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venerdì 7 gennaio 2011

SEMINARIO ESTIVO 2010 con Marco Ferrini (Matsyavatara Das).




Un breve video del seminario estivo 2010. Per chi ha partecipato è un bel ricordo immortalato dalla telecamera, e per chi non c'era è un'ottima occasione per rendersi conto di cosa è un seminario del Centro Studi Bhaktivedanta.
Buona visione a tutti voi!

mercoledì 30 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il termine sanscrito mantra significa 'strumento di pensiero', e anche 'ciò che protegge la mente'. La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Non si tratta quindi di un’azione volta all’annullamento dell’ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi così com’è. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. È efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa.

martedì 22 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sui rapporti intrapsichici dell’essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificità di linguaggio così alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente. Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realtà metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi(1) con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realtà ottenuto mediante la meditazione su di un mantra. Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica è definita Nama-smarana e costituisce, in questa Tradizione, l’essenza di tutte le attività religiose, nonché l’esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica Vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija è costituito dal maha-mantra. Le esperienze a livello nama, cioè a livello della conoscenza verbale, a livello rupa(2) ed a livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti(3) che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un’impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell’inconscio. L’intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell’Hari-nama(4) è il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di bloccarne ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra "vritti di ritorno(5)". La concentrazione sull’Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l’Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondità ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di ‘grazia divina’, ma anche quello di ‘purificazione’). Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l’affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle "di ritorno" prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)(6) che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori vritti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione. Quest'ultima è ovviamente essenziale nella pratica del Nama smarana(7). Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell'io storico. Questo è un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realtà trascendente, ovvero quel “guado coscienziale” che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio. Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una “mono-vritti” dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra, che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza.

(1) Visualizzazione di un certo livello di realtà metafisica.
(2) Lett. 'forma', non solo grafica.
(3) Lett. 'Modificazioni mentali, vibrazioni, vortici'.
(4) Canto dei Nomi divini
(5) Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.
(6) 'Ricordo'. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri, 'ricordare', cui corrisponde etimologicamente l'italiano 'memoria'.
(7) Letteralmente il ricordo di Dio attraverso il canto dei Suoi Santi Nomi.

Tratto dal testo 'Divinità, Umanità e Natura' di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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lunedì 14 giugno 2010

COME SI FA A GUARDARSI DENTRO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il miglior modo per conoscere sé stessi consiste nel frequentare maestri che abbiano già raggiunto un certo livello di illuminazione e possano quindi aiutarci a sviluppare una visione analoga. In seguito, anche autonomamente, seguendo gli insegnamenti e l'esempio di guide esperte, si possono fare pratiche di concentrazione e meditazione con successo. Tali pratiche consentono di entrare in contatto con aspetti sempre più profondi della nostra psiche e di giungere, con il perfezionamento della pratica e in circostanze gradualmente sempre più favorevoli, alla riscoperta della nostra identità di natura spirituale. La meditazione (dhyana) è strumento idoneo per liberare il pensiero ordinario dai suoi condizionamenti e serve dunque a conoscerci sempre più profondamente. Se praticata con serietà e costanza, essa produce un effetto di lucido e luminoso discernimento, permettendo graduali livelli di realizzazione. L’esercizio della meditazione ci mantiene in una continua attenzione che affina la capacità di auto-osservarci e meglio conoscerci sotto molteplici aspetti. Una semplice e pratica esperienza introduttiva alla concentrazione potrebbe essere la seguente: alla sera, prima di coricarvi, col distacco dello spettatore, fate un riassunto mentale della vostra giornata, vi sarà prezioso per valutare la qualità del vostro agire e apportare opportune modifiche al vostro comportamento.

lunedì 29 marzo 2010

LIBERARSI DAL FALSO EGO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

L'ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all'Amore. L'ego dà l'illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L'ego dà l'illusione di possedere l'amore, ma questo sentimento accostandosi all'ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L'amore divino immortale appartiene all'anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all'ego. Liberarsi dalla prigione dell'ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all'ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell'anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l'ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell'ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l'ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all'anima e a Dio. E' la principale causa dell'invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell'ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l'ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c'è l'angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l'angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l'angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l'uno o verso l'altro. Assieme all'orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L'umiltà è l'atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l'antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell'aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell'ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L'offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell'ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall'Harinama japa o Harinama Sankirtana, l'implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest'ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l'umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L'umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

domenica 16 agosto 2009

SULLA SUBLIMAZIONE.
di Marco Ferrini.

La sublimazione è l'arte di trasferire gli impulsi su di un piano superiore, quindi potrebbe essere definita come 'arte della trasformazione dei contenuti psichici. E' fondamentale applicare la propria forza di volontà su piani ideali superiori perché se tale forza s'inclina verso il basso, l'esito sarà il mancato conseguimento dei propri progetti di crescita culturale, psicologica e spirituale, quindi l'insoddisfazione e il concreto rischio di incorrere in numerosi incidenti di percorso. Il processo della sublimazione avviene al più alto livello attraverso la preghiera e la meditazione, ma può essere favorito anche dall'esperienza estetica. Si pensi alla musica o ad una danza, che si esprime attraverso il corpo, la mimica, il ritmo: possono sembrare semplici esercizi estetici, ma attraverso di essi un'energia di natura negativa, talvolta persino distruttiva, derivante da rancori, violenza, inimicizie e simili, può rigenerarsi in energia ecologica e positiva, quel che si fa viene compiuto come atto di offerta al Divino. L'arte di far affluire le energie psichiche a livelli superiori è di grande valore e beneficio. Attraverso quest'arte i gradi di egoismo individuale possono gradualmente essere superati passando a stadi evolutivi sempre migliori: l'interesse può allargarsi dal piano personale a quello familiare, da quello di gruppo ad uno sempre più esteso all'intera compagine sociale, fino a considerare come primario il bene di tutte le creature di qualsiasi specie. L'espansione della benevolenza verso tutti gli esseri viventi porta ad una fratellanza cosmica e alla riscoperta di Dio come origine, seme e sostegno dell'universo in tutte le sue forme e manifestazioni di vita.Ogni esperienza dovrebbe essere considerata come una preziosa opportunità per migliorarsi, senza far distinzione tra amici o nemici, poiché in ogni creatura si dovrebbe vedere un frammento di Dio, sapendo guardare con occhio equanime alla zolla di terra e alla pepita d'oro (si veda Bhagavad-gitaVI.8). La tradizione psicologica della Bhakti offre strumenti teorici e pratici per acquisire questa capacità ed attitudine alla vita, raggiungendo quell'alto livello di consapevolezza che consente di affrontare in maniera costruttiva-evolutiva qualsiasi evento, anche i più dolorosi, senza esserne emotivamente travolti. Gestire la propria emotività è ben più difficile che gestire i propri pensieri. Al contrario di questi ultimi, infatti, le emozioni sono impulsi psichici prodotti dall'interazione di stimoli esterni ed interni che non passano attraverso un processo di razionalizzazione, e dunque non vengono mediati né sufficientemente arginati dall'intelletto (buddhi); come un fiume in piena, tracimano dal piano inconscio verso l'esterno. Spesso la propria comprensione dell'importanza della sublimazione si blocca ad un piano meramente razionale-teorico, senza un esercizio significativo dedicato alla sua realizzazione, ed accade che dall'inconscio fluiscano emozioni che risultano inarrestabili e che operano in senso contrario alla direzione in cui la persona vorrebbe andare. Per superare tali discrasie interne e realizzare sostanziali miglioramenti nella personalità si dovrebbe operare a livello della psiche profonda attraverso gli strumenti della visualizzazione meditativa e dell'immaginazione attiva e superare il piano meramente -intellettuale la consapevolezza del sé ed ascendendo ad una consapevolezza e ad una visione spirituali.

mercoledì 1 luglio 2009

SEMINARIO ESTIVO 2009.

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione evolutiva della Personalità.

Lo studio dei poteri psichici e delle percezioni extrasensoriali (parapsicologia) attraverso l'analisi del Vibhuti Pada di Patanjali, in confronto con la Bhagavad-gita e altri testi della cultura indovedica.

Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

Dove: Villa Vrindavana - Via degli Scopeti 106/108, San Casciano Val di Pesa (FI).

Quando: Dal 27 Luglio al 4 Agosto 2009.



Per approfondimenti: 'LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE'.

giovedì 9 aprile 2009

LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE.



PARTE PRIMA: Intervento di Marco Ferrini. Napoli, Castello Angioino, 20 Dicembre 2008, Convegno “La Scienza della Meditazione”.

L'UOMO ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITA'.

