lunedì 29 marzo 2010

LIBERARSI DAL FALSO EGO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

L'ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all'Amore. L'ego dà l'illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L'ego dà l'illusione di possedere l'amore, ma questo sentimento accostandosi all'ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L'amore divino immortale appartiene all'anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all'ego. Liberarsi dalla prigione dell'ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all'ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell'anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l'ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell'ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l'ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all'anima e a Dio. E' la principale causa dell'invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell'ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l'ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c'è l'angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l'angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l'angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l'uno o verso l'altro. Assieme all'orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L'umiltà è l'atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l'antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell'aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell'ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L'offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell'ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall'Harinama japa o Harinama Sankirtana, l'implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest'ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l'umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L'umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

domenica 7 marzo 2010

CSB Counseling (Terza parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

CSB Counseling (Seconda parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

CSB Counseling (Prima parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

Seminario CSB: Antropologia nella Bhagavad-gita

Albettone (VI), 1-5 Aprile 2010
Prabhupadadesh - Via Roma 9, Albettone (VI)
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta

Seminario residenziale.

Il programma prevede:
- pratiche di antiche vie di realizzazione interiore: mantra e meditazione
- lezioni di yoga e pranayama
- workshops: laboratori di gruppo sul tema del seminario
- filmati, letture, musica, teatro
- alimentazione vegetariana secondo i principi dello Yoga e dell'Ayurveda

Informazioni e Prenotazioni

Segreteria CSB
0587 733730
320 3264838
secretary@c-s-b.org

mercoledì 3 marzo 2010

DIPENDENZA D'AMORE: COME LA CHIMICA CEREBRALE SOPPIANTA IL ROMANTICISMO IN UNA VISIONE MATERIALISTICA DELL'AMORE di Diana Vannini.



"Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore". (tratto da “Dall'Eros all'Amore” di Marco Ferrini).

Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell'amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall'analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l'osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all'anticipazione dell'utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all'empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all'individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall'azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall'organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l'irrefrenabile impulso all'orgasmo ed innalza il tono dell'umore all'euforia, all'eccitazione e all'entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d'apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento. L'attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch'essa importante per l'innalzamento del tono dell'umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell'uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un'agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch'essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l'appetito, quale attività contrastante l'atto erotico, dal quale tutta l'attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l'erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l'esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
 Anche altri neuromediatori intervengono nell'eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all'induzione dell'aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l'ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell'eros provocato principalmente dalla dopamina, nell'organismo si produce, immediatamente dopo l'orgasmo, un ormone che induce l'affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l'ossitocina. Questa viene definita "ormone dell'amore" anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l'affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall'utero e durante l'allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell'ambito della coppia rafforzando l'attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell'emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l'eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l'impeto aggressivo, induce l'appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l'orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell'umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l'atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l'eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l'attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall'ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza. L'assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l'incremento endorfinico prodotto dall'orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l'instaurarsi della sindrome d'astinenza. E' questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell'uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell'era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell'individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman. L'anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). "La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore". (tratto da "Dall'Eros all'Amore" di Marco Ferrini). Se è l'ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all'oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell'anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.

venerdì 19 febbraio 2010

VIVERE NEL MONDO SENZA ESSERE DEL MONDO. Pensieri, Riflessioni e Realizzazioni del Mattino (18 Agosto 2007) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


Come ci sono pratiche purificatorie per il corpo ci sono pratiche purificatorie per la mente. Purificando continuamente la struttura psichica si ottiene un beneficio per certo di grande valore ed e' la conseguenza della purificazione della psiche che ci porta a vivere in sintonia con energie più pure e positive dell'Universo, più luminose; mentre al suo contrario la contaminazione psichica, l'intrattenere pensieri ed emozioni patologiche come l'invidia, la gelosia, l'attaccamento, ci porta a vivere sincronizzati con energie paralizzanti dell'Universo. Quando ci purifichiamo con pratiche spirituali costanti, alzandoci presto al mattino, sappiamo che riceviamo visione e sicurezza. Sviluppare una visione lungimirante, capacita', comprensione delle dinamiche sottili che operano dentro e fuori di noi, maturare chiarezza e distacco emotivo, tutto ciò permette di non cadere in errori. Se al mattino ci svegliamo con il desiderio di essere leali, generosi, rispettosi, affettuosi, se intratteniamo questo sentimento tutto il giorno, alla fine della giornata avremo un conto positivo e anche se osserveremo errori fatti potremo recuperarli il giorno successivo. Porci in un ambiente psichico negativo ci espone, al contrario, a forze buie, pesanti. Quando valorizziamo l'altro, sospendiamo giudizi negativi su comportamenti sbagliati, giudichiamo da un punto di vista più alto e capiamo che e' nelle potenzialità dell'essere umano riscattarsi da difetti e piccolezze, che dire di persone che sono già gemme luminose per la loro gentilezza e bontà, siamo in una posizione che facilita la crescita personale. Le pratiche spirituali di ogni tradizione ci predispongono al bene, sono forze reali. Quando l'essere diventa cosciente di sé e utilizza questa immagine temporanea (essere donna, uomo, madre, nonna, figlio, imprenditore, docente, artista, padre) per operare nel mondo in modo strumentale alla realizzazione spirituale, troverà un appagamento profondo e sempre più stabile. Non soffermatevi troppo nella cura estetica di voi stessi! L'essenziale e' che siate puliti. Krishna dirà ad Arjuna: Contemplando l'oggetto dei sensi ci si identifica con esso. Il mondo e' bello e buono se lo sappiamo accogliere. Impariamo a rivolgerci agli altri sempre con parole dolci che allietano il cuore, augurando il bene a tutti, quel che e' dato e' reso. Assaporate le emozioni positive e sattviche, archiviatele con cura e tiratele fuori al momento giusto. L'arte di vivere e' ottimizzare la forma umana diretti verso l'esperienza dell'amore puro (senza danni collaterali). Quando si eleva la coscienza le parole non vengono più percepite solo con la mente e si può accedere ad una dimensione alta che ci permette di prendere le distanze dal mondo traendo contestualmente massima soddisfazione da esso, ricordando la sua transitorietà e origine divina. Fare tutto ma dedicarlo alla Realizzazione Spirituale.

mercoledì 10 febbraio 2010

L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (SECONDA PARTE). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?
Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un'occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.

