martedì 21 dicembre 2010

LA VOLONTA' NELLA BHAKTI di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

La realizzazione del proprio sé profondo è come un fiume in piena che prosegue con un processo vigoroso e incessante nel suo moto benefico e arricchente laddove la volontà viene resa sempre più forte e saggia dalla sua integrazione con quello che è il sentimento fondamentale di ogni essere umano, il più nobile ed evoluto: la Devozione, Bhakti, che rappresenta l'espressione più intima dell'Amore. La Devozione è il mezzo più efficace e diretto che pone in contatto immediato con il Divino, perché essa travalica limiti e ostacoli che sono insiti nella percezione del mondo che si ha attraverso i sensi, la mente e l'intelletto. La Devozione permette di contemplare la realtà, noi stessi e gli altri con gli occhi dell'anima, oltre le frammentazioni prodotte dalla visione egoica, che non penetra l'essenza delle cose, ma si limita alla loro forma apparente e separata dal Tutto.

lunedì 6 dicembre 2010

RE-IMPARARE AD AMARE. OLTRE LA MATEMATICA DELLE RELAZIONI di Jivashraya Das.

Nel considerare il punto di vista di una qualsiasi cultura tradizionale, comprendere qual è il pensiero che ne sta alla base e quali sono le motivazioni profonde che la animano non può davvero essere considerato un optional, pena la pressoché totale incomprensione del portato dei suoi valori. La Tradizione indovedica, a questo riguardo, non fa nessuna eccezione. C’è come una sorta di premessa, infatti, omettendo la quale molti degli aspetti di questa grande civiltà parrebbero estremamente storicizzati e anacronistici per l’uomo moderno, privi di senso e di pratica utilità, mero folclore. Tale considerazione è che la cultura antico indiana è imperniata attorno ad uno scopo ben preciso: la piena realizzazione del potenziale umano. L’intera creazione in questa cultura è considerata opportunità per gli individui che vi prendono nascita di emanciparsi dai propri condizionamenti e riscoprire la propria natura di esseri spirituali eterni, consapevoli e indicibilmente felici. La società moderna – è sotto gli occhi di tutti – segue un diverso modello di sviluppo, un modello nel quale il fine trascendente è sempre meno presente.

giovedì 18 novembre 2010

L'UOMO OSTRICA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il condizionamento è qualcosa che limita, obbliga e perciò condiziona, rendendo difficili funzioni ontologicamente naturali, come ad esempio la manifestazione delle capacità superiori della mente. Secondo la definizione di Jung, la struttura psichica è quadripartita, possiede cioè due funzioni razionali, pensiero e sentimento, e due irrazionali, sensazione e intuizione; sono proprio queste funzioni che, secondo la letteratura vedica, vengono condizionate e inibite dalle cinque aree di condizionamento definite panca-klesha: avidya, asmita, raga, dvesha, abhinivesha. Il termine avidya indica la non conoscenza della propria vera natura, la mancanza di sapienza, di visione. Con ciò non s’intende un’ignoranza generica: una persona può essere dotta nelle varie branche del sapere e subire ciononostante questo condizionamento, se non ha coltivato la conoscenza del sé. È infatti l’ignoranza della propria natura spirituale che determina avidya, il più grande ostacolo nella ricerca della Verità e della Felicità. 

giovedì 4 novembre 2010

L'UOMO OSTRICA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

L’uomo ostrica è un essere umano inibito, bloccato. Anche se magari bolle dentro, trasuda, ha tic e ogni sorta di ansietà, non si muove, perché si è creato un guscio troppo duro, che inizialmente poteva funzionare come difesa - dinamica intrinseca alla sopravvivenza - ma poi ha finito per immobilizzarlo. Dove si sviluppa sull’epidermide una parte callosa? In una zona particolarmente sottoposta a sollecitazione. Bene, esistono anche i calli mentali; un callo mentale permette di difendere parti caratteriali emotive fragili, più esposte a sollecitazione, o a violenza. Dal momento che questo è un processo naturale, che sul piano emotivo si manifesta in particolare fra gli umani, va compreso come un meccanismo della Natura grazie alla quale si protegge la sopravvivenza della specie.

mercoledì 27 ottobre 2010

LA GESTIONE DEI CONFLITTI di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Esistono fondamentalmente due categorie di conflitti: i conflitti  intrapersonali e i conflitti interpersonali. Intrapersonali significa interni all'individuo, relativi alla persona con sé stessa, o meglio, a diverse funzioni psichiche(1) tra loro. Tale conflittualità è una delle cause più frequenti del malessere diffuso nella società moderna; inoltre, ogni problema intrapersonale genera in breve tempo conflitti interpersonali perché quando la persona non sta bene, non vive bene, sviluppa la tendenza a proiettare sugli altri la causa del proprio malessere. Superficialmente, appare più comodo incolpare gli altri dei propri problemi, ma questa, non solo non è una soluzione alle problematiche conflittuali, bensì è un'aggravante perché così facendo si allarga la sfera della sofferenza. Le persone vicine a chi è veicolo di emozioni negative, infatti, vengono colte dallo stesso malessere, in quanto insoddisfazione, irrequietezza, aggressività, nervosismo e simili, sono contagiosi.

giovedì 7 ottobre 2010

DECONDIZIONAMENTO, ARMONIA E BEATITUDINE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Uno dei problemi più gravi, impellenti e irrisolti che riguardano la nostra società è quello dell’isolamento, dell’abbandono, della solitudine. Affronteremo questo argomento alla luce della saggezza millenaria dei Veda che, lungi dall’essere patrimonio esclusivo dell’India, appartiene a tutta l’umanità, così come il sole non è né orientale né occidentale: è il sole. Molti ricorderanno gli studi di Jung relativi alle funzioni introvertite ed estrovertite dell’individuo e la conseguente suddivisione dei tipi psicologici in due grandi categorie: gli introversi e gli estroversi. Secondo le Upanishad solo l’equilibrio tra funzioni introvertite ed estrovertite rende l’uomo appagato. Per questo motivo chi è nato e si è formato in Occidente dovrebbe studiare in maniera attenta questa grande cultura millenaria, in grado di fornire un ampio orizzonte di senso, che integra la visione dell’uomo e del mondo. Nella prospettiva vedica il senso di solitudine e di isolamento vengono spiegati come una mancata contestualizzazione nell’universo e quindi come una patologia da curare. La società del cosiddetto benessere e dello spreco, con la sua tendenza ad accumulare, non ha risolto il problema profondo del malessere, anzi, lo ha aggravato.

martedì 31 agosto 2010

VISIONE E PROMESSA DELL'AMORE NELLA BHAGAVAD-GITA di Caterina Carloni.

Ogni tentativo di sintetizzare i risultati emersi dalle innumerevoli ricerche nello studio dell'efficacia delle diverse tecniche psicoterapiche non può che peccare di parzialità e insufficiente obiettività a causa dell’angolo visuale dal quale inevitabilmente si osserva questa enorme massa di dati, ma emerge in modo ricorrente e indiscutibile il ruolo determinate della qualità della relazione, a dispetto delle tecniche utilizzate, nel determinare la riuscita del percorso terapeutico. Ciò ha indotto a ridefinire meglio l’oggetto d’indagine della ricerca psicoterapeutica e a rivedere la concezione stessa di salute e malattia, dei suoi significati e delle sue funzioni. Paradossalmente, il vero successo della ricerca in psicoterapia, dopo l’intensa proliferazione di strumenti di misurazione, sembra essere il ritorno ad una riflessione su sé stessa, sulla sua ragione d’essere e sui suoi obiettivi. Indagare e scoprire nuove potenzialità all’interno delle relazioni umane potrebbe aprire scenari luminosi per restituire alla psicologia tutto il suo patrimonio culturale e spirituale di scienza dell’anima (Psicologia è un termine che deriva dal greco ed è formato da logos, che significa “studio, scienza”, e da psyché, che significa appunto “spirito, anima”). 

martedì 24 agosto 2010

L'ARTE DELL'AZIONE: PROGRAMMARE LA VITA CON CONSAPEVOLEZZA di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Karman e morte: ognuno si trova a subire le conseguenze di azioni compiute in precedenza. Lei ha parlato di "programmazione" della vita: le chiedo qualche commento su questo tema.