Vorrei porre innanzitutto attenzione su alcuni aspetti cosmogonici, per la comprensione del contesto in cui si colloca l'uomo. L'uomo moderno non sa più da dove viene, non sa più dove sta andando, ma soprattutto non sa più chi è, completamente identificato con un'identità esteriore e temporanea. Questa sua decontestualizzazione è uno dei problemi più seri che affligge la società attuale e non è risolvibile semplicemente attraverso l'erudizione. La ricerca di se stessi rappresenta il substrato della meditazione e questo è confermato dalle grandi opere della Tradizione Indovedica come le Samhita, le Upanishad, le Itihasa ed i Purana, che possono avere un dialogo molto interessante con la Tradizione Occidentale moderna. Tra i numerosi autori, maestri di pensiero che hanno attinto dalla vastissima Cultura vedica strumenti, spunti e concetti per le loro dottrine e teorie, possiamo citare Carl Gustav Jung e la sua “individuazione di sé”. Individuare se stessi significa conoscere la nostra natura profonda, non limitarsi ad un livello superficiale e fallace quale quello della percezione sensoriale. I segnali e le informazioni che dall'ambiente esterno giungono alla nostra coscienza, attraverso gli organi di senso e la successiva elaborazione a livello corticale, rappresentano solo una minima parte della realtà, persino inferiore al 10% indicato dal prof. Genovesi durante l'intervento precedente. La conoscenza della realtà rispetto alla percezione sensoriale è uno zero ed è lo stesso anche per quanto riguarda la nostra capacità di comprensione poiché è soggetta, e dunque condizionata, dalla nostra percezione sensoriale. Dunque non solo i sensi (indriya) sono fallaci, ma anche il bacino di raccolta delle informazioni percettive corrispondente alla mente (manas) è così, proprio perché si fonda sulla percezione sensoriale. La tendenza (vasana) della mente a dipendere dai dati sensoriali, porta alla costituzione di una precostituita, rigida e generalmente strutturata percezione del mondo, che se non viene integrata non è utile alla definizione dell'identità individuale. La questione sulla natura dell'identità personale è cruciale per la meditazione. La psicologia indovedica identifica l'uomo nel suo complesso: così come l'universo è detto anche trimundio in quanto costituito da terra, dimensioni intermedie e cielo, allo stesso modo anche l'uomo incarnato ha una triplice natura: fisica, psichica e spirituale. La costituzione terrena, solida, fisica, è il corpo materiale, comprensivo di quella complessa struttura - la più complessa struttura materiale ad oggi conosciuta - che è il Sistema Nervoso; ma possiede anche un apparato che, sebbene sempre materiale, ha una natura più sottile, che non è possibile definire graficamente o collocare spazialmente e a dire il vero neanche misurare temporalmente: la struttura psichica. Infine vi è la natura più intima dell'uomo, motore della vita stessa, la sua essenza e identità reale, quella spirituale. Secondo la sapienza vedica, infatti, ogni essere vivente è ontologicamente atman, una scintilla spirituale eterna. Per semplificare ulteriormente si potrebbe dire che l'identità dell'uomo è scissa fra due aspetti: l'uno connesso alle diverse condizioni psicofisiche che il soggetto ha vissuto storicamente lungo i diversi cicli esistenziali, l'io storico o falso ego, somma dei contenuti psichici con i quali il soggetto si identifica, in sanscrito definito ahamkara; l'altro reale, eterno ed immutabile, oltre ogni spazio e tempo, ovvero la sua natura spirituale. La facoltà base per accedere alla dimensione meditativa è rappresentata dall'attenzione che, contrariamente a quanto affermato dall'estremo positivismo abbracciato dalla moderna psicologia occidentale, non è governata dal Sistema Nervoso, ma è promossa in prima istanza dall'atman, centro unificatore che tiene insieme e che in ultima analisi fornisce una caratterizzazione unica e irripetibile alla personalità. Il sé spirituale utilizza solo come strumento la parte fisiologica e biologica del soggetto cosiddetto “umano”, alimentando e muovendo le sue energie. Tutte le Scuole della tradizione indiana classica (Sampradaya), tutte le linee dei grandi Maestri (acarya) che hanno vissuto nel proprio quotidiano gli insegnamenti vedici, riconoscono l'atman come principio fondamentale. Krishna, nella Bhagavad-gita, uno dei testi più diffusi e condivisi dalle differenti Scuole di pensiero del continente indiano, definisce conoscenza ciò che distingue il campo (corpo) dal conoscitore del campo (il sé). Prendere le distanze dal corpo non significa rifiutarlo o dispregiarlo; in tal modo non se ne prenderebbe vero distacco in quanto, come anche Eraclito aveva spiegato, ciò che attrae poi ripugna e viceversa e per superare la coppia di opposti di attrazione e repulsione, in sanscrito definiti rispettivamente raga e dvesha, è necessario equilibrare gli opposti, trovare una congiunzione, un'armonizzazione tra di essi. In quest'opera di armonizzazione e ricerca di equilibrio, in questo caso lo Yoga, viene data rilevante importanza alla meditazione.

DAL PENSIERO AUTOMATICO AL PENSIERO MEDITATIVO.
Il pensiero ha una potenza straordinaria; ovviamente qui non ci si riferisce al pensiero disordinato, casuale e automatico che purtroppo imperversa nella società contemporanea, bensì a quel principio pensante che consente di superare gli ostacoli che generalmente precludono una comprensione più profonda della realtà, sia interiore, sia esteriore. Effettivamente, oltre ad aver smarrito la propria identità, l'uomo moderno si trova a conoscere solo superficialmente il mondo che lo circonda e vive come realtà ultima ciò che in verità è principalmente apparenza. Attraverso uno sforzo piacevole e un impegno progettuale, con metodo e giusta predisposizione, è possibile penetrare il fitto velo delle apparenze, giungendo ad una visione superiore, ed è proprio questo il fine della meditazione. La meditazione è uno strumento, un mezzo, grazie al quale è possibile fare un viaggio esplorativo all’interno di se stessi, varcando soglie, dimensioni sconosciute, ciò che in una terminologia psicanalitica potrebbe definirsi inconscio. Sebbene questa esperienza sia già di per sé straordinaria, il processo meditativo non si limita a ciò. In sanscrito meditazione si traduce con dhyana, dalla radice dhi, dalla quale deriva anche il termine dhira che significa 'saggio'. La peculiarità di questa radice è quindi quella di indicare non un pensiero semplice, automatico, che si riproduce come una sorta di circuito psichico dipendente o condizionato dall'esperienza sensoriale e nemmeno un pensiero intellettuale, comunque troppo riduttivo, bensì di indicare un pensiero che suscita una visione superiore, da cui si genera illuminazione e in ultima analisi saggezza. Dunque il processo di meditazione non è un semplice processo di pensiero, una mera riflessione, ma piuttosto una trasformazione, una modificazione del principio pensante. La concatenazione di pensieri e le conclusioni che ne derivano, limitano la nostra visione al mondo delle conoscenze empiriche, della percezione sensoriale e anche a quel mondo più sottile, ma pur sempre materiale, della cognizione intellettuale. La meditazione può portare ad esperienze interiori cui l’intelletto non giunge, la percezione delle quali esula persino dalla sua funzione. Il mondo interiore è dominio di altre dinamiche, quali contemplazione, orazione e preghiera. Questi tre termini condividono un principio importante: quello cioè di orientare l'attenzione verso un punto specifico, di dirigere il flusso mentale verso l'oggetto di contemplazione, lode o preghiera. Dunque anche se i processi sottesi da questi tre canali possono differire per alcuni aspetti, quando l'operazione di condensazione del pensiero verso il punto prescelto riesce, si entra in stato meditativo. Patanjali ha descritto una tecnica ordinata per giungere a dhyana, per trasformare il pensiero automatico, prodotto dalla mente, manisha, in pensiero meditativo: proprio come si può trasformare del legname ordinario in sofisticato materiale per costruire una barca. Tale trasformazione non può avvenire se non attraverso un investimento personale, con impegno, operosità e creatività e, una volta ottenuta, sarà possibile travalicare il pensiero ordinario giungendo ad una dimensione più profonda, ad esso non accessibile, proprio come per mezzo di una barca sarebbe possibile solcare le acque approdando ad una diversa sponda. Il raggiungimento di questa dimora in cui l'uomo può trovare se stesso ed il proprio principio Divino, portandosi oltre la comune esperienza sensoriale e concettuale, si definisce trascendenza, così come espressa dai mistici e da eminenti pensatori quali Kant e Jung. Questo viaggio, che in chiave mitologica vede l'entronauta, colui che viaggia nell’interiorità, dirigersi verso dimensioni sempre più profonde ed intime di sé, ha una componente importante, che è la motivazione del viaggiatore. Non tutte le esperienze meditative conducono allo stesso livello di assorbimento o di illuminazione: in base a differenti aspirazioni, gusti e tendenze che contraddistinguono il protagonista, il viaggio può avere differenti esiti e quindi i mistici possono riportare esperienze diverse nonostante tutti loro, a vario livello, abbiano fatto questa esperienza. Solo proseguendo verso questa dimensione più profonda, gusti e tendenze derivanti da condizionamenti culturali o religiosi, perdono progressivamente la loro consistenza annullandosi, ma in base al livello di elevazione raggiunto dalla persona, possono ancora sussistere generando esperienze di diversa natura. Com'è possibile quindi trascendere il pensiero? Attraverso il pensiero stesso, ma non il pensiero con il quale si è iniziato il processo, poiché nel frattempo si è modificato, sia formalmente, sia nella sua natura, quasi come fosse avvenuta, grazie alla meditazione, una transustanzazione del principio pensante. Tale processo non è immediato, ma avviene per gradi, che si possono trovare descritti nei Veda, con un linguaggio straordinariamente affascinante, che parla per immagini, per metafore, come quella del carro che durante il viaggio diviene luminoso proporzionalmente all'avvicinarsi della realtà.