6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?
Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.

7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.

8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.

mercoledì 3 febbraio 2010

PSICOLOGIA E SPIRITUALITA' DELL'INDIA. CONOSCERSI, MIGLIORARSI E REALIZZARSI CON LA PSICOLOGIA E LA SPIRITUALITA' DELLO YOGA Marco Ferrini



Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

Corso serale in 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, Via Gramsci, 64 - Ponsacco (PI).

Le lezioni saranno tenute dalle ore 20.30 alle ore 22.30 nelle seguenti date:
3, 10 e 17 Febbraio 2010.

21, 23 Gennaio 2010 Presentazioni a Tema.

INFORMAZIONI:
Segreteria CSB
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587739898
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lunedì 1 febbraio 2010

L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (PARTE PRIMA). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?
L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.

2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?
I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.

3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.




4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?

Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.

mercoledì 20 gennaio 2010

CONTRASTARE LE EMOZIONI NEGATIVE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

E' possibile contrastare le emozioni negative utilizzando quelle positive. La stragrande maggioranza delle volte il soggetto cosciente non riesce a fare ciò poiché la forza di questi prodotti psichici è altamente superiore alla volontà di cui egli dispone sul piano cosciente; ma la mente razionale, il pensiero, può aiutare molto ad affrontare le emozioni negative. Il pensiero è per definizione di natura fredda, mentre le emozioni sono generalmente cariche di desiderio, di sentimento o risentimento.

Se paragonati a dei colori si potrebbe visualizzare il primo come di tonalità chiara, grigio perla leggermente tendente al celeste, mentre le seconde come un colore torbido, caldo: rosso scuro o amaranto. È già una terapia contrapporre un pensiero ad un'emozione, in quanto la natura fredda del primo ha il potere di rendere più trasparente il contenuto torbido tipico della natura calda della seconda. D'altra parte, è sicuramente difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un’emozione, poiché quest'ultima possiede una carica psichica ben più potente. Per questo motivo si rende necessario affiancare al pensiero positivo anche emozioni di segno positivo, che per questo devono essere ben archiviate nella memoria, in modo da essere immediatamente a disposizione nel momento in cui si desidera evocarle, proprio come una valigetta del pronto soccorso, sempre pronta per l'uso. Le emozioni positive sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l’operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte, in virtù della carica emotiva forte che anch’esse posseggono. Tali emozioni possono essere connesse ad insegnamenti che abbiamo ricevuto, rappresentare momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale e costituiscono ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all’approssimarsi della morte.

Concludendo, è possibile affermare che, se un pensiero positivo è ottimale per contrastare un altro pensiero, di natura negativa, la sola funzione razionale non è tuttavia sufficiente ad arginare la carica psichica di un’emozione negativa. Il pensiero razionale può solo apportare un piccolo contributo in tal senso in quanto è utile a scegliere le emozioni positive da recuperare dalla memoria, a disporre una strategia, ma il materiale psichico con il quale veramente si contrasta un’emozione è sostanzialmente un’altra emozione, possibilmente di medesima intensità, ma di segno contrario. Quest'ultimo principio viene espresso anche dal saggio Patanjali(1), che suggerisce la meditazione su pensieri opposti (e per esteso su emozioni) a quelli ostacolanti(2), per consentire all'individuo l'evoluzione del proprio livello coscienziale.

(1) Patanjali, la cui data di nascita non è certa (alcuni esperti ritengono sia vissuto tra l'800 a.C. e il 300 a.C., mentre gli induisti sostengono possa essere vissuto anche diecimila anni prima dell'avvento di Cristo), sistematizzò la disciplina yogica, fino ad allora tramandata oralmente. Compilò quattro libri in merito tutti scritti in aforismi (sutra) rispettivamente Samadhi, Sadhana, Vibhuti e Kaivalya. Il cuore dell'insegnamento di Patanjali è rappresentato dall'Ashtanga Yoga o yoga delle otto membra: stadi attraverso cui lo yogi può gradualmente raggiungere l'unione con Dio, il Samadhi.

(2) Patanjali, Yoga Sutra - Sadhana Pada, sutra 33: vitarkabadhane pratipakshabhavanam – [per contrastare] le fantasie o i pensieri ostacolanti [si deve meditare] su quelli opposti contrari.

Tratto da 'Pensiero, Emozioni e Realizzazione'.