Programmare vuol dire agire con consapevolezza, farsi carico in modo responsabile di come "muoviamo" cose e persone intorno a noi. Possiamo farlo secondo tre dinamiche: col pensiero, con le parole e con le azioni. L'azione nasce dal desiderio (kama), si sviluppa nel verbo (vac) e si conclude generalmente nell'atto fisico (karman). Nei Testi Sacri di ritualistica karman sta solitamente ad indicare l'atto per eccellenza, quello sacrificale, l'azione che, se perfettamente eseguita, contiene già in sé il risultato desiderato. Quando invece l'agire è accompagnato da insufficiente consapevolezza, da bassa coscienza, il risultato può prodursi ugualmente ma distorto, imprevisto, non nella direzione desiderata, bensì, magari, in quella opposta. Per progettare il futuro si deve dunque conoscere molto bene la scienza dell'azione, che include la conoscenza delle reazioni. La dottrina del karman assicura a chi la segue il raggiungimento degli obiettivi desiderati; essa viene esposta in maniera accurata nei capitoli quarto e quinto della Bhagavad-gita.

giovedì 12 agosto 2010

L'ARTE DELLA VITA: PER UNA NUOVA COMPRENSIONE DELLA MORTE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Nel corso della stessa vita possiamo sperimentare momenti di passaggio che assomigliano alla morte, ad esempio quando una certa fase finisce e ne comincia un'altra, oppure quando si modifica il nostro livello di coscienza. Può dire qualcosa al riguardo?


È la domanda tipica di un ricercatore spirituale, di chi si sta muovendo in questa direzione e ha già fatto delle esperienze. Una domanda così formulata esprime un livello di consapevolezza che è già oltre il dubbio. Il mondo, la vita, non sono in bianco e nero, non sono solo gioia o dolore; questa è la visione preferita dai bambini, tipica espressione della loro coscienza infantile. Ma gli adulti sanno che tra la gioia e il dolore ci sono infinite sfumature, così come tra il bianco e il nero. Allo stesso modo anche tra la morte e la nascita, o viceversa, vi sono innumerevoli passaggi intermedi che consistono soprattutto in mutamenti di coscienza nel corso di un lungo cammino evolutivo. Considerate il corpo di un bambino. Io ho dei figli, li ho visti nascere, crescere e ora sono adulti: dove sono adesso i loro corpi da infanti? Non ci sono più; quelli che indossano al momento hanno poco in comune con i precedenti, con quelli con i quali sono nati e cresciuti, mentre loro, come persone, come individui, sono inequivocabilmente gli stessi.

mercoledì 21 luglio 2010

LA FUNZIONE POSITIVA DELLE EMOZIONI NEGATIVE (PARTE SECONDA) di Diana Vannini.

C'è inoltre una preoccupante tendenza nella psicologia moderna, che è quella di spingere al piacere ad ogni costo, anche paradossalmente mettendo a rischio la propria vita e la propria salute, vivendo di eccessi e sfidando la morte per sport o per passare una serata. Questa tendenza, per mettere a tacere una coscienza che pur è presente e che rimorde quando si fa qualcosa di contrario a principi etici universalmente riconosciuti, opera prevalentemente in due modi: minimizzando i rimorsi di coscienza, banalizzandoli e considerandoli privi di fondamento o tentando di rimuoverli. Estenderei questa riflessione in generale a tutto il “sentire” considerato negativo e dunque: perché avere paura della paura? Perché essere ansiosi per l'ansia? Perché essere tristi per la tristezza? Non sono le emozioni ad essere di carattere negativo o positivo di per sé, ma il modo in cui le viviamo e le sperimentiamo che ne determina la connotazione evolutiva o involutiva. Per esempio un'eccitazione smodata, un'euforia fuori controllo, può essere potenzialmente molto più distruttiva per l'essere umano che una acuta crisi depressiva.

lunedì 12 luglio 2010

LA FUNZIONE POSITIVA DELLE EMOZIONI NEGATIVE (PARTE PRIMA) di Diana Vannini.

Apparentemente contraddittoria, questa affermazione nasce da una riflessione fatta in seguito alla lettura di un articolo pubblicati nel mese corrente su Repubblica(1). In particolare, lo stimolo a scrivere quanto segue è derivato dall'aver appreso di un ennesimo tentativo, svolto da un team di neuroscienziati dell'università di San Juan nel Portorico, di eliminare dalla mente i traumi del passato. Ciò è stato dimostrato su delle cavie animali (topolini), condizionate ad avere paura di uno stimolo sonoro, a seguito del quale veniva provocata loro una dolorosa scossa elettrica, mediante la somministrazione di un farmaco: il Bdnf (fattore neurotrofico di derivazione cerebrale), che gioca un ruolo importante nel rafforzare le connessioni fra i neuroni, cioè nel consolidare la memoria.

mercoledì 30 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il termine sanscrito mantra significa 'strumento di pensiero', e anche 'ciò che protegge la mente'. La vibrazione sonora del mantra, infatti, armonizza la mente e la protegge dai pensieri tossici. Quando si è smarriti, negativi, depressi, o comunque emotivamente provati, alterati, cantare o recitare il mantra con sincerità, può modificare radicalmente lo stato di coscienza e produrre serenità, gioia, visione ed ispirazione. Il mantra ha la forza, la potenza d’illuminare la mente, di farla risplendere e di annullare la tenebra che produce malinconia e depressione. Non si tratta quindi di un’azione volta all’annullamento dell’ambito psichico e coscienziale, ma di una precisa opera di eliminazione di tutte quelle scorie che, intasando la mente, precludono alla coscienza di percepirsi così com’è. La coscienza dunque non si svuota, ma assume i caratteri del metafisico. Il mantra non è strutturato come un discorso speculativo, con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione; esso non spiega, essendo formulato in un modo che dà per scontata la conoscenza dei contenuti cui si riferisce. È efficace di per sé, ma ancora di più e ancor più completamente nella misura in cui chi lo recita è profondamente consapevole di ciò che sta recitando e della motivazione con cui lo fa.