YOGA: LA SCIENZA DELLA UNIONE.
Il termine Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj che letteralmente significa ‘unire, collegare’; lo Yoga infatti costituisce la scienza per la reintegrazione del sé individuale con il Sé supremo, della coscienza infinitesimale con la Coscienza cosmica. Nella Bhagavad-gita vengono descritti diversi tipi di Yoga e Patanjali nel suo celeberrimo trattato sugli Yogasutra, che costituisce una delle prime e più importanti Scuole di psicologia del genere umano, definisce otto fasi di sviluppo della disciplina Yogica (Ashtanga Yoga) di cui la meditazione, dhyana, costituisce solo la penultima fase. Prima di entrare in uno stato meditativo, l'aspirante yogi deve infatti purificare la propria mente ed il proprio cuore astenendosi da attività contrarie all'evoluzione spirituale, yama, e impegnandosi in attività ad essa favorevoli, niyama. Si deve poi diventare esperti nell'assumere posture, asana, che permettano di percepire il corpo il meno possibile e successivamente apprendere l'arte del respiro, pranayama. Rivolgendosi verso l'interno e distogliendo i sensi dai loro oggetti, pratyahara, cercando di concentrare le proprie risorse attentive verso un'unica direzione, dharana, lo yogi si predispone alla meditazione vera e propria, dhyana appunto, in cui il proprio flusso di attenzione non è più distratto da interferenze esteriori e grazie alla quale egli giungerà ad uno stadio di completo assorbimento interiore definito samadhi. Gli stadi precedenti il samadhi sono necessari per risolvere i conflitti tra le diverse strutture e funzioni psichiche, attraverso una armonizzazione della personalità, prima di aspirare ad un totale assorbimento nel seme meditativo, bija, e che dire nel sé. L'approccio alla meditazione dev'essere graduale, poiché prima si devono sviluppare certe conoscenze derivanti dalla presa di consapevolezza di piccole verità, senza avere la presunzione di avere di volta in volta conquistato la Realtà, la Verità e dunque essersi illuminati definitivamente. Quella che avviene durante la meditazione è una realizzazione continuativa e progressiva della Realtà, che lentamente si svela fino a diventare palese, manifesta, chiara e naturale, talmente naturale da non poter concepire qualcosa di differente da essa. Ad esempio, per quanto riguarda la consapevolezza di essere diversi dal corpo, essa può avvenire in modo immediato, come nel caso di una diagnosi di malattia terminale, di una patologia irreversibile e degenerativa, che spinge il paziente a non concentrarsi sulla struttura fisica oggetto di quella devastazione, ma su se stesso. In quest'ottica, come riportato in numerosi lavori ECM tenutisi in numerosi ospedali e AUSL italiani, la morte non dev'essere vista come un evento fisico, qualcosa di concreto, ma più come un concetto astratto, in quanto non c'è veramente una fine di qualcosa, bensì c'è la trasformazione in qualcos'altro. Oppure, la disidentificazione avviene come progressivo traguardo di un processo introspettivo che permette la comprensione del corpo come qualcosa che è esterno a noi, con il quale quindi non essere identificati ma come strumento prezioso, utile e caro per successive conoscenze ed esperienze.

L'ESSERE SPIRITUALE ED I SUOI CORPI.
Il corpo umano e la personalità umana non esauriscono la persona nel suo insieme, ma ne costituiscono semplici aspetti. La parte eminentemente divina di noi considera tali aspetti, quindi in generale la dimensione umana, come una riduzione, una costrizione, una sorta di prigione; nella metafora platonica la gabbia dell'anima, che tuttavia non va vista come qualcosa di ossessivo e oppressivo, in quanto struttura evoluta della materia il cui grado di evoluzione è pari al grado di elevazione della coscienza che ospita. Dunque ognuno abita un determinato corpo e, con esso, è portatore di una certa patologia o veicolo di salute. La scienza della salute o Ayurveda (il termine sanscrito ayur significa vita, vigore, salute) affronta in maniera molto dettagliata lo studio della natura dell'essere umano e del suo rapporto con tutta una gamma di energie; essa estende il panorama di interazione corpo, psiche e coscienza intraindividuale ad un piano interindividuale, dunque il comportamento, l'agire del singolo, viene visto come esito non solo del proprio apparato individuale, ma anche dell'interazione di questo con corpo, psiche e coscienza altrui. Quest'ultimo dato è molto importante perché ad esso possiamo ricondurre molti dei conflitti che attualmente affliggono l'uomo, sia a livello singolo, sia a livello collettivo, in quanto spesso, la conflittualità che non si riesce a risolvere interiormente la si proietta fuori, sulle persone che ci circondano, vicine o lontane che siano. La connessione tra i diversi elementi del creato, non è riducibile esclusivamente alle relazioni, ma permea l'Universo intero: basti pensare al Teorema di Bell, il quale enuncia che due particelle in contatto, partecipi della medesima esperienza, permangono in risonanza ed in sincronia anche quando vengono separate ed attuando una modifica su una di esse, tale variazione si estende anche all'altra istantaneamente, in tempo zero. Nell'Universo non vi è quindi niente che sia separato da qualcos'altro: ogni cosa è in rete, e, come nel micro possiamo identificare reti, circuiti neurali, nel macro è possibile individuare reti molto più ampie al di là dell'individuo come singolo. Nei Veda, nella Gita, nelle Upanishad, negli Yogasutra e in altri testi della Tradizione indovedica, è possibile trovare descritti con incredibile specificità di linguaggio questi concetti ed in generale vi si ritrova la visione dell'uomo come creatura composta da più “corpi”, strati, che vanno dal più grossolano al più sottile e non si limitano ai soli corpi materiale e psichico.
Nello schema soprariportato è possibile notare che il corpo materiale è solo la copertura più esteriore dell'uomo; questo strato, grossolano e visibile a tutti, si definisce annamaya kosha. Annamaya significa energia del cibo, perché il corpo fisico è sostenuto dal cibo. Ad un livello più sottile è possibile identificare il campo energetico, prana, che ogni essere umano possiede, individualizzato e specifico per ciascun essere vivente: tale livello è definito pranamaya kosha. Il corpo fisico non ha energia propria, non starebbe neanche in piedi senza questa energia vitale che è ciò che fornisce vigore al corpo, che gli permette di muoversi e che lo rende così prezioso: si tratta dell’involucro energetico di prana. A questo supporto energetico si rivolge, ad esempio, l'agopuntura; infatti, quando l'energia che supporta il corpo fisico non è ben distribuita, si possono verificare dei blocchi energetici. Progredendo verso livelli sempre più sottili successivamente al piano energetico si colloca l'involucro mentale, manomaya kosha, dunque l’involucro energetico dipende dalla mente. Pranamaya kosha è direttamente dipendente dalla nostra mente, dal nostro stato mentale e non è quindi possibile sviluppare energie ecologiche che sostengano il corpo se dapprima non si procede alla rieducazione della mente. Questo messaggio viene sostenuto dai rishi, i Maestri Spirituali appartenenti alla Tradizione Indovedica, ed è un insegnamento fondamentale di cui occuparsi immediatamente in quanto, come spiega Krishna nella Bhagavad-gita, la mente può essere la nostra migliore amica o la nostra peggiore nemica, può essere il tramite per il processo di guarigione o la causa di malattia, infermità, paralisi. La mente è quindi prioritaria nella ricerca della salute, prima ancora del corpo fisico, perché il corpo fisico ne è dipendente ed in questo scenario si inserisce l'affermazione di Giovenale “mens sana in corpore sano”. In generale mente e corpo sono talmente interdipendenti e così interagenti, che un guasto in uno dei due si trasmette quasi immediatamente nell'altro, perciò sono da curare simultaneamente. Per questo motivo Patanjali pone come primo step nella via della realizzazione spirituale codificata nei suoi Yogasutra alcune norme etiche fondamentali (yama e niyama) per l'armonizzazione della struttura psicofisica. Il sostegno dell'involucro mentale è l'involucro intellettivo, vijnanamaya kosha. A livello della dimensione psichica l'intelletto (buddhi) è costituito da convinzioni profonde, sulle quali le persone, consciamente o inconsciamente, fondano la loro vita. Tali convinzioni profonde, depositate nell'intelletto, sono il sostegno della struttura mentale. Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi, in quanto il piacere dei sensi non rappresenta neanche l'ombra di questa felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge sono considerate prodotti illusori della vita umana. Quando l'essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione; colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico di tutti e infatti diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. Ananda è una caratteristica essenziale per mantenersi in salute; un proverbio napoletano popolare dice “a cor contento Dio provvede”. L'involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha, fondamentale per il nostro benessere fisico in quanto la soddisfazione interiore garantisce l'armonizzazione e l'equilibrio di tutte le altre strutture, fisiche, energetiche, psichiche, mentre un umore depresso o emozioni negative, come spiegato anche nell’intervento precedente al mio, quello del Professor Genovesi, incidono sul sistema immunitario deprimendolo attraverso la de-sincronizzazione ormonica. Ananda appartiene all'atman: la vera sorgente energetica della persona è di natura spirituale; non è energia fisica né psichica, ma energia spirituale, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono eternità, sat, e coscienza, cit. Noi siamo entità spirituali, siamo atman e sat, cit, ananda sono caratteristiche per noi impossibili da perdere, qualsiasi cosa succeda, perché sono intrinseche, inseparabili da ciò che oggettivamente e intimamente siamo, sebbene possano essere più o meno appannate dall'ignoranza, neglette o atrofizzate.

IL “POPOLO” INCONSCIO.

