le distanze da certe proprie opinioni e convinzioni, sapendo che in buona parte esse riflettono il mondo culturale ed affettivo in cui si è vissuti e che sono dunque sempre suscettibili di miglioramento. L'autocritica, la capacità di assumere un altro punto di vista, di distanziarsi dai propri vissuti per riuscire ad analizzarli e ad elaborarli in modo appropriato, è più che mai indispensabile nella gestione della crisi, il cui superamento necessita il pieno sviluppo delle facoltà metacognitive. Ricordiamo che non sono mai gli eventi di per sé la causa delle nostre disgrazie o delle nostre fortune; quel che veramente è determinante è il nostro atteggiamento, ovvero l'attitudine con la quale ci poniamo di fronte a persone, situazioni e accadimenti. Se lo desideriamo intensamente e ci predisponiamo nella maniera corretta, anche un evento di per sé negativo può trasformarsi in una preziosa e salvifica opportunità di crescita e di elevazione. Nell'elaborazione della problematica della crisi è importante tener di conto di alcuni importanti fattori:
  • Nessuno di noi può sfuggire alla crisi. La crisi è una normalità nella vita umana. Realizzare ciò è molto positivo, poiché evita di incorrere in sentimenti di rabbia, sfiducia o ingiustizia di fronte a nostre debolezze o a difficoltà apparentemente esterne (è infatti una visione distorta quella che ci fa credere che i problemi siano fuori di noi. In realtà possiamo ben capire che le loro cause, dirette o indirette, sono comunque da ricercarsi dentro noi stessi).
  • Occorre portare allo scoperto le nostre problematiche; rimuoverle significherebbe potenziarle, diventare nei loro confronti ancora più fragili, deboli e indifesi, poiché il nemico è quanto più pericoloso quanto più agisce non visto. Il nostro sforzo dovrebbe essere quello di affrontare ogni crisi non appena essa si manifesti, non appena la si riconosca come tale. Negare la crisi creandosi false giustificazioni o alibi, vuol dire far crescere e strutturare il problema in profondità, fino a che la ricerca di una soluzione diventa sempre più difficile ed impegnativa, sia in termini di tempo che di sforzi ed energie.
  • Il nostro futuro è sempre modificabile, dunque la cosa più importante e davvero determinante sarà la nostra reazione alla crisi. Il passato è un percorso concluso, ma tutto ciò che sta nel futuro è aperto alla trasformazione. Non c’è dunque niente di fisso o di prestabilito irrevocabilmente.
  • Dovremmo prendere le distanze emotive dalla crisi, capirne l’entità, comprendere la sua funzionalità evolutiva, considerarla come l’occasione per risolvere i problemi, superare i propri limiti e ascendere a piani superiori di consapevolezza, gioia e amore.
In sintesi la crisi è uno squilibrio, una disarmonia che ci chiama ad un cambiamento, che spesso richiede raccoglimento, trasformazione, sublimazione e trascendimento degli opposti. La crisi può essere definitivamente superata verso l’alto soltanto grazie alle facoltà più elevate dell’individuo, alla sua adesione all’ordine etico universale (dharma) e alla riscoperta della bhakti, il rapporto di Amore con Dio nella Sua triplice espressione: Creatore-creato-creature. Per risolvere la crisi occorre situarsi su di un piano di consapevolezza che trascende l'ego e penetrare lo spazio della coscienza profonda di sé, della propria essenza spirituale, laddove disarmonie ed opposti si ricongiungono in una superiore e sublime armonia. A tal fine non servono tanto la cultura o la mera acquisizione di dati quanto la saggezza, quel bene inestimabile che scaturisce dalla gloriosa unione di alta conoscenza, esperienza e coerenza di vita, attraverso la quale si raggiunge la felicità intrinseca, che non dipende da ciò che accade all'esterno. La felicità non è un'utopia se impariamo a camminare nel mondo in armonia con l'Ordine divino che regola la vita del cosmo e di ogni essere. Allora, ogni passo che compiamo su questo illuminato sentiero rompe un equilibrio, ma soltanto per costruirne uno superiore.