martedì 22 giugno 2010

TECNOLOGIA DEL SANTO NOME E I RAPPORTI TRA I VARI LIVELLI DI PSICHE E COSCIENZA (PARTE PRIMA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Per millenni i saggi indiani hanno portato avanti studi profondi e vasti sui rapporti intrapsichici dell’essere umano, conseguendo una conoscenza e una specificità di linguaggio così alte, da permettere loro di sperimentare con successo livelli straordinari di coscienza e di descriverli compiutamente. Negli Yogasutra di Patanjali, antico trattato di psicologia del profondo e di realtà metafisica, viene descritto un tipo di meditazione denominato sabija samadhi (samadhi(1) con seme o tema). Esso comporta la visualizzazione e la presa di coscienza di un livello superiore di realtà ottenuto mediante la meditazione su di un mantra. Fin dai tempi prestorici delle Samhita vediche i mistici, i saggi e i teologi vaishnava hanno attribuito immenso valore alla realizzazione spirituale attraverso il suono sacro, Shabda-brahman, rappresentato principalmente dalla recitazione e dalla meditazione sui Nomi divini; tale pratica è definita Nama-smarana e costituisce, in questa Tradizione, l’essenza di tutte le attività religiose, nonché l’esercizio spirituale più significativo per il ricercatore spiritualista, il bhakta. Nella tradizione mistica Vaishnava della Caitanya-sampradaya, il bija è costituito dal maha-mantra. Le esperienze a livello nama, cioè a livello della conoscenza verbale, a livello rupa(2) ed a livello rasika, il livello proprio delle emozioni e dei sentimenti, attivano delle vritti(3) che, a loro volta, innescano un ricordo costituito da emozioni e pensieri dai quali residua un’impressione nella memoria, una traccia duratura detta samskara. Questi samskara finiscono negli archivi della mente, a volte in forma cosciente, altre volte nell’inconscio. L’intrattenersi con concentrazione deliberata (dharana) nell’Hari-nama(4) è il trattenersi nel campo mentale di una vritti. Sul piano cosciente la vritti crea una configurazione mentale che determina un complesso di samskara capace di bloccarne ogni altro di tipo indesiderabile e quindi anche ogni altra "vritti di ritorno(5)". La concentrazione sull’Hari-nama potrebbe definirsi concentrazione su una vritti che, in questo caso, essendo l’Hari-nama costituito di pura energia spirituale, manifestazione sonora di Dio, modifica positivamente la psiche in quanto la purifica in profondità ed ampiezza (tra i vari significati di prasadam spicca quello di ‘grazia divina’, ma anche quello di ‘purificazione’). Il campo coscienziale creato da questa speciale vritti blocca l’affioramento sul piano mentale non solo delle vritti che scaturiscono direttamente dal sensorio in contatto col fenomenico esterno, ma anche da quelle "di ritorno" prodotte dai ricordi i quali, affiorando sia dalla memoria cosciente (smritaya)(6) che da quella inconscia (samskara), provocherebbero ulteriori vritti che costituirebbero un disturbo per la mente, in quanto modificazioni e quindi inopportune distrazioni rispetto al tentativo di concentrazione. Quest'ultima è ovviamente essenziale nella pratica del Nama smarana(7). Ma come riuscire a capire quando la concentrazione e la meditazione hanno avuto successo? Quando vengono meno nella coscienza tutte le implicazioni con i condizionamenti dell'io storico. Questo è un segno importante che demarca il passaggio dallo sforzo per la concentrazione alla meditazione sulla realtà trascendente, ovvero quel “guado coscienziale” che dalla dimensione egocentrica porta a quella teocentrica, dal monologo porta al dialogo con Dio. Riassumendo: il samadhi basato sul Nama-smarana potrebbe essere definito una “mono-vritti” dove la concentrazione ha come unico oggetto il Santo Nome, il bija-mantra o maha-mantra, che invade completamente, dominandoli e purificandoli, il campo della mente e della coscienza.

(1) Visualizzazione di un certo livello di realtà metafisica.
(2) Lett. 'forma', non solo grafica.
(3) Lett. 'Modificazioni mentali, vibrazioni, vortici'.
(4) Canto dei Nomi divini
(5) Vibrazioni che partono dai ricordi e impressionano di nuovo la mente.
(6) 'Ricordo'. Il termine si forma sulla radice sanscrita smri, 'ricordare', cui corrisponde etimologicamente l'italiano 'memoria'.
(7) Letteralmente il ricordo di Dio attraverso il canto dei Suoi Santi Nomi.

Tratto dal testo 'Divinità, Umanità e Natura' di Marco Ferrini di cui si consiglia la lettura per un approfondimento del tema.
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lunedì 14 giugno 2010

COME SI FA A GUARDARSI DENTRO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il miglior modo per conoscere sé stessi consiste nel frequentare maestri che abbiano già raggiunto un certo livello di illuminazione e possano quindi aiutarci a sviluppare una visione analoga. In seguito, anche autonomamente, seguendo gli insegnamenti e l'esempio di guide esperte, si possono fare pratiche di concentrazione e meditazione con successo. Tali pratiche consentono di entrare in contatto con aspetti sempre più profondi della nostra psiche e di giungere, con il perfezionamento della pratica e in circostanze gradualmente sempre più favorevoli, alla riscoperta della nostra identità di natura spirituale. La meditazione (dhyana) è strumento idoneo per liberare il pensiero ordinario dai suoi condizionamenti e serve dunque a conoscerci sempre più profondamente. Se praticata con serietà e costanza, essa produce un effetto di lucido e luminoso discernimento, permettendo graduali livelli di realizzazione. L’esercizio della meditazione ci mantiene in una continua attenzione che affina la capacità di auto-osservarci e meglio conoscerci sotto molteplici aspetti. Una semplice e pratica esperienza introduttiva alla concentrazione potrebbe essere la seguente: alla sera, prima di coricarvi, col distacco dello spettatore, fate un riassunto mentale della vostra giornata, vi sarà prezioso per valutare la qualità del vostro agire e apportare opportune modifiche al vostro comportamento.

lunedì 7 giugno 2010

LA VERA FELICITA': ANANDA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Ananda significa felicità inesauribile, beatitudine. Non è paragonabile al piacere dei sensi; quest'ultimo non rappresenta neanche l'ombra di tale felicità. Euforia, eccitazione, orgasmo, tutti hanno un inizio e una fine e quindi dalle persone sagge vengono considerati prodotti illusori della vita umana(1). Quando l'essere è completamente soddisfatto nel sé non ha nessun’altra aspirazione. Colui che prova ananda sperimenta un senso di comunione con tutte le creature, desidera diventare amico e diviene benevolo nei confronti di tutti gli esseri viventi. La conflittualità infatti è segno di insoddisfazione, di sofferenza. L'involucro intellettivo è dunque sostenuto da un involucro di beatitudine o gioia essenziale, anandamaya kosha. Ananda appartiene all'atman, che costituisce la vera sorgente energetica della persona, di natura puramente spirituale, non fisica o psichica, le cui caratteristiche, oltre ad ananda, sono sat e cit.

giovedì 3 giugno 2010

DIALOGO TRA BHAGAVAD-GITA E DIVINA COMMEDIA. IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE, DELLA RINASCITA E DELL'AMORE.


Firenze, 30 Maggio 2010 - Ore 16.00
Palazzo Vecchio - Piazza della Signoria, Salone dei Cinquecento, Firenze.
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

'L'amor che move il sole e l'altre stelle'.
Nella prestigiosa cornice storico-artistica del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze, Marco Ferrini terrà una conferenza nella quale dialogheranno la Divina Commedia e la Bhagavad-Gita, universali monumenti del pensiero occidentale e orientale che, a distanza di molti secoli, ancora ispirano l’uomo moderno nel suo anelito di evoluzione e realizzazione, sia dal punto di vista laico che religioso. Esplorando le convergenze esistenziali tra queste due opere di filosofia perenne, i partecipanti avranno l’opportunità di fare un viaggio in altre dimensioni che rappresentano differenti livelli di coscienza nella ricerca del senso della vita. La Commedia e la Gita sono un compendio d’insegnamenti cosmogonici, antropologici ed escatologici, di filosofia, psicologia, etica e spiritualità. L’intreccio di queste tematiche esprime la sostanziale continuità tra i diversi piani dell’essere e la fitta serie di corrispondenze fra micro e macrocosmo.Se è vero che un’opera è grande nella misura in cui fornisce strumenti teorici e pratici per poter realizzare livelli alti di consapevolezza, e se offre concetti, suggestioni, modelli di vita adatti ad affrontare e risolvere i problemi esistenziali dell’individuo e quelli più complessi della società, allora non è azzardato affermare che la Commedia e la Gita sono scritti di intramontabile valore.

‘La mia vita non è stata che una serie di tragedie esteriori,
e se queste non hanno lasciato su di me nessuna traccia visibile, indelebile,
è dovuto al’insegnamento della Bhagavad-gita’.
(Mahatma Gandhi)

venerdì 28 maggio 2010

LA FISIOLOGIA DEL DESIDERIO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

"In verità si dice anche che l'uomo è fatto di desiderio: ma quale è il desiderio, tale è la volontà, quale è la volontà, tale è l'azione, quale è l'azione, tale è il risultato che consegue(1)".

Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita Krishna analizza psicologicamente la fisiologia del desiderio. Ad una domanda cruciale di Arjuna: "O discendente di Vrishni, cosa spinge l'uomo a commettere errori anche quando non lo desidera, come se vi fosse costretto?", Krishna risponde: "E' lussuria soltanto, o Arjuna. Essa nasce dal contatto con l'influenza materiale della passione poi, trasformandosi in collera, diventa il nemico devastatore del mondo e la sorgente di ogni peccato(2)". Il desiderio frustrato produce collera, la quale scarica una serie di negatività sugli organi che governano il corpo e produce sofferenza, distruzione della memoria, del sapere e di conseguenza anche dell'equilibrio. Come ben sappiamo, vi sono persone che hanno pagato due soli minuti di collera con venti anni di galera o con la rovina totale sul piano fisico ed economico, oltre che su quello delle relazioni sociali. Quindi la collera va evitata, ma per poter far ciò occorre gestire il desiderio con molta attenzione. Nella Katha-upanishad come nella Bhagavad-gita vengono descritti la materia inerte (prakriti), i sensi (indriya), la mente (manas) ed infine l'intelligenza (buddhi). Nel terzo capitolo della Bhagavad-gita(3), Krishna spiega come la persona che è situata nel sé riesca a dominare e quindi a governare ed armonizzare gli impulsi sensoriali senza reprimerli. Non serve a nulla rimuovere, dimenticare, nascondere tra le pieghe della mente, perché questa lancerà comunque i suoi strali di protesta, disturbando tutte le funzioni dell'individuo, nel sonno e nella veglia. Il Supremo ha un altro piano: gestire l'energia inferiore elevando la coscienza e acuendo la consapevolezza. La trasmigrazione dell'essere da un corpo ad un altro è un fenomeno che avviene proprio in forza dei desideri coltivati e delle azioni compiute. Esiste una sostanziale causalità tra desiderio ed azione: il primo è infatti il seme della seconda. Il piano fisico è l'ultimo sul quale si manifesta la realtà; l'azione ha la sua origine nel desiderio, poi passa alla fase verbale per esplicitarsi infine sul piano degli elementi fisici. E' dunque essenziale comprendere bene la genesi e le dinamiche dell'agire per non ritrovarsi inermi di fronte a fatti compiuti, incapaci di gestire il proprio presente e di progettare il proprio futuro.

(1) Brihadaranyaka-upanishad IV.4.5. Traduzione ripresa da Upanishad Vediche, a cura di Carlo della Casa. Torino, UTET, 1976. P. 77.
(2) Bhagavad-gita III.36-37. La traduzione è di chi scrive.
(3) Cfr. Bhagavad-gita III.37-43.


Tratto da "Vita, Morte e Immortalità".

venerdì 14 maggio 2010

IL COMPLESSO DI COLPA di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


Come il senso di inferiorità, il senso di colpa non è qualcosa di patologico di per sé. Noi possiamo provare tutti giorni un senso di colpa o un senso d'inferiorità, l'importante è saperlo gestire, saperlo armonizzare, saperlo riportare a una costruttiva operatività. Il senso d'inferiorità può infatti infondere uno stimolo a studiare, ad imparare meglio una performance, a frequentare persone più sagge o più lungimiranti di noi e dunque, se saputo gestire, è stimolante. Allo stesso modo il senso di colpa costituisce di per sé un indice di salute psichica, di buona coscienza e può rappresentare uno stimolo a migliorare la nostra performance morale, etica; può costituire un incentivo a diventare più utili per gli altri, non solo a ripagare danneggiamenti che abbiamo compiuto in quanto esseri umani fallaci. Il senso di colpa, così come il senso di inferiorità, non deve però degenerare in un'angoscia continua, la quale produrrebbe una serie di comportamenti distruttivi verso sé stessi e verso gli altri. Entrambi questi “sentimenti” rischiano di diventare complessi quando scivolano nell'inconscio e la persona che ne è affetta, non essendone più consapevole, si ritrova proiettata in coazioni a ripetere non sapendo perché sta mettendo in atto certi comportamenti distruttivi. Il senso di colpa può essere utilizzato costruttivamente impegnandosi in attività sociali quali la beneficenza ed il volontariato, tentando di alleviare le altrui sofferenze e problematiche; se infatti aiutiamo gli altri a realizzarsi, il nostro senso di colpa scompare.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, 20, 27 Novembre e 4 Dicembre 2008.

mercoledì 5 maggio 2010

IL SENSO D'INFERIORITA' di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Il senso d'inferiorità non è qualcosa di per sé patologico o patologico a priori, è infatti qualcosa che ci coglie spesso quando ci mettiamo a contemplare un abisso o una vetta montana o lo splendore del sole. Noi non siamo in grado di paragonarci a queste manifestazioni, così come non possiamo paragonare le nostre prestazioni fisiche alla potenza di un elefante, di un toro o alla velocità di una gazzella. Ciò che diviene patologica è la competizione che può suscitare da questo senso di inferiorità. Esso porta seco una serie di comportamenti coatti, reattivi automatici quali la coazione a diventare narcisisti o la coazione a diventare inibiti e depressi. Nel primo caso s'ingenera, per compensazione, una sorta di sindrome di superiorità o delirio di potere ed il tentativo conseguente di voler primeggiare o stabilire il dominio sugli altri, diventando critici verso persone che vivono meglio, che sono più capaci o più produttive o oggetto di maggiori attenzioni, che sono più amate o semplicemente più apprezzate. Nel secondo caso il senso di inferiorità crea un'inibizione tale per cui la persona diviene progressivamente più introvertita, fino quasi ad annullarsi. Se nel primo caso le relazioni sono compromesse a causa del comportamento tiranneggiante ed impositivo assunto dall'attore della sindrome di superiorità, nel secondo sono compromesse per l'isolamento in cui cade l'attore completamente inibito dal complesso di inferiorità. Qual è l'atteggiamento sano, salutare per evitare queste due posizioni estreme? Il coraggio della imperfezione. Tendere alla perfezione senza pretendere di essere giunti, camminare sul sentiero della perfezione senza mai darsi le arie di averla raggiunta, alimentando in noi una sana visione di nuove tappe da raggiungere, di nuovi livelli, di nuove realizzazioni, in modo da essere coscienti che la perfezione è sì una realtà ideale, ma nel momento in cui la si persegue dà i suoi frutti. È quindi evidente come il senso d’inferiorità sia esplicativo della sopraccitata dinamica di proiezione del conflitto: infatti, a causa di conflitti irrisolti si produce il senso di inferiorità, che innesca un senso di competizione, talvolta forsennata, lacerante e distruttiva, la quale porta ad entrare in conflitto con chiunque divenga l'oggetto di questa competizione e questo meccanismo, non può che produrre molta sofferenza. Noi possiamo infatti apprezzare qualcuno che canta meglio di noi, che suona meglio di noi, che corre meglio di noi, che danza meglio di noi, che dipinge meglio di noi, possiamo incontrare centinaia di persone che sanno fare centinaia di cose meglio di noi ed evitare il senso di inferiorità perché noi riconosciamo il senso inferiorità, noi riconosciamo di essere inferiori ad A, B, o C, o D. Come si può dunque evitare che questo naturale sentire degeneri poi in un complesso? La soluzione principale risiede nella scoperta di chi si è veramente, dei propri talenti e qualità, riscoprendo la propria ricchezza intrinseca ed altresì la propria unicità. Ciascun individuo è infatti identico solo a se stesso, è una realtà a sé, ha talenti propri ed è capace di essere soddisfatto in sé a prescindere dai talenti degli altri. Diventare sé stessi significa dismettere tutte le maschere “sarvopadhi vinirmuktam” (Caitanya Caritamrita Madhya Lila XIX.170).