Durante un percorso introspettivo si incorre in un bacino di esperienze che il soggetto vive come inconsce, quasi ignote, ma con le quali si trova ad interagire quotidianamente; tali esperienze inconsce possono essere individuali o comuni a varie creature e rappresentano parte integrante di questo universo nel suo complesso. E' quest'ultimo il caso, citando Jung, dell'inconscio collettivo. L'inconscio collettivo rappresenta il mondo degli archetipi, il mondo dei simboli, dove un americano, un indios, un abitante di Capo di Buona Speranza, un eschimese o un cinese alla fine hanno gli stessi essenziali sistemi di riferimento: è questa infatti la natura universale del simbolo. Cruciale diviene quindi il concetto di memoria, o ricordo, in sanscrito smritaya, ciò che si può ricordare sia a livello cosciente, sia a livello inconscio. Queste memorie sono tanto più condizionanti quanto più sono inconsce, in quanto se un ricordo o un pensiero cosciente possono essere temporaneamente e volontariamente messi da parte dalla persona che magari sta cercando di concentrarsi su altro, un ricordo inconscio, proprio per il suo carattere, non può essere gestito direttamente e consapevolmente dalla persona, la quale si trova invece ad essere agita da tali ricordi. Esperienze simili archiviate nell'inconscio profondo, karmashaya, si definiscono samskara, dove sam significa 'insieme', kara deriva dalla radice sanscrita kr che significa 'fare'; di per sé tali esperienze non hanno segno positivo o negativo, ma la loro importanza risiede nella potente influenza che esercitano sull'individuo, che generalmente pensa, sbagliando, di essere l'autore delle proprie azioni. Esperienze simili si attraggono e costituiscono poi solchi profondi nella psiche inconscia, veri e propri sentieri che il soggetto si trova sempre a percorrere, rinforzandoli ulteriormente. Questi solchi psichici sono rappresentati dalle tendenze individuali, vasana, anch'esse positive o negative. Dunque spesso veniamo agiti dall'inconscio senza saperlo, spinti dalle nostre tendenze che possono essere artistiche, scientifiche, di armonizzazione o sopraffazione, di pacificità o bellicosità e ovviamente, per divenire realmente padroni di noi stessi, dobbiamo compiere un'opera di bonifica verso tali tendenze, in particolare verso quelle negative: esistono tecniche molto precise e molto efficaci per poter, attraverso l'uso della volontà, trasformare i contenuti dell'inconscio: tale opera è essenziale al fine di intraprendere il percorso meditativo. Solo in questo modo potremo liberare la nostra capacità intuitiva, la via “del cuore”, che può andare bene solo se il cuore è stato adeguatamente purificato.

STRUMENTI DI CONOSCENZA: L'INTUIZIONE OLTRE LA PERCEZIONE.
Per conoscere infatti non possiamo basarci sulla percezione sensoriale, che come già accennato permette sì e no di conoscere lo 0,1% della realtà esteriore ed interiore, e non possiamo nemmeno basarci sulle informazioni diffuse nella società, specialmente in una società come quella in cui viviamo, altamente tecnologica, completamente estrovertita e finalizzata alla realizzazione di progetti esteriori, e dove i giudizi spesso sono pregiudizi. La capacità critica in questo caso rappresenta l'applicazione della massima socratica “sapere di non sapere”, e costituisce un invito a mettersi in discussione, a non accettare aprioristicamente qualcosa solo perché palese ai nostri sensi o alla nostra ragione, a mettere costruttivamente in dubbio le proprie convinzioni profonde. In tal modo è possibile travalicare la concezione di realtà ancorata al mondo fisico e psichico, superando la mera funzione razionale, l'intelletto che ha “l'ale corte”, come dice Dante, e riscoprendo quelle facoltà intuitive pure, tipiche della psiche infantile, che sono alla base anche delle moderne ricerche scientifiche. In quest'ottica non si vuole negare l'intelletto in generale, “il ben de l'intelletto”, sempre parafrasando Dante, poiché esso costituisce uno strumento d'indagine prezioso se non abusato a scapito di altri canali conoscitivi, da utilizzare opportunamente ma da cui essere liberi proprio come un saltatore con l'asta che, dopo averla utilizzata per compiere il salto, la abbandona per proseguire il volo. Tutte le grandi scoperte derivano da brillanti intuizioni e solo in un secondo momento vengono verificate sperimentalmente tramite le scienze positive, matematica, fisica o chimica, affinché risultino evidenti per tutti, non solo per chi le ha “partorite” in prima persona. Spiegare, condividere con altri le proprie scoperte o realizzazioni, sono sentimenti di compassione, karuna, e trasmettere e in maniera convincente, con il rispetto tipico dello spirito di offerta, è fondamentale per la crescita, non solo degli altri intorno a noi, ma anche individuale, in quanto quello che si dà agli altri ritorna tutto a noi e non c'è un modo di fare del bene a noi se non facendo del bene agli altri, offrendo loro quel che per noi è più prezioso.

L'ORIGINE PSICHICA DEL COMPORTAMENTO E DELLA PERSONALITA'.
L'agito ha un effetto straordinario su di noi, si rilascia una fotocopia in materiale mentale che va ad imprimersi nella nostra struttura psichica; qualsiasi cosa facciamo, qualsiasi cosa diciamo, pensiamo, desideriamo, lascia una traccia. Dunque sempre in riferimento a grandi insegnanti, conoscitori della psiche e dell'animo umano, dell'essere umano e soprattutto della sua natura divina e della sua prigione, sempre in termini platonici, e senza dispregio verso il corpo fisico, possiamo affermare che siamo dove siamo perché abbiamo desiderato, pensato, parlato e agito in un determinato modo. Questa visione è solo apparentemente deterministica perché in constante evoluzione: nel momento in cui stiamo parlando e nel momento in cui state leggendo, è già in essere una modificazione della vostra comprensione e dei vostri samskara. Ciascun desiderio, pensiero o parola origina manifestazioni fisiche corrispondenti; nei Veda la parola, vac, si definisce creatrice, crea i mondi, ed è proprio così, in quanto attraverso la parola esprimiamo il nostro stato d'animo e per questo motivo dev'essere più veritiera possibile, perché prima ancora di ingannare gli altri inganniamo noi stessi. La parola, al pari dell'azione, è tuttavia solo una manifestazione esteriore di un processo interiore, il processo di riflessione, vicara, di pensiero e prima ancora del desiderio. Nella Brihadaranyaka Upanishad viene spiegato che “l'uomo non è che desiderio”: diviene quindi essenziale selezionare i desideri, poiché ve ne sono in grande quantità nell'inconscio: “un'intera mandria di cavalli scalpitanti”, per usare una metafora platonica. Abbiamo il dovere di orientare, guidare, queste pulsioni che spingono dall'inconscio, non appena superano quella soglia di pensiero cosciente o coscienza in cui noi ne possiamo trarre consapevolezza. Il nostro temperamento è in ultima analisi il risultato di una concatenazione di desideri, pensieri, riflessioni, parole, azioni, azioni ripetute che, interagendo con componenti emotive più o meno forti, divengono tendenze, tratti salienti del carattere dai quali siamo agiti, se non li incanaliamo nel modo giusto. Per poter agire su queste fasi pressoché inconsce è necessario accedere a quella dimensione che sta al di là della della soglia della consapevolezza e per farlo si possono percorrere diverse vie: la meditazione, la preghiera e il sogno, che Freud indica come accesso regio all'inconscio”. Tutte queste vie possono aiutarci ad indagare la nostra dimensione interiore e ad estendere sempre di più la luminosità della nostra coscienza, restringendo il buio dell'inconscio, dell'ignoto, e andando a conoscere noi stessi più profondamente. L'applicazione pratica di tali tecniche richiede diverse conoscenze, teoriche e pratiche, di cui è possibile fare esperienza nella vita di tutti i giorni. L'esperienza della meditazione può permanere mentre parliamo, camminiamo, mangiamo, dormiamo: non facciamo meditazione semplicemente quando ci sediamo con le gambe incrociate. Per giungere ad una meditazione continuativa e quindi essere sempre consapevoli della nostra natura profonda e dell'interazione che abbiamo con il fenomenico esterno è importante però che teniamo in considerazione alcuni aspetti: in primo luogo il fatto che la nostra psiche è come un'arena in cui si scatenano continuamente, in lotta tra loro, titaniche forze di tendenze opposte. Queste tendenze a volte sono entropiche, a volte sintropiche, evolutive e involutive, di salute e di malattia. Esprimendosi con il potente linguaggio mitologico, si potrebbe indicare ciò come l'incessante lotta tra Bene e Male. Esistono degli ostacoli alla meditazione; questi ostacoli, secondo Patanjali, sono la distrazione, vikshipta, e l'annebbiamento della coscienza, l'ottundimento, l'abbassamento del livello dell'attenzione, mudha, laddove un'attenzione selettiva e sostenuta è fondamentale per la buona riuscita della pratica meditativa.

L'INDIVIDUALITA'.
Un altro aspetto centrale che dobbiamo considerare relativamente alla meditazione, concerne l'individualità: ogni soggetto è uguale solo a sé stesso, ognuno è un individuo, ognuno ha avuto un suo percorso, non esiste l'uguaglianza in questi termini, perché ognuno ha il proprio vissuto, ha fatto le proprie esperienze:

Io ho creato le quattro divisioni della società umana
sulla base delle tre influenze della natura materiale
e delle attività ad esse collegate;
sappi però che sebbene Io sia il creatore di questo sistema,
non agisco all'interno di esso perché sono immutabile.
(Bhagavad-gita IV.13)

Nel momento in cui il soggetto, l'essere spirituale, lascia un determinato corpo fisico, viaggia in una bolla psichica in cui è inglobato, costituita da samskara e vasana, e le tendenze più forti saranno quelle che in particolare determineranno la natura della nascita successiva e dunque il luogo, la specie d'appartenenza e altri fattori connessi ad un altro corpo materiale destinato ad essere abitato da quel particolare jiva. La struttura psichica differisce quindi per le esperienze che ci portiamo dietro dalle vite precedenti e, vita dopo vita, determina nascite diverse anche per gemelli monozigoti e che dire per “semplici” fratelli, compaesani, compatrioti o persone della stessa cultura. L'influenza esercitata dalle tre forze archetipe, guna, costituenti la natura materiale, prakriti, ed il bagaglio dei frutti relativi ad azioni compiute in tempi recenti e remoti, karma, sono diversi per ciascun individuo e dunque, quando un soggetto desidera avvicinarsi alla pratica meditativa, andrebbe conosciuto a livello personale perché ciascuno dev'essere aiutato e introdotto in una maniera speciale, peculiare a lui in base al proprio guna e karma.