mercoledì 13 gennaio 2010

IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE TERZA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Non scoraggiatevi se non vedete subito i risultati: in realtà essi si stanno già strutturando ad un livello più sottile anche se voi non li percepite con gli occhi fisici, ma chi è esperto e sa guardare nel cuore li vede. Poiché tutto nel mondo è inscindibilmente collegato e per la legge universale della reciprocità tutto quel che è fatto è reso, per valorizzare noi stessi dobbiamo valorizzare gli altri, e lo possiamo fare se coltiviamo fiducia nelle loro qualità, esprimendo la convinzione che essi possono fare molto più di quel che credono ed essendo sempre pronti ad offrire loro parole di conforto nei momenti di bisogno, affinché il nostro ricordo possa aiutarli anche quando noi non ci saremo più o loro non saranno più con noi. Che le nostre parole e il nostro esempio di vita aiutino ad affrontare i momenti più duri, le prove più grandi, offrendo quell'energia e quella fiducia che serve per andare avanti anche se si è in salita, per poi magari scoprire - dopo la prima curva - che finisce la salita e inizia la discesa. Tanti di noi avranno già fatto questa confortante esperienza. Ogni individuo può realizzare se stesso se s'impegna in attività costruttive volte alla realizzazione spirituale, le uniche che profondamente soddisfano permettendo di esprimere al meglio la propria creatività e se coltiva relazioni che hanno scopo evolutivo, le uniche che colmano il cuore di gioia e che possono essere condivise con tutti, perché l'amore vero non è esclusivo. La relazione con Dio è quella che dovremmo più di ogni altra privilegiare, ma poiché ogni creatura è espressione del Divino, il rispetto, la premura, l'apprezzamento e l'affetto dovrebbero scorrere verso ogni essere. Il destino del corpo è incerto, improvvisamente possiamo morire per una grave malattia, per un incidente o per chissà cos'altro. Non sappiamo cosa possa succedere a questa struttura della materia nella quale abitiamo, ma abbiamo una grande certezza: se qui ed ora intraprendiamo il viaggio evolutivo, esso continuerà anche oltre la dipartita da questo corpo fisico e ciò che abbiamo seminato qui fiorirà altrove rendendo facile e veloce il nostro progresso. Rinasceremo in un ambiente favorevole, da genitori che ci educano amorevolmente, incontreremo persone speciali che orientano il nostro cammino. Cerchiamo di vivere in maniera più umile possibile impegnando le energie che il Signore ci dà al servizio Suo e per il bene di tutti, senza lamentarci se siamo chiamati a salire su di un trono o a sederci per terra. Se l'utilità è il principio e se l'utilità è funzionale ad uno scopo evolutivo, dobbiamo essere disponibili a fare qualsiasi cosa siamo chiamati a fare, al di là delle nostre preferenze egoiche. La Katha Upanishad spiega che è dal dovere che nasce il vero piacere, quello che dura e che appaga completamente. Parlare di temi come questi con chi ci sta più a cuore, con chi più è ricettivo, significa scambiare parole e gesti di amore: sono queste le effusioni del vero amore, le espressioni del più nobile tra i sentimenti. Amate, agite con il cuore, con spirito di gioco a favore del grande progetto evolutivo della vita. Questa attitudine vi dispenserà ogni gioia, vi permetterà di sviluppare ogni perfezione.

lunedì 4 gennaio 2010

IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).



Impegniamoci ad interagire con gli altri con il costante ed unico desiderio di beneficarli, di perseguire il loro successo, quello vero, che è di natura puramente spirituale: ciò rappresenterà la migliore protezione per la nostra vita, per noi stessi, per le nostre relazioni. Sarà il principio potente, seppur invisibile, che guiderà in senso evolutivo ogni nostra scelta e ci orienterà sempre nella giusta direzione ad ogni cruciale bivio della vita. Impariamo a relazionarci sempre lasciando la possibilità agli altri di accogliere o rifiutare la nostra offerta di amore, perché l'amore vive di libertà. Ascoltiamo la nostra voce interiore quando agiamo, quando operiamo nel mondo, quando ci relazioniamo; se ci dà degli avvisi, se ci esorta ad essere cauti, prestiamole attenzione ed agiamo con prudenza, senza lanciarci in situazioni o in relazioni che potrebbero essere pericolose e che potrebbero danneggiarci e danneggiare più di quanto il nostro piccolo intelletto possa capire. La gradualità nello stabilire relazioni e nello stringere rapporti è essenziale per avere successo nella vita, così come è essenziale, una volta fatta una scelta con ponderatezza e lungimiranza, non cambiare improvvisamente i piani, seguendo acriticamente gli impulsi di mente e sensi, lasciandosi sopraffare dalla vita istintuale e venendo meno ai principi basilari della stabilità e della coerenza. Purtroppo l'impostazione prevalente della società moderna induce ad agire in maniera superficiale ed avventata, bruciando i tempi ed anche le relazioni, ma se vogliamo costruire rapporti di valore occorre investimento di tempo e di attenzione, sensibilità, maturità, cura, preoccupazione, senso di responsabilità, accoglienza, tolleranza, capacità di aprirsi all'altro per comunicare e per ascoltare profondamente. Evitiamo di coltivare quelle relazioni o azioni che non sono coerenti al progetto di vita che intendiamo realizzare, perché senza un progetto e senza seguire con continuità il metodo che ci porta a realizzarlo, non faremmo altro che ripartire ogni volta daccapo, consumando tempo ed energie e mostrando a noi stessi e agli altri la peggiore versione della nostra personalità. Elaboriamo un progetto dei nostri prossimi anni di vita come una sorta di carta nautica su cui meditare. Le cose grandi che si fanno sono tutte frutto di una visualizzazione interiore; per realizzare occorre saper visualizzare e anche saper correggere in corso d'opera le nostre visualizzazioni. Impegnarci a fare un progetto della nostra vita e a seguirlo coerentemente, significa fondare noi stessi e la nostra esistenza su basi solide, resistenti alle tante crisi che comunque tutti noi dovremo affrontare e che solo in questo modo potranno essere trasformate in occasioni di elevazione attraverso il riconoscimento e il superamento dei nostri limiti, accelerando sempre più il nostro cammino verso gli obiettivi che danno valore al nostro percorso nel mondo. Abbiamo un anno, una vita, un'eternità di fronte. Fare un progetto di vita e lavorarci con continuità ci stimola a conoscerci profondamente, a discernere tra il nostro io storico e il vero sé, tra obiettivi illusori e scopi di valore, tra relazioni effimere e relazioni propedeutiche al risveglio della coscienza, il tutto per favorire il grande viaggio di ogni essere umano verso la più elevata consapevolezza e la realizzazione del Divino dentro e fuori di sé. In ogni pensiero, desiderio, parola ed azione possiamo esprimere con intensità e ogni giorno con rinnovata freschezza la nostra istanza profonda di conoscere e amare noi stessi, gli altri e Dio, amando Dio in ogni essere e ogni essere in Dio. In questo modo dentro noi e in ogni persona che incontriamo getteremo semi di amore vero, quel sentimento puro e universale che può appagare completamente l'anima. Per sviluppare questo supremo amore occorre sviluppare le qualità dell'anima come fedeltà, lealtà, castità, trasparenza, pulizia, veridicità, senso di responsabilità, affidabilità, compassione, coraggio, amicizia, determinazione, perseveranza, imprimendole nella mente e soprattutto nel cuore, non con sterile forza di volontà e freddo raziocinio, che rischiano di sfociare in caparbietà e durezza, ma con l'impeto vitale dell'anima che rende interiormente forti ma flessibili, determinati ma dolci, entusiasti e pazienti allo stesso tempo, per la fede realizzata nelle infinite potenzialità del sé e per quella sviluppata capacità di equilibrio dinamico che ci tiene in piedi anche quando siamo urtati, anche se qualcuno ci provoca o ci disturba con un comportamento offensivo. Se seguissimo gli impulsi della mente reagiremmo con collera, con stizza, tirando fuori il peggio di noi, ma grazie alla pratica di una disciplina di vita, possiamo riuscire a trasformare queste pulsioni, canalizzando in modo costruttivo il loro potenziale energetico. La collera viene allora trasformata in parole che scrollano le persone dall'illusione senza ferirle, senza far perdere la speranza, ridando loro visione. Questo equilibrio dinamico è indispensabile da svilupparsi, e per raggiungere tale scopo fino alla più elevata realizzazione spirituale la tradizione indovedica raccomanda il metodo della sadhana-bhakti, collaudato da millenni, con efficacia sperimentata da innumerevoli persone. Una disciplina interiore di grande spessore per compiere la più grande delle imprese nella vita umana, quella dell'auto-realizzazione, che necessita di tutto il nostro impegno e di un orientamento sicuro, poiché ogni grande impresa è soggetta a grandi sfide. Se desideriamo relazioni di valore, tanti ci metteranno alla prova, con tentazioni e provocazioni. Ma se manteniamo salda la rotta, i piaceri fugaci gradualmente perdono di attrazione, le offese ricevute ci appaiono come grandi occasioni per superare i nostri limiti, e sempre più il Signore del cuore, che dal cuore parla al nostro cuore, Shri Kamadeva, soddisferà ogni nostro più intimo desiderio dell'anima, ogni aspirazione, ogni gioia che si desidera offrire al servizio di Dio. Chi desidera diventare un asceta diventerà un vero asceta, chi aspira ad essere un buon capofamiglia lo sarà, chi vuole produrre ricchezze a beneficio di tutti svilupperà l'intelligenza e l'intraprendenza per farlo se si comporta secondo l'ordine cosmo-etico di origine divina che sostiene ogni essere e l'universo intero, mentre chi arraffa per sé non produrrà mai nulla, né per sé né per gli altri. Nessuno può essere felice se non è in un trend evolutivo stabile. Per immetterci in questo trend evolutivo dobbiamo impegnarci a superare i nostri limiti: quelli strutturatisi geneticamente, quelli che sono conseguenza dell'ambiente in cui si è vissuto e quelli che sono il risultato di errori compiuti. Possiamo riuscirci se investiamo fiducia in noi stessi, nelle nostre qualità intrinseche, e in quelle altrui, riscoprendo quel tesoro che giace celato in ciascuno e che corrisponde alla nostra essenza profonda. I difetti, i condizionamenti, i limiti per i quali soffriamo sono superfetazioni che coprono la nostra vera identità.