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, 20/27 Novembre e 4 Dicembre 2008.

lunedì 26 aprile 2010

SULL'ORIGINE DEI CONFLITTI di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

La nostra coscienza significa appunto gli altri dentro di noi e non si può vivere senza gli altri, rimuovendoli semplicemente barricandosi in casa, chiudendo la porta e accendendo la televisione. Tali rimozioni creerebbero infatti dei baratri, i samskara appunto, che impedirebbero una corretta integrazione della coscienza non solo non risolvendo nessun eventuale problema relazionale, ma accumulandone sempre di nuovi. Se di qualcuno si dice in maniera popolare che “è fuori di sé”, significa che quel qualcuno non ha più centratura, che non è più capace di fare un'analisi oggettiva della situazione in cui è immerso, oppure se si dice “è in guerra con se stesso”, significa che questa conflittualità interiore è ormai emersa all'esterno in maniera plateale. In realtà, tutti i conflitti esterni sono il frutto di una conflittualità interiore, con più o meno diretta connessione tra causa ed effetto nella coscienza del soggetto. Il soggetto non sa spesso a quale conflitto interiore deve collegare la conflittualità esterna, ma quello che è certo è che la conflittualità esterna è una proiezione della conflittualità interna. Talvolta può accadere che una persona sia in conflitto con un'altra senza che quest'ultima abbia parte nel conflitto o lo viva come tale: ad esempio A potrebbe essere in conflitto con B, senza che B sia in conflitto con A; in tal caso il conflitto c'è ma non è un problema di B, è un problema di A e A potrebbe anche non riconoscere che esso origina da una propria conflittualità interna, a causa di una mancata armonizzazione di diverse funzioni psichiche proprie, infatti generalmente il conflitto è inconscio. Tale mancanza di consapevolezza porta il soggetto a proiettare all'esterno, su differenti capri espiatori, un proprio vissuto interno ed in questo modo possono avere origine vere e proprie tragedie. Accettare che la conflittualità sia interna implica il doversi fare carico delle proprie responsabilità ed il doverle approfondire; questo è un atto estremamente onesto e coraggioso che dovrebbe essere incoraggiato in tutti. Rivolgendo la conflittualità all'esterno, invece, il soggetto crede di essere libero dal farsi carico delle proprie responsabilità; sarebbe assai più facile trovare il capro espiatorio all'esterno, tuttavia non risolverebbe i problemi, anzi, questi avrebbero la tendenza a moltiplicarsi, a complicarsi. L'interazione di determinate dinamiche genera infatti una rete pressoché infinita di azioni e reazioni, molte delle quali avvengono a livello inconscio, ignoto alla persona che si trova agita da esse, senza sapere cosa le stia effettivamente succedendo, ma trovandosi in balia di emozioni negative verso l'una o l'altra persona. Il non voler riconoscere veramente il reale problema può portare la persona a ricorrere alla “legge di compensazione”: per esempio una persona che proiettasse su altri una propria paura, come quella di essere rifiutata e reagisse ad essa rifiutando per prima gli altri; in questo caso la sfiducia provata dalla persona in questione verso sé stessa e attribuita erroneamente ad altri, per una compensazione, la porterebbe a non accettare gli altri in modo da non essere rifiutata. La legge della compensazione non risolve il problema che la scaturisce, al contrario contribuisce a crearne diversi altri ed, a loro volta, questi ne generano ulteriori altri ed il soggetto si trova infine ingabbiato in una costellazione di problemi dal quale non riesce a districarsi a meno che non chieda aiuto. Solo chiedendo aiuto la persona così imprigionata potrebbe ricominciare il percorso verso la luce, diversamente, continuerebbe a scendere verso il caos, il disordine, l'entropia.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, 20/27 Novembre e 4 Dicembre 2008.

lunedì 12 aprile 2010

L'IMPORTANZA RELATIVA E ASSOLUTA DEGLI ALTRI di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

Aristotele diceva che l'uomo è un animale sociale, l'essere umano non può vivere senza gli altri, qualsiasi posizione assuma nella società vive sempre in relazione con gli altri; perfino nel sogno ci sono gli altri e non solo gli amici occupano costantemente la nostra coscienza e ci incatenano a loro, ma anche i nemici possono farlo, addirittura con maggior efficacia, divenendo i cardini attorno ai quali la vita scorre in una relazione dolorosa. Gli altri possono quindi costituire fonte di gioia, soddisfazione e nostra ispirazione o di sofferenza e sentimenti negativi; certo è che hanno un'influenza notevole sullo sviluppo della nostra personalità e ne siamo in qualche misura dipendenti. Che siamo dipendenti da amici o che siamo dipendenti da nemici, siamo sempre nella necessità di rapportarci agli altri. Gli altri rappresentano inoltre il nostro banco di prova, la nostra cartina di tornasole, il nostro metro di confronto: una persona non sa nemmeno quel che vale se non si raffronta con gli altri, un bambino non impara né a camminare né a parlare senza gli altri. Dunque, l'essere umano non può esistere senza gli altri, perde anche la cognizione di sé, a meno che non sia così evoluto spiritualmente da avere realizzato la propria natura assoluta, la nitya svarupa, cioè quella identità ultima che è la sua vera intima essenza, eterna, immutabile ed indipendente da circostanze esteriori. Se nel relativo gli altri sono essenziali per tutte le ragioni sopraccitate, nell'assoluto lo sono in quanto oggetti della nostra compassione, destinatari del nostro amore, terminali della nostra relazione d'affetto: quindi non per prendere, ma per dare. L'assoluto porta in sé un’auto-soddisfazione, un’auto-soddisfacimento, una beatitudine tutta interiore, per cui gli altri non sono più il nostro nutrimento essenziale, ma sono elementi a cui inevitabilmente ci sentiamo connessi ed in armonia in quanto figli di uno stesso Creatore. Tale processo inizia quando inizia la realizzazione e culmina al momento della realizzazione spirituale: essa avanza per gradi e nella misura in cui il soggetto gradualmente evolve, scopre gli altri quali oggetti del suo amore. La società sarebbe un nome astratto se non fosse composta di donne e di uomini, di individui che lottano per raggiungere la felicità, la libertà o lottano anche semplicemente per conoscersi, per sapere chi sono, per comprendere la natura delle loro inclinazioni, la natura dei loro istinti, la natura dei loro bisogni e dei loro desideri.

Tratto da “Io e gli altri nel gioco della vita”, Corso serale di 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta (20 e 27 Novembre, 4 Dicembre 2008).