LA LIBERTA'.
Se l'individualità, la specificità di quel particolare modello di personalità è unica, si deve riflettere sul concetto di libertà come naturale corollario ad essa. Nessuna pratica deve negare libertà all'individuo e nessun Maestro deve privare di libertà il proprio discepolo. Non dev'esserci suggestione, ma una libera scelta di obbedienza ad un'offerta, proposta da un modello ritenuto dalla persona superiore agli altri. Il rapporto con il meditante dev'essere sempre un rapporto rispettoso della libertà perché la persona potrà meditare nella misura in cui riuscirà ad essere libera; sicuramente farà degli errori, non riuscirà a rifuggire certi automatismi mentali ai quali magari è soggetta da chissà quante vite, non riuscirà immediatamente a rinunciare a qualcosa che è un ostacolo, un condizionamento, un'abitudine, un cibo, una bevanda, una relazione, un rapporto, ma se conosciamo la libertà e se riconosciamo la specificità di quel modello di personalità in transito, allora la persona sarà libera di esprimersi secondo il proprio livello coscienziale, senza nostre imposizioni distruttive, ma anzi con offerte mosse da puro spirito di bhakti, di relazione d'amore, prema, con un investimento affettivo, in quanto l'amore per definizione non ha bisogno di una contropartita, basta a sé stesso.

L'INTEGRAZIONE ARMONICA DELL'INDIVIDUO NELL'UNIVERSO.
Come ulteriore componente importante per la meditazione, è da citarsi l'integrazione sociale: non in senso corporativistico, tanto meno di casta. Per integrazione sociale s'intende in questo caso la capacità di interazione armonica, costruttiva, evolutiva, con qualsiasi creatura, l'attitudine di valorizzazione di ogni creatura, che siano uccelli, rettili, pesci e che dire uomini, potenziali compagni di viaggio da cui imparare, per progredire nello sviluppo. In un certo senso quanto descritto potrebbe rientrare in una delle più importanti astensioni indicate da Patanjali, ovvero la non violenza, ahimsa. Infine, fondamentale componente per l'efficacia della pratica meditativa, è la tensione spirituale, quel bisogno irrefrenabile che ogni essere umano ha di rivolgersi e orientarsi verso l'idealità. La meditazione non può prescindere da questa necessità di realizzare l'idealità dentro di noi. I principi di libertà, di giustizia e di amore sono irrefrenabili e ciascuno di noi tende a realizzarli per cui, nella misura in cui ci dedichiamo allo sviluppo di queste nostre idealità, diventiamo ecologici nel nostro ambiente, cioè favoriamo non solo le persone con le quali viviamo, ma l'ambiente in generale, e ci integriamo con l'umanità e con tutte le creature. Questa idealità, che può inizialmente sperimentarsi in maniera sporadica con una pratica meditativa saltuaria, dovrebbe diventare la modalità dell'intera vita, costante e quotidiana, se si vuole raggiungere la perfezione nella meditazione. La perfezione non esiste in senso umano, esiste un tendere verso, un muoverci verso, metterci in cammino verso, tuttavia, non c'è necessità di aver paura dell'agire pensando che siccome non siamo perfetti la nostra azione sarà imperfetta. La nostra azione sarà imperfetta comunque, ma se muoviamo i primi passi nella direzione giusta e se ci muoviamo verso la perfezione, ogni passo porterà gioia, quella gioia essenziale, interiore, piena soddisfazione, samtosha, appagamento, tushti, che rende la persona estremamente tollerante, estremamente umile. Non sono la posizione sociale, gli araldi che portiamo o i colori di qualsiasi divisa, a determinare il livello di realizzazione che abbiamo raggiunto, ma sono la nostra umiltà, la nostra tolleranza.

IL DISTACCO EMOTIVO COME CHIAVE PER UN PIACERE SUPERIORE.
Per questo motivo la conoscenza, la sapienza vanno trasformate in distacco emotivo, in distacco da ciò che non solo non serve, ma che è dannoso, e di ostacolo alla nostra evoluzione. Il primo livello di distacco da esercitare è ritrarre i sensi dai loro oggetti (pratyahara), fare in modo che non diventino cavalli selvaggi, evitando di contrastarli con violenza e repressione, ma incanalandoli in un progetto evolutivo, funzionale alla nostra crescita interiore. Questa rinuncia non è brutale privazione dettata da dogmatismo o pregiudizio, al contrario, è attraente ed efficace astensione che attuiamo naturalmente nel momento in cui sperimentiamo qualcosa di superiore:

L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi,
sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga.
Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore,
resterà fissa nella coscienza spirituale.
(Bhagavad-gita II.49)

Letteralmente dal sanscrito param significa 'superiore' e drishtva 'avendo visto': quando abbiamo sviluppato una visione superiore, possiamo rinunciare ad una visione inferiore. Non dobbiamo temere l'inibizione: anche alcune aree cerebrali, così come alcuni organi del corpo, vengono inibiti quando facciamo qualcosa che richiede attenzione. Non è certo questa l'inibizione che ci preclude il viaggio evolutivo, al contrario è qualcosa che noi stessi dominiamo, che dunque possiamo gestire in maniera sensibile ed esperta rinunciando a qualcosa di inferiore a beneficio di qualcosa di superiore. Questo atto può definirsi ascesi, in sanscrito tapas, ovvero la capacità di rinunciare con un atto volitivo, con una scelta deliberata, a qualcosa di inferiore a favore dell'ottenimento di qualcosa di superiore; implica una straordinaria coerenza con una progettualità che mira alla liberazione dai condizionamenti, quindi allo scioglimento di tutti i samskara virulenti che condizionano i soggetti e muovono spinte irresistibili. Il beneficio di ciò si estende poi a tutti quei sensi di colpa o complessi, che popolano il nostro inconscio e che hanno avuto origine in qualche momento della nostra storia esistenziale, sciogliendone gli effetti negativi e liberando l'individuo dalla prigionia fino a quel momento subita. L'ascesi, sebbene non esaurisca in se stessa il significato di meditazione, ne costituisce e rappresenta una componente che non può essere trascurata; essa si accompagna alla preghiera e al retto agire, ovvero all'agire a beneficio di tutte le creature, arrecando il minor danno possibile, ahimsa, per esempio nutrendoci di cibi ottenuti con la minima violenza possibile: cereali, vegetali e legumi. L'obiettivo che dovremmo porci dovrebbe dunque essere quello di strutturare la nostra vita in maniera veramente progettuale, tendendo al raggiungimento del massimo livello evolutivo in questo segmento di esistenza e di conseguenza aspirando ad un eventuale corpo più evoluto nella vita successiva. Il Vishnu Purana spiega che esistono 400.000 sfumature evolutive all'interno della specie umana: esistono umani, subumani, sovrumani, santi e briganti, tante diverse tipologie quante sono le differenti strutture psichiche e le relative spinte ctonie che provengono dal profondo. Tali spinte possono anche agire l'uomo, dominarlo inesorabilmente e, se distruttive, antisociali, spingerlo fino a compiere orrendi crimini. La consapevolezza, anche da parte della giurisprudenza, che alcune di queste spinte sono irrefrenabili per il soggetto e non possono da lui essere controllate, ha fatto sì che tali casi non vengono condannati al carcere ma curati in speciali strutture, gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG). Tuttavia, prima di giungere a situazioni così estreme e compromesse, è possibile attuare profilassi, piani preventivi e risolutivi, di cui la meditazione fa parte e costituisce un esempio concreto.

PARTE SECONDA: Benefici della meditazione riscontrati a livello scientifico.

PREMESSE:
La meditazione (dhyana): secondo Patanjali è lo stato fra la contemplazione (darana) e il completo assorbimento (samadhi). Secondo la neuropsicologia rappresenta uno stato intermedio fra la veglia ed il sonno. La letteratura scientifica sull'argomento distingue fra due essenziali forme meditative, macrocategorie a loro volta contenenti diverse pratiche:
- Concentrazione: la coscienza si focalizza su un determinato “oggetto”, che sia un immagine, un suono evocato da un mantra, il respiro.
- Mindfulness Meditation, meditazione profonda: la coscienza si espande attraverso la consapevolezza non giudicante di propri stati interiori, a livello fisico, psichico ed emotivo. Lo scopo è accrescere l'equanimità: uno stato di accettazione, non reattività, in altre parole distacco emotivo dagli eventi. E' necessario escludere esterni stimoli distraenti, per raggiungere un più illuminato stato di coscienza. Coinvolge le seguenti funzioni: non giudizio – accettazione – consapevolezza del momento presente – attenzione e intenzione.

Non è possibile separare tout court queste due dimensioni, ma è preferibile identificare un continuum lungo il quale questi poli si dispongono e lungo il quale si alternano anche differenti pratiche meditative. La varietà di processi implicati nei differenti eserciti meditativi ha fatto sì che alcuni dei risultati sperimentali riscontrati in oltre 1500 studi condotti in merito, a partire dal secolo scorso, non fossero facilmente interpretabili né collegabili l'un l'altro. Gli effetti che sono stati indagati a livello scientifico riguardano essenzialmente caratteristiche di stato: modificazioni transitorie per il soggetto meditante, sia caratteristiche di tratto: modificazioni a lungo termine che permangono nel soggetto successivamente alla sessione meditativa pratica. Le modifiche funzionali, strutturali ed immunitarie registrate, si sono riscontrate sia a livello transitorio, sia a livello permanente, il che può ricondursi al generale concetto di neuroplasticità(1) (continuo rimodellamento delle connessioni sinaptiche interneurali), processo sul quale la pratica assidua e costante della meditazione influisce.