giovedì 12 febbraio 2009

LA PSICOLOGIA BHAKTI-VEDANTICA COME SOLUZIONE AI PROBLEMI ESISTENZIALI: EMOZIONI E PENSIERI NELL'EVOLUZIONE DEL PROPRIO CARATTERE E DEL PROPRIO DESTINO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Non esistono problemi senza soluzione. L'approfondita conoscenza psicologica derivante dalla tradizione vedica, in armonia con le moderne indagini nel campo psicologico, individua il punto di svolta verso la soluzione dei problemi esistenziali, nella volontà attiva e cosciente della persona che ne è afflitta, di voler trovare soluzioni e perseguirle con metodo e determinazione piuttosto che sprofondare nel proprio male immaginandolo inguaribile. L'atteggiamento rinunciatario è proprio quello che predispone una persona al fallimento. I primi passi di risalita sono indubbiamente faticosi, quanto può esserlo uscire da una palude o da sabbie mobili, poi, proseguendo nella direzione della luce, dall´interno riemerge la gioia di vivere con tutta la forza vitale di cui è per natura portatrice. Fondamentale è l´atteggiamento: come vi ponete verso la vita, la vita vi risponde, così come accade nelle relazioni con altri umani. Ognuno di noi è regista del proprio scenario mentale: può toglierne uno identificato come sbagliato, definirlo sgradito e poi sostituirlo con uno giusto e immediatamente l´umore cambia. Se evitiamo di lamentarci e facciamo economia delle risorse che abbiamo, nel momento in cui avremo la convinzione profonda di come dover agire ci troveremo a disposizione delle risorse che saranno un ottimo investimento e le energie si moltiplicheranno. Le risorse si possono moltiplicare, investendole nell'evoluzione o distruggere, dilapidandole nel lamento, questo dipende da noi. Il pensiero è strumento e le emozioni mezzi per l´evoluzione della coscienza; si può descrivere come utilizzare le emozioni per fare un salto di qualità nella percezione, mentre di solito esse rappresentano i nodi che incatenano le persone all´esistenza condizionata. È già una terapia contrapporre all´emozione, che è di natura calda, un pensiero, per sua natura freddo e che ha il potere di rendere più trasparente un contenuto torbido. Certamente è difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un´emozione, poiché quest'ultima possiede una carica psichica ben più potente. Bisogna tener pronte, come una valigetta di pronto soccorso, una serie di emozioni positive ben collocate nella memoria e che, nel momento in cui si desidera evocarle, siano immediatamente a disposizione. Le emozioni positive hanno anch´esse una carica emotiva forte e generalmente sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l´operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte. Possono essere insegnamenti che abbiamo ricevuto, momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale, ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all´approssimarsi della morte. Se provate a cambiare lo scenario ed evocate dall´archivio della memoria qualche momento in cui eravate felici, un momento di intensa crescita interiore, in compagnia di persone anch'esse impegnate in un pensare ed agire positivo, vedrete il vostro umore cambiare di colpo ed il corso dei pensieri prendere un´altra direzione, più palpitante e luminosa. Diventa perciò ancor più importante archiviare con molta cura i momenti positivi. Ad esempio quelli che contengono gioia o momenti di elevata comprensione da parte nostra verso gli altri, dagli altri verso di noi, ma sopratutto di quelle verità che ampliano la nostra capacità di visione. Se noi siamo responsabili dei nostri pensieri, siamo davvero obbligati a custodire emozioni anche angoscianti o pensieri tristi? No, non c´è nessun obbligo, c´è solo da imparare a come sostituirli con altre emozioni e pensieri positivi. Proprio come suggerisce Patanjali (Sadhana Pada, sutra 34) quando afferma di meditare su pensieri opposti, laddove quelli negativi attanaglino la mente.

Tratto da 'Pensiero, Emozioni e Realizzazione'.