mercoledì 16 dicembre 2009

IL VALORE DELLE RELAZIONI (PARTE PRIMA).
Di Marco Ferrini.


La qualità delle relazioni è garantita solo se sappiamo apprezzare il valore e le qualità degli altri e della relazione in sé. La carenza o addirittura la mancanza di tale apprezzamento produce un deserto relazionale. Per ovviare a ciò, primo passo indispensabile è imparare a riconoscere i pregi a chi li ha. Cosa dire, quando, quanto e a chi non è sempre facile da capire o da intuire: le relazioni umane sono un universo complesso. A volte mettiamo il cuore in una relazione, cerchiamo di svilupparla al meglio delle nostre possibilità, eppure non riusciamo a costruire con l'altro quel che era nelle nostre intenzioni. A noi spetta impegnarci e fare il massimo, con intento evolutivo, con gioia e desiderio di crescere assieme ma senza aspettative, sempre aperti alla risposta dell'altro, rispettando l'altrui libertà. Se davvero desideriamo imparare ad amare gli altri, non ci adageremo passivamente sulle persone sviluppando con loro relazioni morbose, di dipendenza, caricandole delle nostre aspettative e pretese egoiche e con queste soffocando la possibilità di interagire ed operare favorevolmente per il bene comune. Chi non riesce a mettere in pratica questo basilare principio, crolla con il crollare della relazione: perde quota e cade al suolo senza neanche aver avuto il tempo di accorgersene. Investiamo nelle relazioni le nostre migliori energie, tutta l'intelligenza e il cuore, ma facciamolo senza ammalarci di perfezionismo, essendo umilmente consapevoli degli umani limiti, nostri e altrui. Anche ciò ci aiuterà ad apprezzare il valore di ciò che stiamo costruendo. Per edificare una relazione, che sia di coppia, amicale, parentale o di Maestro-discepolo, tenete di conto dei tre principi fondamentali che Vitruvio stabilì come prioritari per l'edificazione delle costruzioni:

1) Stabilità
2) Funzionalità
3) Bellezza

Un edificio deve essere stabile, solido, capace di reggere agli urti del tempo e degli elementi della natura, e così una relazione. Non si può costruire su di un terreno fragile che non regge: si debbono necessariamente scegliere terreni solidi. Se abbiamo a che fare con un terreno fragile, occorre prima di tutto iniziare un lavoro di consolidamento del terreno stesso, prima di cominciarvi a costruire. Non si può consolidare il terreno e nel frattempo iniziare a costruirvi sopra: non funzionerà, per certo l'edificio non potrà reggere, così come una relazione non potrà reggere agli urti del tempo e alle sfide della vita se non è stata ben impostata, ben preparata, coltivata, rafforzata, maturata. Affinché si manifestino i propri ed altrui talenti e qualità, affinché si sviluppino le siddhi, ovvero le perfezioni nella relazione, e diventino sempre più fulgenti, in tutta la loro potenzialità espressa, occorre costruire su basi solide e per far ciò occorre operare con continuità, senza intermittenza, senza distrazioni o dispersioni di energie, viceversa le nostre possibilità di sviluppo e di realizzazione rimarranno incompiute, flebili come piccole lucciole che si accendono e spengono nel buio della notte. La discontinuità e i conseguenti sbalzi di umore, rovinano le relazioni e ogni cosa che si fa. Oltre ad operare con continuità per favorire il vigore, la tenuta e la stabilità delle relazioni, occorre impostare i nostri rapporti in base a ciò che è più funzionale alla nostra e altrui evoluzione. Una relazione può essere di per sé stabile e bella, ma se non è funzionale all'alto scopo che ci siamo prefissi, quale sarà il suo valore? Per imparare ad impostare le relazioni secondo il principio della funzionalità, è importante sviluppare le qualità della flessibilità, della duttilità, dell'elasticità, che ci permettono di scegliere a seconda della situazione in cui ci troviamo il comportamento più idoneo – per quel tempo (kala), luogo (desha) e circostanza (patra) - rispetto ai valori che ci siamo dati o che intendiamo perseguire. Infine, oltre ad essere stabile e funzionale, una costruzione secondo Vitruvio deve essere anche bella, e così ugualmente una relazione. Per quanto gli umani si siano sforzati di stabilire dei canoni estetici, il senso del bello è sempre sfuggito a rigidi schemi o a preimpostate categorizzazioni. La bellezza è proporzione, armonia, perfezione delle forme, ma anche quel certo “non so che” che rappresenta il fascino di una certa cosa, persona o relazione: la sua unicità. E così, se affiniamo lo sguardo, se eleviamo la coscienza, se purifichiamo il sentire, possiamo scoprire fascino e bellezza in ogni essere, in ogni relazione, realizzando che la bellezza è oltre la mera parvenza delle forme: corrisponde all'intima essenza di ciò che è. Nella tradizione il bello era infatti inscindibile dal buono, dalle qualità dell'anima. Avviare relazioni affettive basandosi su criteri di estetica superficiale, quella ingannevole delle forme, vuol dire condannarsi a fallimenti sicuri. “Non t'inganni l'ampiezza dell'entrare”, dice Minosse a Dante, e continua: “Bada di chi te fide”. Ciò è importante per non intraprendere relazioni frutto di scelte avventate, il cui esito non può essere che frustrazione, sofferenza, tante volte depressione e disperazione.

mercoledì 9 dicembre 2009

SEMINARIO INVERNALE CSB 2009/2010

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità. Analisi e commento del Kaivalya Pada.

Imparare l'arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d'amore con Dio, con sé e con gli altri.


Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 - Struttura sul lungomare.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI - Segreteria CSB:
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LA STRUTTURA PSICHICA SECONDO LA PSICOLOGIA INDOVEDICA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Secondo la psicologia indovedica la struttura psichica prevede diversi livelli progressivamente di natura più sottile: un livello più superficiale (manas), di ricezione degli stimoli sensoriali, un livello che agisce come filtro rispetto a tutte le informazioni sensoriali in entrata e che seleziona le più importanti da elaborare ad un livello più alto, questo è il cosiddetto intelletto (buddhi) ed infine un livello inconscio (citta), deposito di tutte le tracce esperienziali vissute durante le diverse parentesi di vita. La psiche così descritta, qualunque sia il livello cui ci si riferisce, non ha luce propria né consapevolezza, ma è materia (prakriti). Essa è come un diamante che solo quando è attraversato dalla luce la rifrange e la rende colorata secondo la sua composizione e purezza. Infatti, così come le pietre semi-preziose possono rifrangere la luce solo in parte, la mente non è sempre in grado di riflettere completamente la luce della coscienza, ma può agire come un prezioso diamante, solo quando è resa trasparente, purificata da tracce negative inconsce (samskara)(1) che determinano tendenze distorte nella personalità (vasana)(2), creando ostacoli (anartha)(3) alla elevazione della coscienza. Tutti questi elementi giocano un ruolo contrario alla volontà dell'anima e si frappongono a livello psichico distorcendo il puro fascio luminoso della coscienza. Da bambini avete mai giocato a riflettere la luce del sole con uno specchio? Se osservate un fascio di luce riflessa in uno specchio, l’effetto abbagliante non è originato da quest’ultimo, che ne è solo il rifrattore. Così la struttura psichica non genera la personalità, ma la riflette; così come un oggetto che, riflesso in uno specchio deformante, produrrà un’immagine deformata, similmente la personalità riflessa da una psiche condizionata apparirà anch'essa deformata, patologica. Ecco perché, concordemente, tutte le più grandi tradizioni spirituali sottolineano quanto sia importante la purificazione della psiche (mente e cuore, simbolici siti di pensieri, emozioni, sentimenti). Quando un individuo porta la propria consapevolezza spirituale ad un livello più alto meglio controlla i propri pensieri, emozioni e sentimenti ed evita così di venire sbandato da pensieri ed emozioni disturbanti.

(1) Con samskara ci si riferisce ai semi causali dell’azione, impressioni psichiche latenti, tracce esperienziali situate a livello inconscio accumulate durante le diverse parentesi esistenziali. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia samskara positivi sia samskara negativi, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da samskara specificatamente negativi.
(2) Tendenze mentali inconsce che muovono l’essere all’azione, prodotte dall'accumulo di numerosi samskara simili e che a loro volta producono nuovi samskara della stessa natura, durante l'esperienza presente e le esistenze precedenti. Il termine di per sé non è negativo, si possono infatti trovare sia vasana positive sia vasana negative, nel testo ovviamente si precisa la necessità di purificare la mente da vasana specificatamente negative.
(3) Tradizionalmente considerati come i più veri nemici dell'uomo, i sei anartha, 'ostacoli (an-) [alla realizzazione dello] scopo (artha)' sono: kama (cupidigia, desiderio, lussuria), krodha (ira, rancore), lobha (avidità), moha (illusione, smarrimento), mada (superbia) e matsarya (invidia). Il termine indica anche ciò che è privo di scopo, significato, finalità.
Tratto da Pensiero, Emozioni e Realizzazione di Marco Ferrini.

lunedì 30 novembre 2009

LA VALORIZZAZIONE DI SE' E DEGLI ALTRI PER SUPERARE DISISTIMA E CONFLITTI di Diana Vannini.