LIMITI ALL'INDAGINE SCIENTIFICA DELLA MEDITAZIONE:
Nello studio neuropsicologico della meditazione si sono riscontrati diversi limiti dovuti prevalentemente ai seguenti fattori:
- Innumerevoli tipologie di pratiche meditative anche molto distanti fra loro;
- Fattori soggettivi legati al campione: caratteristiche personali di introversione estroversione, ansia, età e simili;
- Fattori soggettivi legati alla pratica meditativa: livello di expertise raggiunto, di intenistà e simili;
- Limiti intrinseci alla strumentazione utilizzata.
Di seguito riporteremo in sintesi i principali risultati sperimentali ottenuti investigando fattori psicologici, fattori fisiologici e fattori clinici, implicati nella meditazione. Tali risultati vanno letti tenendo ben presenti le suddette premesse.

FATTORI PSICOLOGICI.
Gli approcci tipo Mindfulness, contrariamente a quelli di stampo cognitivista, non si focalizzano tanto sul pensiero, quanto piuttosto sulla relazione dell'individuo con i propri pensieri e, come già detto, si basano sull'osservazione non giudicante dei cambiamenti esterni ed interni così come emergono, in tempo presente. Mindufluness coinvolge tre funzioni: Intenzione + Attenzione + Attitudine. Anche se il focus non è ottenere cambiamenti cognitivo-comportamentali, di fatto questi si manifestano come conseguenza dell'essere Mindful; in particolare si è riscontrata una correlazione con:
  • Decremento pensiero automatico e reattivo associato ai sentimenti di compassione e calma derivanti dalla meditazione.
  • Migliore rievocazione di memorie autobiografiche.
  • Miglioramento nell'attenzione sostenuta.
  • Miglioramento dell'attenzione selettiva: inibizione di risposte a stimoli distraenti.
  • Miglior shift, alternanza del focus attenzionale.
  • Episodi di completa attenzione, totale assorbimento.
  • Decremento nell'arousal tipica risposta del SN Autonomo e incremento dell'attività corticale.
  • Veloce ritorno a condizioni normali di battito cardiaco e conduzione cutanea in seguito ad uno stress improvviso.
  • Percezione visiva: miglioramento nella detezione di segnali visivi presentati per breve tempo.
  • Regolazione emotiva.
Tutti gli effetti sopraelencati sono proporzionali all'intensità con cui si effettua la meditazione e dal livello di esperienza e di tempo nella pratica. Meccanismi che sembrano infatti sottendere la meditazione sono: abitudine, esposizione, desensibilizzazione ed estinzione di risposte automatiche apprese mediante condizionamento operante, grazie all'attivazione di circuiti inibitori frontali che hanno spezzato le associazioni fra pensieri (memorie, credenze, anticipazioni) e le loro concomitanti sensazioni corporee. La Mindfulness Meditation comporta l'abilità di essere presenti in tempo presente astenendosi dal pensiero rimuginante e giudicante, questo è stato dimostrato aumentare le difese immunitarie, aumentare un senso di equanimità chiarezza, empatia e favorire relazioni miglioro; soprattutto è stato dimostrato essere utile per creare una nuova strutturazione del pensiero e di conseguenza del cervello. Infatti, quando informazioni ed energia scorrono in determinati circuiti cerebrali, si generano i correlati anatomico-neurali dell'esperienza psichica. Riuscendo a canalizzare tale flusso di informazioni ed energia in maniera intenzionale, attraverso un training meditativo, è possibile modificare gli schemi psichici già presenti ed appresi tramite l'esperienza e i vari condizionamenti. La neuroplasticità consente infatti di rimodellare le reti neurali, spezzando le catene dei patterns abitudinari e attivando nuove connessioni. E' sufficiente la ripetizione di un compito per pochi mesi per attivare un processo plastico. Queste connessioni vengono rese salde dalla ripetizione costante dell'azione che le ha dapprima generate: tale ripetizione è la base per conquistare il passaggio da benefici di stato a benefici di tratto ed è una chiave fondamentale per garantire al soggetto una qualità di vita migliore, attraverso nuove prospettive indotte in modo intenzionale a livello cerebrale. La capacità di leggere la nostra mente, che si ottiene con la Mindfulness Meditation, consente quindi di orientare il nostro focus attentivo da vecchi a nuovi patterns psichici di varia natura, andando a migliorare la visione di sé (da storico-narrativa a immediata, presente), la rievocazione di memorie autobiografiche, gli schemi patologici di gestione emotiva e relazionale.
  • Percezione del dolore: attraverso un profondo stato meditativo è possibile indurre uno stato cerebrale sovrapponibile a quello dell'anestesia, riducendo l'attività cerebrale come in uno stato di riposo. Questo è stato dimostrato in uno studio su uno Yogi la cui attività cerebrale è stata registrata mediante EEG(2) mentre gli veniva fatto un piercing: il decremento di onde delta e theta a livello corticale, in particolare nella regione prefrontale e la comparsa di onde molto lente durante il piercing conferma l'ipotesi sopra riportata e conferma l'affermazione dello Yogi di non aver provato dolore. Particolare è il risultato riportato in un recente studio sugli effetti della Meditazione Trascendentale nella percezione del dolore ove si è riscontrata una differenza a livello cerebrale tra soggetti praticanti e soggetti non praticanti sottoposti a stimoli termici dolorosi, ma dove tuttavia, non si è riscontrata differenza in un'analisi soggettiva a posteriori: ovvero tutti i soggetti, indipendentemente dall'attivazione cerebrale registrata, hanno valutato gli stimoli dolorosi allo stesso modo. Questo effetto può essere ipoteticamente dovuto al fatto che sebbene tutti i partecipanti all'esperimento avessero percepito dolore in seguito alla somministrazione degli stimoli, i soggetti meditanti fossero stati molto meno turbati da essi e di conseguenza le aree cerebrali corrispondenti non si sono attivate come nei soggetti di controllo.

FATTORI FISIOLOGICI.
EEG.
Sia la concentrazione che la Mindfulness Meditation differiscono dal rilassamento secondo un indagine tramite EEG. In particolare la Mindfulness Meditation produce un aumento nell'attività di onde:
- Delta (regioni frontali e posteriori).
- Beta 1 (frontale, centrale, posteriore).
- Gamma: aumento dell'intensità e differenti patterns di distribuzione secondo le diverse pratiche meditative. Aumento della gamma-sincronia.
- Theta (regioni frontali): l'aumento dell'intensità di queste onde è proporzionale alla competenza acquisita con la pratica meditativa, quindi all'esperienza. Una meditazione di tipo Mindfulness produce un aumento maggiore rispetto alla concentrazione. Un ulteriore effetto abbondantemente dimostrato è l'aumento dell'attività theta a livello della midline frontale, prodotto dalle cortecce cingolata anteriore e prefrontale mediale e dorsolaterale ed è correlata con il livello di attenzione richiesto. Un aumento a livello di attività theta è correlato a sentimenti di pace interiore e con un minore contenuto di pensiero e una diminuzione di ansia.
- Alpha (centro-posteriore): anche solo il fatto di chiudere gli occhi determina minori stimoli sensoriali e di conseguenza crescenti onde alpha a livello occipitale. Viceversa l'aumento di stimolazioni sensoriali e di attenzione verso un qualcosa determina un decremento nelle onde alpha. Dunque l'incremento di onde alpha valutato con EEG e metodi di neuroimaging ha evidenziato un aumento di intensità correlato a una diminuzione dell'afflusso sanguigno nelle regioni corticali frontale inferiore, cingolata, temporale superiore e occipitale. Interessante è stato notare che l'intensità delle onde alpha fosse maggiore nei soggetti che meditavano durante la meditazione stessa rispetto alla situazione di controllo, ma questo aumento permaneva anche in stato di riposo se venivano confrontati i soggetti meditanti con i soggetti di controllo. Ciò determina un cambiamento apportato dalla meditazione sia a livello di stato, sia a livello di tratto: questi risultati non sono stati tuttavia confermati da tutta la letteratura sull'argomento. E' stato dimostrato che maggiore attività di onde alpha è associata a sentimenti di calma e positivi in generale, oltre che a più bassi livelli di ansia.

METODI DI NEUROIMAGING(3).
  • Si sono riscontrate differenze anche nella meditazione spontanea a la meditazione guidata, laddove la prima coinvolge l'attivazione del SN Autonomo Parasimpatico, con relative modifiche neurochimiche.
  • Diversi tipi si meditazione attivano diversi circuiti neurali, per esempio è stata riscontrata un'attivazione della corteccia cingolata dorsale sia per meditazione di tipo Mindfulness (Vipassana) sia con meditazione tramite mantra (Kundalini Yoga), ma solo nella prima è stata identificata un'attivazione a livello temporale destro. E' stata riscontrata in entrambi i gruppi una simile, seppur non sovrapponibile, attivazione delle cortecce frontali e parietali.

  • Aumento dello spessore corticale in entrambi gli emisferi: in particolare un'ampia regione a livello dell'insula e del solco frontale superiore e mediano destro e a livello del giro temporale superiore sinistro nella coda del solco centrale. Questa è stata la prima prova scientifica di una modifica strutturale indotta dalla pratica meditativa costante. La meditazione può prevenire l'assottigliamento della corteccia frontale dovuto all'invecchiamento, anche se in questo caso fattori neuroprotettivi ereditari non possono essere controllati.

  • Fattori neuroprotettivi indotti dalla meditazione: blocco della riduzione del volume della materia grigia causato dall'invecchiamento e mantenimento dell'abilità attentiva. Effetto riscontrato in particolar modo a livello del Putamen: struttura importante per la funzione attentiva e posturale. Questo risultato potrebbe avere notevole rilevanza clinica per il trattamento della ADHD.