lunedì 29 marzo 2010

LIBERARSI DAL FALSO EGO di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

L'ego è il Distruttore, il principio di separazione e di disunione. È antitetico all'Amore. L'ego dà l'illusione di possedere la felicità, ma a contatto con esso non vi è che piacere effimero. L'ego dà l'illusione di possedere l'amore, ma questo sentimento accostandosi all'ego diventa nulla più di un attaccamento morboso. L'amore divino immortale appartiene all'anima; gli attaccamenti egoistici e condizionati appartengono all'ego. Liberarsi dalla prigione dell'ego falso (ahamkara) è il primo e più importante lavoro da fare da parte di un aspirante spiritualista, qualsiasi tradizione o sentiero religioso egli scelga di seguire. Liberandosi da ahamkara non si smarrisce la nostra identità, anzi essa può risorgere solo quando vengono meno le false identificazioni e maschere della personalità (sarvo upadhir vinir muktam). Finché rimaniamo avvinghiati all'ego falso e ci trastulliamo con esso, non ci sarà modo di conoscere né noi stessi, né Dio. Il lavoro da fare è serio, impegnativo, ma anche magnifico e affascinante. Ci conduce a vedere noi stessi, gli altri e ogni cosa nel mondo con gli occhi dell'anima, percependoci come creature del Signore che operano per la Sua grazia e misericordia, in armonia con il Tutto. Nel Buddhismo l'ego è descritto come la causa del dolore e di tutti i mali; si combatte con la radicale rinuncia al mondo. Nelle Tradizioni mediorientali: Ebraismo, Cristianesimo, Islam, si combatte con la rinuncia, la preghiera e il digiuno. Nell'ordine francescano i tre voti perpetui sono: povertà, castità e obbedienza. Nel Vedanta e nel Samkhya l'ego è considerato come causa principale di avidya, di allontanamento da Dio, di caduta e degradazione. Esso è il più grande ostacolo alla realizzazione del Sé e della Felicità; è la forza che si oppone all'anima e a Dio. E' la principale causa dell'invidia e di caduta negli angeli e negli uomini: da Lucifero a Macbeth, sia nelle vicende antiche che in quelle moderne. A causa dell'ego Lucifero diventa Satana e Lord Macbeth diventa una persona degradata e ripugnante. In lui l'ego si manifesta nella forma della sua Eva, Lady Macbeth, che stimola ed incrementa le sue tendenze più negative. Il principio di Eva e di Adamo è in ciascuno di noi, così come in ciascuno di noi c'è l'angelo, il puro devoto che aspira alla liberazione di sé e degli altri. Se scegliamo di nutrire il serpente, vincerà il serpente. Se nutriamo l'angelo e la sua luminosa natura spirituale, vincerà l'angelo. In ognuno di noi ci sono Vitra e Indra, Lucifero e Michele. Il nostro destino dipende dalla scelta che facciamo, se verso l'uno o verso l'altro. Assieme all'orgoglio e alla superbia, il falso ego é la caratteristica principale degli esseri demoniaci, asura, che letteralmente significa senza luce. L'umiltà è l'atteggiamento opposto e, in parte, ne è anche l'antidoto. In una celebre metafora con cui Shri Caitanya Mahaprabhu ammaestra il suo principale discepolo, Shrila Rupa Gosvami, la devozione, Bhakti, dell'aspirante spiritualista viene paragonata ad una tenera pianticella, bhakti lata bija, circondata dalle piante infestanti dell'ego che tendono ad estendersi e a distruggerla. Dobbiamo con ogni nostra forza prenderci cura e proteggere questa tenera pianticella della Bhakti praticando la disciplina spirituale (sadhana) in modo costante (abhyasa) e con distacco emotivo dal fenomenico (vairagya), sviluppando il puro desiderio di servizio e di offerta a Dio. L'offerta al Supremo di tutto ciò che si possiede è definita da Shri Caitanya come la più alta forma di rinuncia: yukta vairagya. La malapianta dell'ego è sradicata dalla pratica costante della sadhana bhakti con umiltà e in spirito di servizio. Nella vaidhi sadhana bhakti la centralità delle pratiche spirituali è costituita dall'Harinama japa o Harinama Sankirtana, l'implorazione di Dio attraverso i Santi Nomi: servire la Divinità invocando il Suo Nome, poiché Dio e il Suo Nome sono identici; il Nome stesso è manifestazione divina. Per invocare il Santo Nome con purezza, senza un atteggiamento offensivo, è richiesta umiltà. Quest'ultima deriva dalla consapevolezza della nostra natura di servitori di Dio; è l'umiltà della parte che si rapporta al Tutto, a Dio, alle Sue creature e al Suo creato. L'umiltà si sviluppa imparando a rispettare e a valorizzare tutti gli esseri, chiunque essi siano, a prescindere dal corpo che temporaneamente indossano. Solo allora, per misericordia divina, le offese che minacciano la nostra realizzazione spirituale cesseranno e sarà possibile cantare il Santo Nome in estasi.

domenica 7 marzo 2010

CSB Counseling (Terza parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

CSB Counseling (Seconda parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

CSB Counseling (Prima parte) Castello della Rancia, Tolentino 2010

Il contatto del counselor con la voce, i bisogni e le necessità dell'anima Convegno a Tolentino, intervento di Marco Ferrini

Seminario CSB: Antropologia nella Bhagavad-gita

Albettone (VI), 1-5 Aprile 2010
Prabhupadadesh - Via Roma 9, Albettone (VI)
Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta

Seminario residenziale.

Il programma prevede:
- pratiche di antiche vie di realizzazione interiore: mantra e meditazione
- lezioni di yoga e pranayama
- workshops: laboratori di gruppo sul tema del seminario
- filmati, letture, musica, teatro
- alimentazione vegetariana secondo i principi dello Yoga e dell'Ayurveda

Informazioni e Prenotazioni

Segreteria CSB
0587 733730
320 3264838
secretary@c-s-b.org

mercoledì 3 marzo 2010

DIPENDENZA D'AMORE: COME LA CHIMICA CEREBRALE SOPPIANTA IL ROMANTICISMO IN UNA VISIONE MATERIALISTICA DELL'AMORE di Diana Vannini.



"Ogni persona è naturalmente predisposta ad amare ed essere amata, ma la maturità nel sentimento dell’amore è un conseguimento grande e, come tale, richiede impegno, cura, sacrificio, coerenza, lealtà, verità. L’amore è un diamante, la regina delle pietre preziose e l’eros, a confronto, un coccio di vetro, un piacere alla fine inconsistente quando si limita ad una mera eccitazione sensoriale. Il gioiello dell’amore è in serbo per tutti, poiché ognuno di noi è nato per conseguire la perfezione e nessuno è irrimediabilmente destinato ad essere un progetto sbagliato o fallimentare. Ogni autentica tradizione spirituale asserisce che siamo progettati per la felicità e l’amore è indubbiamente la sua maggiore componente. L’arte di amare non è arte erotica. Oggi si fa molta confusione nella definizione della parola “amore”, perché la grande libertà sessuale ha portato ad abusare di questo termine riducendolo alla descrizione di un semplice trasporto passionale. L’amore così interpretato, in maniera riduttiva e distorta, è la mortificazione della gioia, della libertà, è il trionfo dei bisogni da soddisfare che creano dipendenza, prigionia dei sensi e pesantezza del cuore". (tratto da “Dall'Eros all'Amore” di Marco Ferrini).