Le persone vanno amate non per quello che fanno, ma per quello che sono. Ogni individuo è unico e speciale in quanto scintilla divina; non sono le abilità o le qualità esteriori che dimostra a conferirgli valore, sebbene questi due aspetti siano intrinsecamente connessi. Ciascun talento ha infatti origine in tale matrice divina e rimane allo stato potenziale o si esplicita a seconda del livello di coscienza dell'individuo che ne è portatore. Sarebbe sciocco abbattere un pesco in inverno perché i suoi rami appaiono spogli, poiché ad una osservazione più attenta questi si rivelerebbero costellati di minuscoli boccioli, in attesa solo del calore necessario per schiudersi; allo stesso modo sarebbe ottuso considerare una persona priva di qualità solo perché esternamente prevalgono aspetti negativi della sua personalità. In realtà ogni creatura ha abilità ed aspetti luminosi, se non manifesti, almeno in nuce, in quanto pervasa da energia divina, fonte inesauribile di talenti, qualità, in sanscrito shakti o siddhi. Riconoscendo dunque questa universale matrice divina, che altresì rappresenta la più intima natura di ogni essere vivente, noi siamo chiamati ad espandere il nostro amore in maniera incondizionata, non indirizzandolo esclusivamente verso chi in apparenza più si lega a nostri gusti o tendenze contingenti, o ci pare colmo di talenti da ammirare ed emulare(1). Noi possiamo far risuonare diffusamente il flusso d'affetto che dal cuore dipana, facendo sì che questo, come un'accogliente chioccia, possa covare la maturazione di qualità, manifestazioni del divino individuale, anche in chi non pensa di averne. Disprezzare le persone focalizzandosi su ciò che di negativo hanno è una terribile offesa, non solo a loro stesse, ma a questa natura divina più profonda: possiamo non essere d'accordo su un particolare atteggiamento o comportamento, ma non dobbiamo identificare l'individuo con quel particolare atteggiamento o comportamento. Nel momento in cui lo osserviamo oltre i dati esteriori comprendiamo che ciò che di negativo è in lui, altro non è che frutto di una distorsione psichica che nulla ha a che fare con la sua reale identità, nitya svarupa. Di fronte a tale soggetto dovremmo piuttosto sentire nel cuore un'attitudine costruttiva e compassionevole, pari a quella che potremmo sperimentare se incontrassimo qualcuno che è appena scivolato in una pozzanghera infangandosi dalla testa ai piedi: potremmo forse criticarlo o sbeffeggiarlo? O meglio, criticarlo o sbeffeggiarlo sarebbe di qualche utilità per lui? Semmai il contrario. Sposando un'attitudine empatica e misericordiosa il cuore ci suggerirebbe di offrire allo sventurato un panno con cui asciugarsi o pulirsi; allo stesso modo, incontrando qualcuno che suo malgrado ha un'attitudine offensiva o dimostra ancora immaturità caratteriali e forti condizionamenti, dovremmo cercare di offrirgli uno strumento di purificazione, attraverso le parole o ancora meglio attraverso il nostro personale esempio, per far sì che il fango dell'ego non sovrasti completamente la sua scintillante natura divina. Anche apprezzare smisuratamente le qualità esteriori di una persona non rappresenta, a mio modesto avviso, il modo migliore di porsi: potremmo fare complimenti ed applausi all'infinito vedendo una persona bella, brava nel canto, nella cucina, brillante nello studio, eloquente o con qualsivoglia dote extra-ordinaria, ma se ci limitassimo a fare ciò, sarebbe come gustare esclusivamente la farcitura esterna di una torta, come quelle decorazioni di glassa o cioccolato che si possono aggiungere quale “tocco finale”. Se, infatti, l'impasto della torta fosse malauguratamente venuto male, la farcitura di per sé sarebbe completamente inutile e non sazierebbe assolutamente, mentre se l'impasto fosse buono, una farcitura non proprio ottimale potrebbe acquisire nel complesso un buon sapore o, nel peggiore dei casi, la si potrebbe scartare. Ciò che conta in ultima analisi è quindi la sostanza della persona: la sua più profonda identità, che avendo connotazione divina è necessariamente luminosa. Questa divina identità è la fonte originaria dell'amore che sentiamo per le persone che ci circondano e che dovremmo cercare di sviluppare per tutte le creature, indipendentemente dal loro involucro esteriore e dal loro livello di coscienza e possiamo farci portatori di questo flusso d'amore se solo anche noi oltrepassiamo i filtri egoici del nostro vedere e sentire. Il rispetto di ogni creatura e la valorizzazione dell'altro rappresentano le fondamenta per un cammino di evoluzione spirituale e costituiscono anche la fonte di ogni più grande gioia nelle relazioni. Talvolta, per risolvere un conflitto o addirittura modificare l'attitudine negativa di una persona è sufficiente trasmetterle fiducia, dimostrarle che gli automatismi in cui cade altro non sono che distorsioni psichiche inconsce e non costituiscono la sua vera personalità. Costei, spiazzata dal sentimento che le trasmettiamo, distante da quelli invalidanti ed altrettanto automatici che il più delle volte gli individui attorno a lei hanno utilizzato in risposta ad alcuni suoi comportamenti, comincia realmente a pensare di essere altro e progressivamente svela nuovi lati del carattere. In tal modo, viene sancito l'inizio di un percorso di trasformazione che la persona intraprende con altrettanta fiducia, per cercare di divenire non qualcos'altro da sé, bensì la migliore versione di sé stessa. Per poter con efficacia comunicare questa fede nelle altrui potenzialità quali manifestazioni del divino individuale, è necessario realizzare il medesimo sentimento d'amore per noi stessi. Ciò che è vero nei confronti dell'altro, deve necessariamente esserlo prima verso noi stessi, cercando di apprezzare con sincera gratitudine ogni dono divino che abbiamo, non dandolo per scontato o per dovuto, ma accogliendolo come dono straordinario qual è. Abbiamo il dovere di osservarci allo specchio prendendo coscienza dei lati ancora ombrosi della nostra personalità, ma non per cadere in depressione o utilizzarli come alibi all'inazione, al contrario, cercando in maniera costruttiva di capire come collocarci sul sentiero evolutivo per modificarli progressivamente ed assumere una forma quanto più aderente possibile a quella originaria. Se apprezziamo in noi, come negli altri, la scintilla divina che irradia dal cuore, così come se comprendiamo che ogni dono, interno o esterno che possiamo avere, non è in realtà nostro, ma origina sempre e comunque da tale fonte, possiamo preservarci anche dal rischio di sviluppare l'altrettanto pericoloso opposto sentimento della disistima, la superbia. La perfezione non è un qualcosa da rincorrere affannosamente o un traguardo da raggiungere necessariamente quale condicio sine qua non per essere fieri di sé stessi e volersi bene o per volere bene agli atri, la perfezione in realtà non è nemmeno di questo mondo - universo in perenne trasformazione - essa appartiene solo a Dio e noi al massimo possiamo tendere al riflesso di perfezione che il Signore dall'alto illumina, offrendo poi a Lui tutto ciò che comunque di fatto da Lui origina. Ogni giorno, in ogni istante possiamo fare una scelta: criticare o aiutare, lamentarci o ringraziare, ogni cosa può essere vista da prospettive diametralmente opposte: si può criticare una ragazza madre per aver solo pensato di abortire o la si può apprezzare per non aver infine messo in atto tale terribile gesto, possiamo lamentarci perché non ci vediamo esteticamente carine come le ragazze in copertina o ringraziare per aver la possibilità di avere un corpo non propriamente appariscente che ci stimoli a sviluppare forme meno effimere di bellezza e di esempi se ne potrebbero fare a milioni, ma ciò che questo breve saggio ha la pretesa di voler esprimere è il semplice fatto che la vita che stiamo vivendo è un'opportunità unica e straordinaria di evoluzione che non è detto debba ripetersi e per la quale avere il cuore colmo di gratitudine, con la consapevolezza che in questo senso di gratitudine e di dipendenza dal Divino risiede in ultima analisi la chiave per la gioia più intensa e per la beatitudine eterna.