  • Lateralizzazione emisferica: attivazione della corteccia prefrontale destra e sinistra i cui indici sono tono dell'umore e motivazione. Una maggiore intensità delle onde alpha a livello dell'emisfero sinistro indica una maggiore attivazione dell'emisfero destro durante la meditazione. Lateralizzazione destra per attivazione regioni talamiche. Suddividendo la pratica meditativa in fasi ha rilevato come ad ogni fase fosse associata l'attivazione di una particolare regione:
    - Sensazioni corporee = maggiore attivazione parietale e frontale superiore, se motorie attivazione della corteccia motoria supplementare che potrebbe rivelare il richiamo a schemi motori celati o inconsci.
    - Sensazione astratta di gioia = maggiore attivazione parietale e temporale superiore, compresa Area di Wernicke, attivazione sinistra derivante ipoteticamente dalla richiesta verbale astratta del compito o dall'associazione fra l'attività sinistra dominante per i soggetti destrimani e dalla valenza positiva del sentimento.
    - Visualizzazione meditativa: forte attivazione del lobo occipitale, tranne area V1 in quanto area non necessaria per la consapevolezza visiva.
    - Rappresentazione simbolica del sé = attivazione parietale bilaterale.
  • La produzione di dopamina cresce durante la perdita di controllo cognitivo che avviene nella meditazione di tipo Yoga Nidra. In questo particolare tipo di meditazione il soggetto si astiene dalla volontaria applicazione di volontà nell'agire e e diviene un osservatore neutrale e distaccato. In questo studio è stato rilevato che questa mancanza di desiderio per l'azione è correlata con un decremento nell'afflusso si sangue nelle regioni prefrontali, del cervelletto e subcorticali, circuiti esecutivi dell'azione. In questa condizione è stato rilevato un aumento di dopamina endogena a livello dello striato ventrale. Questo studio è il primo che evidenzia una regolazione dello stato di coscienza con effetti a livello sinaptico ed ormonale.
  • La lettura di salmi e per esteso anche di mantra vedici o scritture sacre in genere, produce in chi è religioso un aumento dell'attività prefrontale dorsolaterale e parietale mediale destra, rispetto a letture non religiose; probabilmente ciò è dovuto al fatto che tale circuito è implicato nell'attività cognitiva che elabora sensazioni emotive. La Preghiera determina un aumento dell'afflusso di sangue a livello parietale inferiore, prefrontale e frontale inferiore.
  • La meditazione riduce il tasso metabolico dell'organismo mentre la respirazione lo aumenta. In generale la meditazione favorisce la sincronizzazione cardio-respiratoria.

  • Effetti immunitari della meditazione: incremento degli anticorpi antinfluenzali.

  • La difficoltà nella meditazione decresce proporzionalmente alla pratica effettuata.

  • Comportamenti ritualistici, ritmici e lenti, stimolano il sistema parasimpatico il quale, raggiungendo livelli altissimi di attivazione, innesca i meccanismi inibitori dell'ippocampo, con il risultato di avere una deafferenzazione dell'area dell'orientamento con conseguente sensazione di unione “col tutto” tipica dell'estasi mistica. Allo stesso modo la danza o qualsiasi attività ritmica, producono stimolazioni del Sistema Nervoso Autonomo, inducendo stati di piacere: la ripetizione di un mantra, l'inalare incensi e altre singolari routine inducono più facilmente il raggiungimento di stati alterati di coscienza.
APPLICAZIONI CLINICHE.
Benefici fisiologici:
  • Migliore gestione delle emozioni negative, percezione del dolore inclusa, ed in generale differenze individuali negli stati affettivi, che potrebbero essere dovute ad un'alterazione dell'equilibrio interemisferico.

  • Funzione immunitaria.
  • L'attivazione della corteccia prefrontale è in stretta correlazione con l'attivazione del circuito del piacere, in particolare si può suddividere tale porzione cerebrale in due parti: la ventromediale e la orbito frontale. La prima è connessa all'elaborazione di emozioni spesso negative ed infatti è iperattiva negli stati di ansia e depressione; la seconda è il centro dell'attenzione, della memoria di lavoro e della percezione del tempo. La meditazione si è dimostrata avere effetti su quest'ultima svolgendo quindi importanti effetti antidepressivi.
  • Rilassamento profondo che non ottunde l'attenzione, bensì la potenzia.
  • Maggior controllo dei circuiti neuroendocrini e quindi miglior gestione dello stress:
    - Regolazione del cortisolo, fondamentale ormone dello stress.
    - Aumento notturno della melatonina.
    - Riduzione della noradrenalina: ormone prodotto da ghiandole surrenali quando si è sotto stress.
    - Aumento della serotonina: importante per la regolazione dell'umore (antidepressivo), della fame, della sete e del sonno.
    - Aumento del DHEA (dedroepiandrosterone).
    - Aumento del testosterone.

  • Maggior coerenza cerebrale, migliore comunicazione fra gli emisferi e capacità di adattamento:
    - Maggiori livelli di coerenza e sincronizzazione cerebrale intra ed inetremisferica.
    - Il cervello dei meditanti sembra poter ridurre il sovraccarico di input, semplificando la complessità.
Benefici personali:
- Sviluppa la tolleranza.
- Promuove un atteggiamento non giudicante.
- Aiuta le persone a vivere bene le situazioni incerte e instabili.
- Stimola le persone a prendere contatto con se stesse e con la propria coscienza.
- Sviluppa la responsabilità personale.
- Organizza sentimenti che permangono.

Benefici clinici:
- Disturbi d'ansia.
- Disturbi della pelle correlati allo stress.
- Depressione.
- Patologie compulsive e dipendenze da uso di sostanze.
- ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività).
- Disturbi connessi allo stress.
- Patologie ossessive.
- Disturbi di personalità: borderline, narcisistica.
- Disturbi alimentari: bulimia.
- Dolore cronico.
- In generale migliora la consapevolezza e la stima di sé, gli stili di vita e riduce le recidive.

Di recente sono stati identificati diversi paradigmi terapeutici che abbinano esercizi di varia natura con pratiche meditative di altrettanta varia natura e che sono stati utilizzati nel trattamento di diverse patologie:
  • MBRS Mindfulness-based stress reduction: formulato essenzialmente per pazienti affetti da stress e dolore cronico, è strutturato come una serie di incontri settimanali in gruppi da circa 30 partecipanti per 8-10 settimane. In gruppo si discutono strategie di coping, di stress e si assegnano compiti che poi i partecipanti dovranno svolgere individualmente. I partecipanti devono condurre individualmente 45 minuti di esercizi quotidianamente per 6 giorni la settimana. Questo tipo di tecnica comprende diverse pratiche come l'Hatha yoga, la focalizzazione su un oggetto (postura del corpo, respiro...) ed in generale devono cercare di mantenere uno stato di coscienza da osservatori e distaccato in ogni attività che compiono: mangiare, passeggiare...L'obiettivo è non identificarsi con i pensieri, emozioni, sensazioni che scorrono nella mente, lasciarli fluire senza giudicarne il contenuto, osservandone semplicemente il transitare come fossero onde del mare; l'attenzione deve rimanere sul focus stabilito.
  • MBCT Mindfulness Based Cognitive Therapy: come il precedente ma con l'aggiunta di una elaborazione da farsi sui pensieri esplicitando la differenza fra il soggetto ed il pensiero avuto, per esempio ripetendosi: “io non sono i miei pensieri”. Questo trattamento è stato applicato per prevenire ricadute in stati di depressione maggiore poiché si pensa eviti il pericolo del degenerare dei pensieri in rimuginazioni poiché il soggetto si distacca emotivamente dai pensieri non entrandovi a capo fitto.
  • ACT Acceptance and commitment therapy: sebbene non sia una tecnica meditativa ha i medesimi scopi dei precedenti approcci ovvero: osservare in modo distaccato i pensieri e non identificarsi con essi.
  • DBT Dialectical behaviour therapy: considera la realtà come una manifestazione di forze contrastanti in cui il soggetto si attiva per cambiare le abitudini negative che possiede, ma accetta serenamente la sua condizione quale situazione in cambiamento.
  • Relapse Prevention: utilizzata per i disturbi da dipendenze: le crisi di astinenza vengono viste come increspature dell'oceano da cavalcare che poi passano.
I fattori che in questi approcci permettono uno sviluppo positivo dell'individuo sono: l'esposizione allo stimolo, fronteggiandolo ripetutamente con distacco, senza volerlo rimuovere o evitare; il cambiamento cognitivo nella valutazione di quel pensiero o emozione; l'osservazione di sé, il rilassamento e l'accettazione.

(1) La neuroplasticità consente di rimodellare le reti neurali, spezzando le catene di patterns abitudinari e attivando nuove connessioni. E' sufficiente la ripetizione di un compito per pochi mesi per attivare un processo plastico. Queste connessioni vengono rese salde dalla ripetizione costante dell'azione che le ha dapprima generate. Semplicemente ponendo attenzione costante e focalizzata sulle estremità del proprio corpo, praticanti di thai Chi hanno dimostrato un aumento nell'acuità tattile. Questa acuità nella percezione tattile era tanto maggiore quanto più giovani erano i praticanti e direttamente proporzionale agli anni di pratica effettuati. Ulteriori esempi di questa importante funzione cerebrale che fino a poco tempo fa si pensava essere esclusiva di alcune fasi della vita umana, prevalentemente infantile nei cosiddetti periodi critici, sono costituiti dalle osservazioni svolte su tassisti londinesi e musicisti. I primi hanno mostrato un ippocampo destro, fondamentale per il loro lavoro, molto più sviluppato, mentre i secondi, così come altri soggetti che per mestiere o passatempo compiono movimenti routinari in maniera costante, ampliano l'area corticale motoria primaria che sottende tali movimenti e, qualora si trovino ad utilizzare strumenti di qualsivoglia genere, per esempio racchette per i tennisti, si trovano ad ampliare il loro campo percettivo non limitandolo al proprio corpo, ma estendendolo al tool così ripetutamente utilizzato.