Ciò che anche nei film viene rappresentata come “attrazione fatale” o passione incontenibile, altro non è che il susseguirsi a cascata di una serie di reazioni neurali e neuroendocrine che, se non orientate dalla Coscienza verso un obiettivo evolutivo e lasciate agire solo come esito di stimolazioni sensoriali, attivano un circuito automatico di risposte, loop che si rigenera in autonomia e che, strutturandosi sempre di più, può intrappolare come una vera e propria droga. Una recente ricerca condotta da Susan Fiske, docente della Princeton University, ha smontato persino il mito della conquista del cuore dell'amato attraverso un corpo seducente ed ammaliante, evidenziando come il cervello maschile, dopo la visione di immagini femminili a sfondo sessuale, percepisca la donna come un oggetto e non come una persona con la quale relazionarsi. Questo importante risultato è stato validato dall'analisi di un campione maschile, in cui i soggetti erano invitati ad osservare immagini di donne in bikini, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata attraverso risonanza magnetica funzionale. Dallo scanning è emerso che le aree che si attivavano durante l'osservazione di tali immagini erano quelle corrispondenti all'anticipazione dell'utilizzo di utensili quali chiavi inglesi e cacciaviti, relative cioè alla corteccia premotoria, mentre si disattivavano le aree cerebrali connesse all'empatia e alla comprensione emotiva della persona. Dunque può esserci una conquista sì, ma non di certo del cuore. Anche se questo studio è stato momentaneamente condotto solo verso soggetti maschili, certo è che, per entrambi i generi, stimoli sessuali esterni (suoni o immagini) o interni (pensieri o fantasie) all'individuo determinano lo scatenarsi di sequenze di reazioni endocrine e neurali. In particolare si è osservato che il vortice di passione che travolge due amanti è sotteso principalmente dall'azione di una molecola, la feniletilamina (PEA), costantemente prodotta dall'organismo, ma la cui concentrazione cresce significativamente in seguito ad un desiderio sessuale. Tale molecola, raggiungendo livelli elevati, può indurre i medesimi effetti delle anfetamine (entrambe agiscono sugli stessi recettori) e favorisce il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore che, quando raggiunge il massimo della concentrazione ematica, scatena l'irrefrenabile impulso all'orgasmo ed innalza il tono dell'umore all'euforia, all'eccitazione e all'entusiasmo (alte concentrazioni di dopamina sono infatti presenti nei Disturbi Affettivi di tipo Maniacale). Producendo questo piacere euforico, la dopamina è implicata nel circuito cerebrale di ricompensa, ovvero regola i processi emozionali legati alla soddisfazione di bisogni quali la fame, la sete, il desiderio sessuale, il successo nella lotta, nella competizione e nella fuga da uno scampato pericolo; è dunque correlata alla fisiologia del rinforzo psicologico e quindi determinante nei processi d'apprendimento, inducendo la ripetizione del comportamento piacevole fino al punto da poter causare il rischio di sviluppare una vera e propria dipendenza del soggetto da tale comportamento. L'attività sessuale è regolata anche da un altro importante neurotrasmettitore, la serotonina, anch'essa importante per l'innalzamento del tono dell'umore: alti livelli di serotonina sembra siano importanti per una maggiore selettività nella scelta del partner, mentre bassi livelli sembra portino ad una minore discriminazione in tal senso. Livelli alti di dopamina e serotonina dipendono da buoni livelli di testosterone (sia nell'uomo, sia nella donna), per questo, bassi livelli di testosterone sono correlati ad un calo del desiderio e si possono trovare in correlazione con Disturbi Depressivi (in cui uno degli aspetti più rilevanti è la carenza di dopamina). Allo stato di benessere prodotto da dopamina e serotonina, si aggiunge un'agitazione generale determinata dalla noradrenalina che, oltre a suscitare anch'essa eccitazione ed entusiasmo, riduce l'appetito, quale attività contrastante l'atto erotico, dal quale tutta l'attenzione e le risorse vengono assorbite. Inoltre promuove la contrazione delle vene degli organi sessuali, trattiene il sangue mantenendo a lungo l'erezione e regola la produzione di adrenalina: durante l'esperienza sessuale ne induce il rilascio con conseguente aumento del battito cardiaco, della respirazione e della pressione sanguigna, da cui ha origine, per esempio, il rossore del viso.
 Anche altri neuromediatori intervengono nell'eccitazione sessuale: le encefaline, che normalmente sono deputate allo stimolo della fame, all'induzione dell'aggressività predatoria e alla modulazione del rapporto piacere/dolore e, che essendo rilasciate abbondantemente nella fase preorgasmica, favoriscono la tolleranza al dolore e sembrano sostenere la parafilia sessuale masochistica, nei soggetti predisposti in tal senso. In seguito al “fuoco” acceso dalla feniletilamina, mentre il flusso ematico, attraverso l'ossido nitrico inonda gli organi genitali e lì permane grazie alla noradrenalina, mentre insorge lo stato febbrile dell'eros provocato principalmente dalla dopamina, nell'organismo si produce, immediatamente dopo l'orgasmo, un ormone che induce l'affettività e la voglia di carezze e dolce contatto cutaneo seguenti il rapporto: l'ossitocina. Questa viene definita "ormone dell'amore" anche in quanto, nel partner femminile, promuove il comportamento materno, stimolando l'affettività e la voglia di prendersi cura del bambino, induce inoltre le contrazioni muscolari durante il parto, che permettono di spingere il bambino fuori dall'utero e durante l'allattamento, che convogliano il latte in dotti più ampi, facilitando le poppate del neonato. Questo ruolo agisce anche nell'ambito della coppia rafforzando l'attaccamento emotivo e potenziando i meccanismi della memoria che fissano ricordi emotivi positivi, tralasciando gli aspetti dolorosi, per esempio induce il ricordo dell'emozione del tenere il bimbo neonato in braccio per la prima volta, inibendo il ricordo del parto. Nel partner maschile, responsabile del periodo refrattario che segue l'eiaculazione, è anche un altro ormone: la vasopressina, la quale smorza anche l'impeto aggressivo, induce l'appagamento e la tendenza a mantenere la relazione stabile. Infine, un neuropeptide importante secreto in maniera massiccia durante la Reazione Orgasmica e che ha il compito di smorzare il desiderio erotico è la beta-endorfina, che ha un tasso ematico consistente tanto quanto più è intenso e soddisfacente è l'orgasmo. La beta-endorfina appartiene alla classe delle endorfine, oppiacei endogeni che hanno i medesimi recettori ed effetti di oppiacei esogeni quali cannabis o eroina. Anche le endorfine per il ruolo inibitorio su alcuni neuroni, in particolare nocicettivi e per la funzione di regolazione del tono dell'umore, fanno parte del circuito di ricompensa cerebrale e possono indurre dipendenza o assuefazione. Da notare è come il fuoco della passione determinato dalla feniletilamina, destinato a spegnersi per il rilascio di ossitocina ed endorfine, dopo aver consumato l'atto, possa ad un certo punto necessitare di nuovi stimoli sessuali per essere aizzato, scatenandosi un “duello” interiore fra due piaceri: l'eccitazione euforica indotta dalla fenietilamina e in seguito dalla dopamina e l'attaccamento pacato, rilassante e rassicurante indotto dall'ossitocina e dalle endorfine, conflitto che, se non risolto, può portare alla concupiscenza di più relazioni simultanee che possono, entrambe, determinare dipendenza. L'assuefazione con crescente tolleranza alle sostanze endorfiniche, determinata da fattori genetici, è la causa della “Dipendenza da Reazione Orgasmica” in cui l'incremento endorfinico prodotto dall'orgasmo non è più sufficiente a smorzare il desiderio erotico e quindi i soggetti sono portati a ripetere sempre più ulteriori orgasmi onde evitare l'instaurarsi della sindrome d'astinenza. E' questo il meccanismo sulla base del quale si fonda in generale il principio della dipendenza: se determinati recettori vengono bombardati a lungo ed intensamente da una droga o dalla relativa sostanza stimolante, rimpiccioliranno, diminuiranno di numero o si desensibilizzeranno, per cui sarà necessaria una dose sempre più massiccia di sostanza stimolante per produrre gli stessi effetti che, prima, ne richiedevano meno. Questo effetto è noto sia nell'uso di droghe appunto, sia nelle cosiddette dipendenze emozionali, da cui non fa esclusione il sesso, per cui la soluzione è nel cercare di non innescare il meccanismo, nel non sviluppare la cattiva abitudine che può poi suscitare dipendenza. Il “sesso facile” dell'era moderna, non aiuta certo questo distacco. Siamo circondati da immagini, richiami, stimolazioni di ogni genere che riducono a scambio di fluidi quella che dovrebbe essere una relazione tra esseri spirituali. La Tradizione Indovedica descrive infatti tre piani antropologici dell'individuo: il piano fisico, il piano psichico ed il piano spirituale. Il pericolo di dipendenza si ingenera quando i tre piani non sono armonizzati, o meglio quando i primi due livelli più superficiali non sono al servizio del livello più vero e reale del soggetto: egli stesso, quale anima, atman. L'anima è eterna e immutabile come Krishna ricorda ad Arjuna nella Bhagavad-gita: Sappi che non può essere annientato ciò che pervade il corpo. Niente può distruggere l’essere spirituale. Il corpo fisico è certamente destinato alla distruzione, ma l’essere spirituale è incommensurabile ed eterno, perciò abbi fede nella continuità della vita. Non possiede vera conoscenza colui che crede che l’anima possa perire, l’anima infatti non muore, l’anima è non nata, eterna.(Bhagavad-gita II.17-19). Come una persona lascia abiti usati e logori per indossarne di nuovi, così l’anima si riveste di nuovi corpi fisici, abbandonando quelli vecchi e inutili. (Bhagavad-gita II.22). "La struttura psicosomatica dell’essere umano non ha vita propria ed è priva di coscienza. È l’atman il testimone senziente, è l’atman che funge da centro unificatore di tutte le attività psicofisiche e quando l’anima esce dal corpo la vita cessa e la struttura fisica assume il tipico aspetto cadaverico. Se possiamo sentire dolore o piacere in una qualsiasi parte del corpo è in virtù della presenza dell’atman, perché essa irradia la propria luce cosciente in tutta la struttura fisica. L’atman non appartiene alla dimensione fisica, è come la definizione del centro in un cerchio: non ha altezza, non ha profondità, non ha spessore, non ha larghezza, non ha peso; non ha niente ma non esisterebbe il cerchio senza di esso. Conoscere le persone solo sul piano corporeo e affezionarsi ai loro aspetti esteriori è un errore gravissimo, è un investimento fuorviante dalla vera conoscenza e dall’amore. […] Amare non significa demonizzare o negare l’eros o il corpo, ma imparare ad utilizzarli in maniera corretta; il corpo e la psiche umana sono in assoluto lo strumento più prezioso per operare nel mondo e rendere la propria vita un trionfo d’amore, che è veramente autentico quando è propedeutico alla nostra evoluzione interiore. Il corpo è uno strumento che può essere utilizzato per la nostra evoluzione. Le passioni morbose e l’eros nascono da una visione limitata e dalla degenerazione del concetto di amore, ma possono essere riconvertite e ben orientate attraverso un processo di rieducazione della personalità finalizzato alla realizzazione spirituale. Anche le pulsioni e le emozioni sono uno strumento che possiamo utilizzare, ma solo se possediamo abbastanza maturità da non identificarci con esse, diventando noi in grado di decidere come servircene e imparando a renderle propedeutiche alla nostra evoluzione nel viaggio coscienziale che dall’inconsistente eccitazione dell’eros porta alla beatitudine del vero amore". (tratto da "Dall'Eros all'Amore" di Marco Ferrini). Se è l'ego a trionfare allora la ricerca di gratificazione innescherà un meccanismo incessante di autosoddisfazione che, laddove ottenuta, rischierà di incatenarci inestricabilmente all'oggetto esterno che la produce, mentre se non soddisfatta originerà inevitabilmente frustrazione e sofferenza. “La comparsa non permanente della gioia e del dolore, e la loro scomparsa nel corso de tempo, sono simili all'alternarsi dell'inverno e dell'estate. Gioia e dolore sono dovuti alla percezione dei sensi, o discendente di Bharata, e si deve imparare a tollerarli senza esserne disturbati” (Bhagavad-gita II.14). Mentre se è la Coscienza profonda a governare e orientare il nostro desiderio di dare e ricevere amore, allora i neurotrasmettitori saranno consequenziali a questo impulso dell'anima, effetti corporei di un moto profondo, manifestazioni di una gioia che è tutta interiore e quindi non a rischio di dipendenza.