(1) Paolo Crepet, importante psichiatra contemporaneo, identifica l'amore condizionato del genitore verso il figlio come uno dei fondamentali errori pedagogici originati dalla competitività della moderna società occidentale, in cui il bambino viene apprezzato e sostenuto proporzionalmente al primato che può conseguire in una qualche disciplina, intellettuale o sportiva che sia. Cfr. Crepet P., Non siamo capaci di ascoltarli. Riflessioni sull’infanzia e sull’adolescenza
 Einaudi, 2001.

venerdì 20 novembre 2009

SULLA PREDISPOSIZIONE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

In qualsiasi impresa la nostra predisposizione gioca un ruolo decisivo. Se non c'è una buona predisposizione non vi sarà successo, quello vero che è spirituale: tutto il resto non ha consistenza, non dura e non ha valore. I testi indovedici ci spiegano che la potenza, l'energia, la forza derivano dalla purezza. Se ne deduce che l'aspetto più importante nella preparazione all'agire è la purificazione, della mente e del cuore. Si potrebbero leggere e studiare molti libri, ma non è da ciò che si trarrà la forza per ben agire e la capacità di ispirare altri. La forza deriva dalla purezza e la purezza genera trasparenza. Come nell'acqua pulita si può vedere un oggetto che giace sul fondo, e non è possibile vederlo se l'acqua è torbida, così una mente velata, offuscata ed ottenebrata dai condizionamenti, non riesce a vedere né a discernere la verità: per farlo occorre produrre uno stato di trasparenza, di purezza interiore. Anche nella comunicazione, per avere successo, è più che mai indispensabile una buona attitudine, tanto in chi parla quanto in chi ascolta. Quando ad uno dei due interlocutori manca questa sensibilità e questo impegno, il dialogo non si svolge nel migliore dei modi e non porta i frutti sperati. Non è sufficiente il desiderio intenso di chi parla, occorre l'attenzione, altrettanto intensa e pulita, di chi ascolta. Coltivando la purezza possiamo ricostituire per intero la nostra riserva d'amore e investirla tutta nella relazione con Creatore, creato e creature. Quando ciò avviene si manifestano i segni visibili di pacificità, serenità e soddisfazione interiore. Chi è soddisfatto nell'anima non ha bisogno di oro, argento o brillanti, di riconoscimenti od onori, poiché già dentro di sé ha trovato quel che lo appaga in tutto. Come spiega Krishna nella Bhagavad-gita (XVIII.54): egli non ha rimpianti né brame; è profondamente umile avendo realizzato che la potenza illusoria dell'energia materiale è insuperabile e che solo abbandonandosi a Dio possiamo varcare i confini delle apparenze ed entrare nella realtà (cfr. Bhagavad-gita VII.14).
Nel suo più alto insegnamento lo Yoga è questa visione ritrovata, è la reintegrazione del sé nella realtà universale, la sua ricongiunzione in amore con Dio e con tutte le creature. La libertà interiore, patrimonio inalienabile di ciascun essere, va utilizzata tutta per volgersi alla purificazione e perseguire il supremo bene. Sebbene molte dinamiche possano sfuggire al nostro controllo, noi abbiamo sempre la possibilità di modulare e scegliere la nostra risposta agli eventi, la nostra attitudine interiore. Se ci sono pensieri disturbanti che impediscono un corretto agire, possiamo evocare esattamente il loro opposto, come Patanjali rishi insegna nel Sadhana Pada (II 33): vitarka badhane pratipaksha bhavanam. Ad esempio: pensare con orgoglio di essere al centro dell'attenzione ed aspirare unicamente al proprio tornaconto egoistico è esiziale, micidiale per la nostra coscienza; se insorge questo pensiero dobbiamo spostarci nel suo opposto: “Agisco non per me ma per il bene di tutti gli esseri. Offro ad uno scopo superiore, a Dio, le mie azioni con tutto il mio amore. Spero che il Signore possa gradire la sincerità della mia umile offerta, nonostante i miei limiti, e che nella Sua infinita misericordia le conferisca reale valore". L'umiltà e la sincerità dei nostri sforzi, faranno sì che potremo essere recipienti di intelligenza e forza necessarie per agire in ogni circostanza in maniera costruttiva, per la nostra ed altrui evoluzione. Il segreto del successo è il puro spirito di offerta, il predisporsi con umiltà, tolleranza, fede e gioia, pronti a riconoscere il valore altrui e ad agire per il bene di tutti. Con questa attitudine possiamo affrontare positivamente qualsiasi impresa o evento, anche una malattia, una grave perdita o un tradimento. Di fronte agli ostacoli che incontriamo occorre far fronte; non abbattersi ma fronteggiarli con serenità e fiducia, come un atleta che con entusiasmo si accinge ad una corsa a ostacoli sapendo che sono proprio gli ostacoli a spronarlo al miglioramento delle prestazioni, a superare i propri limiti. Ogni evento va accolto come una possibilità di crescita e di formazione. Questo è ciò che offre la grande scuola della vita, per realizzare un'armonica integrazione tra corpo, psiche e anima, tra varna e ashram, tra individuo e società, tra immanenza e trascendenza. Mantenendo fissa la meta, dobbiamo imparare a nuotare nel grande mare dell'essere per trovare il nostro porto sicuro, la nostra centratura, il nostro equilibrio, utilizzando le sollecitazioni alle quali siamo continuamente esposti. In questa ardua ma affascinante impresa la predisposizione gioca un ruolo essenziale, e per questo deve essere almeno “buona”.