(2) -EEG – Registrazione dell'Attività Elettrica Cerebrale:
- Onde delta (0.5-4 Hz) = presenti durante il sonno non REM e associate a condizioni patologiche tipo il tumore.
- Onde theta (4-8 Hz) = associate all'allerta, all'attenzione, alla risposta a compiti cognitivi e percettivi, all'orientamento alla memoria di lavoro e all'elaborazione emotiva; ci sono due tipi di attività theta, di cui una connessa a livelli più bassi di allerta. In generale un'attività theta accresciuta, è indicativa di un aumento nell'elaborazione cognitiva e della consapevolezza.
- Onde alpha (8-12 Hz) = presenti in stato di rilassamento e di cessata attività cognitiva: non appena un individuo comincia un compito cognitivo l'attività alpha cessa e questo fenomeno è detto alpha blocking o desincronizzazione. La desincronizzazione più elevata di bande alpha indica un aumento nell'elaborazione cognitiva e nell'attenzione a stimoli esterni, mentre la sincronizzazione riflette un'attenzione interna. Alpha veloce indica un'attività cognitiva connessa al compito specifico, mentre lenta indica un'attività cognitiva non connessa al compito.
- Onde beta (12-30 Hz) = legate ad attività cognitive, allerta.
- Onde gamma (30-70 Hz) = associate a attività significative e all'integrazione della singola informazione in un tutto coerente.


(3) METODI FUNZIONALI - NEUROIMAGING: la quantità di sangue che irrora un dato tessuto ed il metabolismo dipendono dal grado di attivazione di quella determinata area. Questi metodi utilizzano un tracciante che con varie metodologie viene poi rilevato, indicando l'apporto maggiore di flusso ematico alle zone cerebrali che saranno più coinvolte nel particolare compito cognitivo valutato. Tali metodi sono:
Misurazione del FLUSSO EMATICO CEREBRALE.
SPECT Tomografia ad Emissione di Singoli Fotoni.
PET Tomografia ad Emissione di Positroni.
f-RMI Risonanza Magnetica Funzionale.

giovedì 26 marzo 2009

TECNICHE PER IL SUPERAMENTO
DI OSTACOLI ALLA VOLONTA' (PARTE SECONDA).
di Marco Ferrini.


STRESS E AUTOMATISMI MENTALI.
Una tecnica efficace per imparare a non dare risposte sbagliate a causa di automatismi mentali o condizionamenti in atto, è il rilassamento. Attraverso le tecniche di rilassamento si permette all'intelletto, alla parte più profonda e più affidabile della psiche, di analizzare e d'interpretare al meglio qualsiasi avvenimento, grande o piccolo che sia. Alcune tecniche di rilassamento possono rappresentare vere e proprie pause ristoratrici da inserire opportunamente tra un'attività ed un'altra, tra una risposta ed un'altra ai vari problemi che si presentano nella vita anche ad una persona sobria. Affrontare e rispondere ripetutamente a problemi genera un certo stress; ad un livello tollerabile lo stress può essere anche stimolante, purché non sia eccessivamente prolungato, in quanto da stimolante diventerebbe logorante e con il passare del tempo produrrebbe pessimi risultati. La misura compatibile di stress varia da individuo a individuo, non è eliminabile e non sarebbe nemmeno auspicabile eliminarlo completamente, ma è necessario non farlo crescere oltre le possibilità di resistenza individuale; quando si sente che si sta avvicinando al limite, prima che si entri nella zona di pericolo, si deve fare una pausa. Se non è stato accumulato stress, il relax può essere anche di una decina di minuti. Per una persona sana a conoscenza di efficaci tecniche di visualizzazione meditativa, anche pochi minuti di relax possono rappresentare una pausa soddisfacente. L'aspetto fondamentale è rappresentato dalle attività che costituiscono questo tempo di relax. D’altronde, si potrebbe anche fare una pausa per ore e non ottenere il desiderato risultato. La pausa di cui parliamo non è una fuga dai doveri, ma una loro sublimazione. Esistono diverse forme di rilassamento: fisico, mentale, psicologico o emozionale e trasversalmente a queste diverse categorie esistono altrettante tecniche per ristorare fatica e stanchezza accumulate.Talvolta fonte di rilassamento è un'attività fisica come una camminata a passo svelto o una corsa; una nuotata o una passeggiata in un bosco oppure un'attività pratica che interrompa la routine in cui ci troviamo impegnati da lungo tempo, come per esempio tagliare una siepe o rastrellare le foglie secche o potare le rose; fare un bucato o riassettare la casa; oppure l'auspicato relax si potrebbe trovare nella lettura di un brano di un libro, talvolta anche di una sola pagina, o nel conversare su qualcosa di piacevole, altro rispetto all’impegno che genera stress, ma non con l’inconscio desiderio di eluderlo bensì con la volontà di ristorare le forze per meglio riaffrontarlo con successo; oppure ancora si potrebbero offrire preghiere al Signore, oppure se è ora di pranzo, cena o colazione ci si dovrebbe dedicare con animo lieto e meditativo a tale pausa. L'importante è considerare che così come a livello corporeo fa bene compiere sforzi fisici, ma è essenziale avere la cura di non oltrepassare il limite prestabilito, in modo da non produrre strappi muscolari, accelerazione cardiaca e respiratoria oltre una certa misura, anche dal punto di vista psicologico la Volontà deve essere addestrata a raggiungere risultati, ma senza giungere ad eccessi di stanchezza e di stress: si deve comprendere quando è il momento di entrare in pausa e rispettarla, in questo modo la Volontà si rigenera e ricrea le condizioni idonee per un ulteriore sviluppo costruttivo, evolutivo, olisticamente salutare per la nostra personalità. Un'altra tecnica fra le più efficaci per il rilassamento è rappresentata dalla visualizzazione di immagini, di icone che suscitino in noi ricordi costruttivi, evolutivi, gioiosi, o che rappresentino l'ideale più elevato di noi stessi e della situazione che vorremmo vivere, per poi immedesimarsi con quella immagine, acquisirla interiormente, viverla in maniera realistica, su tutti i piani antropologici: a livello corporeo, mentale, spirituale. La visualizzazione può orientarsi sul rilassamento del corpo, pensando di rilassare in generale tutte le membra del corpo, una ad una (cuoio capelluto, orecchie, punta delle dita...), in particolar modo le membra più affaticate o pesanti, cercando di sentirsi progressivamente più leggeri ed immersi in un profondo stato di benessere; parallelamente si possono visualizzare, aiutandosi in questo anche da album di fotografie o da documentari ispiranti, scenari propedeutici all'auspicato rilassamento come manti erbosi in cui sdraiarsi, boschi in cui ascoltare armoniose melodie come il canto di uccelli, scogliere da cui vedersi aprire il mare e respirare aria pura, baciati da un piacevole tepore solare o accarezzati da una lieve brezza sulla pelle, cercando di sentirsi progressivamente più rilassati con un corpo che risponde perfettamente alle esigenze e con la Volontà di agire che si rigenera. Anche seguire attentamente il percorso del respiro è d'aiuto in questo: attraverso la respirazione, così come attraverso la alimentazione, si acquisisce prana, dunque funzionale alla rigenerazione può essere visualizzare questo prana che entra dentro, che si muove, percorrendo prima le vie aeree superiori e incanalato successivamente lungo la spina dorsale secondo le due vie respiratorie indicate dalla disciplina ayurvedica: Ida che inala aria dalla narice sinistra espellendola poi dalla narice destra dopo aver raggiunto il mula dhara chakra più basso ed essere poi risalita e viceversa da Pingala che segue il percorso opposto. Il rilassamento del corpo non è in contraddizione con il recupero della Volontà perché in un processo sano, successivamente all'affaticamento dev'esserci riposo, grazie al riposo si riacquisiscono le energie, con le energie torna la Volontà di agire e per una persona sana l'azione conferisce gioia: agire, impegnarsi, ottenere risultati porta molta gioia in particolar modo se le azioni sono compiute sotto il segno di sattva guna, della virtù e senza spirito di competizione, magari con un leggero agonismo che dovrebbe semplicemente costituire uno stimolo all'azione. In altre parole, spendere le energie è un processo salutare, così come rigenerarsi successivamente per recuperarle, per poi rispenderle nuovamente con gioia: per fare ciò è necessario imparare a visualizzare con molta precisione l'immagine mentale di tali energie, che rientrano dentro al corpo stanco e vengono pian piano recuperate. Il perfetto equilibrio fra spesa e recupero di energie rende questo ciclico ricambio un processo sano e pertanto auspicabile, ma la estremizzazione verso uno di questi due poli conferisce un carattere patologico al medesimo processo. La degenerazione in questione avviene infatti quando una persona si stanca ma non riesce poi a rilassarsi, non riesce a riposare e così accumula stress e la persona, spinta da necessità pressanti, impossibilitata a non agire, sommersa da eventi della vita quotidiana, si rimette comunque in azione e così si trova ad essere agita se non agisce e travolta se non naviga col timone nelle sue mani; in tal modo la sventurata persona in questione, che non ha recuperato, che non ha riposato, accumula stanchezza e questa nuova stanchezza si somma alla precedente senza che ci sia stato un processo di rigenerazione e la Forza di Volontà ne risente assumendo le caratteristiche di cocciutaggine, caparbietà e scarsa ragionevolezza. Una tecnica fondamentale in grado di trascendere il semplice rilassamento, per raggiungere equilibrio emozionale, psichico, fisico e per garantire evoluzione spirituale è rappresentato dalla meditazione, in particolar modo dalla meditazione sui Nomi Divini ed anche questa pratica può e deve essere arricchita, per poter essere ulteriormente potenziata, dalla visualizzazione attiva.