mercoledì 11 novembre 2009

GUARDARE ALLA MORTE DA UN'ALTRA PROSPETTIVA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Ma non chiediamoci soltanto cosa fare con gli organi di un corpo ormai giunto al capolinea di questa vita; pensiamo anche al futuro di quella persona che lo ha abitato e che, secondo la prospettiva indovedica, continuerà la propria esistenza anche dopo aver lasciato quel corpo fisico. Come aiutare la persona ancora imprigionata in quello scafandro ormai logoro? Come stimolarla a prepararsi interiormente al suo abbandono? Come orientare il percorso evolutivo che principierà dopo l'attestazione della sua morte clinica? La risposta a questi interrogativi è importante non solo per chi opera nel settore sanitario ma per ogni individuo. Accoglienza, assistenza e accompagnamento sono in questo ambito tre concetti chiave. Accogliere significa incontrare l’altro, aprire non solo le braccia, ma anche il cuore e la mente. Assistere vuol dire intervenire con delicatezza, entrando in empatia, prestando ascolto alle modalità e ai bisogni dell’altro. Accompagnare significa mettersi a fianco della persona, senza precederla, ponendosi quasi dietro di lei, essere una presenza umile e affettuosa, stimolandola a procedere. Accompagnare è sospingere dolcemente, far giungere a destinazione con calore e bontà, con empatia, compassione e misericordia. La tradizione indovedica non utilizza tecniche psicoterapeutiche, ma offre insegnamenti volti allo sviluppo di una visione cosmica della vita, dell’uomo e del mondo, che non si concentra sulla risoluzione di disagi psicologici ma sulla elevazione di una consapevolezza globale, affinché chi la applica possa riscoprire l'interezza della propria natura sul piano bio-psico-spirituale ed esprimere tutte le proprie potenzialità e aspirazioni più nobili, affrontando anche la morte in uno stato di pace interiore. Perché esiste la morte? Chi o che cosa muore? Come ci possiamo preparare? In cosa consiste il morire? Come assistere il malato nello stadio terminale? Come interagire con i suoi familiari e con il personale sanitario? Interrogandosi sinceramente su tali domande si perviene a intuizioni sorprendenti, talvolta in grado di farci sentire oltre il cangiante flusso di questo mondo rutilante e ingannevole (i Veda lo definiscono maya che significa “illusorio”). La prima domanda da porsi è: quando l’obiettivo cura medico-farmacologica non è più raggiungibile, cosa si può fare per prendersi cura della persona? Si può trasformare un evento traumatico come la morte in un'esperienza evolutiva? Il fenomeno morte viene abitualmente vissuto come fine di tutto, dissoluzione, scomparsa, con tonalità che vanno dal rassegnato al drammatico, fino al disperato. Eppure, secondo la tradizione filosofico- spirituale indovedica, la morte non esiste come entità, ma solo come concetto o momento di passaggio da un segmento di vita ad un altro. Attraverso un percorso di consapevolezza, ogni essere umano può imparare a “viverla” percependo che la propria identità è diversa da quella del corpo e scoprendo di fronte a sé una nuova fase della propria eterna esistenza, da progettare costruttivamente. La Bhagavad-gita (II.20) afferma: L'essere non nasce, né muore. E' eterno. Non muore quando il corpo è distrutto. Tagore scrive: Si cammina quando si leva il piede come quando lo si posa. Come l’alba prepara un nuovo giorno che giungerà poi al tramonto, così il tramonto, attraverso la notte, cederà il posto ad una nuova alba. La vita scorre incessante e se ne comprendiamo il senso evolutivo e infine il suo arcano significato trascendente, possiamo superare anche la paura più grande, quella della morte e – realizzando l'immortalità della nostra essenza – ridare nuova speranza alle profonde aspirazioni di ogni essere verso autentiche libertà e felicità, oltre i limiti dello spazio e del tempo.