venerdì 19 febbraio 2010

VIVERE NEL MONDO SENZA ESSERE DEL MONDO. Pensieri, Riflessioni e Realizzazioni del Mattino (18 Agosto 2007) di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


Come ci sono pratiche purificatorie per il corpo ci sono pratiche purificatorie per la mente. Purificando continuamente la struttura psichica si ottiene un beneficio per certo di grande valore ed e' la conseguenza della purificazione della psiche che ci porta a vivere in sintonia con energie più pure e positive dell'Universo, più luminose; mentre al suo contrario la contaminazione psichica, l'intrattenere pensieri ed emozioni patologiche come l'invidia, la gelosia, l'attaccamento, ci porta a vivere sincronizzati con energie paralizzanti dell'Universo. Quando ci purifichiamo con pratiche spirituali costanti, alzandoci presto al mattino, sappiamo che riceviamo visione e sicurezza. Sviluppare una visione lungimirante, capacita', comprensione delle dinamiche sottili che operano dentro e fuori di noi, maturare chiarezza e distacco emotivo, tutto ciò permette di non cadere in errori. Se al mattino ci svegliamo con il desiderio di essere leali, generosi, rispettosi, affettuosi, se intratteniamo questo sentimento tutto il giorno, alla fine della giornata avremo un conto positivo e anche se osserveremo errori fatti potremo recuperarli il giorno successivo. Porci in un ambiente psichico negativo ci espone, al contrario, a forze buie, pesanti. Quando valorizziamo l'altro, sospendiamo giudizi negativi su comportamenti sbagliati, giudichiamo da un punto di vista più alto e capiamo che e' nelle potenzialità dell'essere umano riscattarsi da difetti e piccolezze, che dire di persone che sono già gemme luminose per la loro gentilezza e bontà, siamo in una posizione che facilita la crescita personale. Le pratiche spirituali di ogni tradizione ci predispongono al bene, sono forze reali. Quando l'essere diventa cosciente di sé e utilizza questa immagine temporanea (essere donna, uomo, madre, nonna, figlio, imprenditore, docente, artista, padre) per operare nel mondo in modo strumentale alla realizzazione spirituale, troverà un appagamento profondo e sempre più stabile. Non soffermatevi troppo nella cura estetica di voi stessi! L'essenziale e' che siate puliti. Krishna dirà ad Arjuna: Contemplando l'oggetto dei sensi ci si identifica con esso. Il mondo e' bello e buono se lo sappiamo accogliere. Impariamo a rivolgerci agli altri sempre con parole dolci che allietano il cuore, augurando il bene a tutti, quel che e' dato e' reso. Assaporate le emozioni positive e sattviche, archiviatele con cura e tiratele fuori al momento giusto. L'arte di vivere e' ottimizzare la forma umana diretti verso l'esperienza dell'amore puro (senza danni collaterali). Quando si eleva la coscienza le parole non vengono più percepite solo con la mente e si può accedere ad una dimensione alta che ci permette di prendere le distanze dal mondo traendo contestualmente massima soddisfazione da esso, ricordando la sua transitorietà e origine divina. Fare tutto ma dedicarlo alla Realizzazione Spirituale.

mercoledì 10 febbraio 2010

L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (SECONDA PARTE). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).


5) La musica agli inizi era un fatto assolutamente spirituale, elevatissimo e culturale, mentre oggi conosciamo e sentiamo musica a tutti i livelli, per tutte le occasioni, riguardanti però il modo esteriore di vivere in questa civiltà. La musica occidentale non opera con i suoni. Non si preoccupa delle emozioni dei suoni, ma solo delle emozioni del pubblico che ascolta. Crede che questo accade perché in occidente abbiamo sottomesso la natura?
Questa domanda apre una finestra su un panorama molto interessante che, se lei crede vada oltre le dimensioni di questa intervista, ne farà l’uso che riterrà più opportuno. Io non rinuncio a darle l’aspetto ulteriore perché la formulazione stessa della domanda presuppone un aspetto trascendente. E’ vero che la musica all’inizio era sacra, perché accompagnava il sacrificio per la trasformazione dell’esistenza. Ogni atto, con gravi e importanti responsabilità, veniva reso sacro e solenne dalla musica. La musica serviva da accompagnamento ai mantra, che già di per sé sono musicali. Il Rig Veda è il testo più antico dell’umanità e riguarda la scienza fisica e metafisica; per il sacrificio, le cui regole vengono canonizzate nello Yajurveda, nasce il Samaveda, che è il Veda della musica. La musicalità strumentale è inferiore rispetto a quella della parola. La verità è musica di per sé, è la musica divina trasformante, che trasforma l’ambiente e le persone. Grandi leaders dell’umanità hanno trasformato masse intere con racconti e parabole, metafore. Oggi la musica si consuma, non la si utilizza come un mezzo trascendentale in senso kantiano, ma come uno dei tanti oggetti usa e getta, perciò si è dissacrata, diventata soggetta alla moda, roba da spazzatura. Chi la produce ha abusato della musica, rendendola uno strumento di consumo. La musica serviva per accompagnare un atto sacro, per trasformare in sacro ciò che sacro non era. Era utilizzata come un’astronave per andare in altre dimensioni, in altri livelli di realtà. Ora l’atteggiamento e l’attitudine sono ben diversi ed è evidente che portino a risultati diversi. L’uomo moderno teorizza la musica in modo distratto, mentre fa altre cose, la musica quindi risulta un sovrappiù, un accessorio superficiale, come del profumo indossato banalmente e non per un'occasione speciale. Oggi si usa la musica per narcotizzare, stordire, indurre, ipnotizzare. I suoni sono sempre nell’aria, come i colori sono sempre a disposizione sulla tavolozza, ma l’artista che fa con quei suoni una musica celeste, aiuta a trascendere e ci rimanda ad altri mondi, alla gioia essenziale che non dipende dall’esterno ma zampilla naturalmente dal nostro cuore.

6) L’incontro con un vero Maestro produce smarrimento. Cos’è per lei un Maestro?
Il Maestro dà senso alla nostra vita, ci fa comprendere l’orientamento da dare alla nostra vita, illumina la via non soltanto con gli insegnamenti, che sono l’opera per eccellenza del Maestro, ma con il suo esempio di vita. E’ un parto quello che fa il Maestro. Il discepolo nasce dal Maestro, per il sacrificio del Maestro. Per il discepolo il Maestro è la somma del padre e della madre, del cibo, della sostanza vitale, dell’aria, della luce, perché egli viene alla luce e alla conoscenza attraverso il Maestro. Uno dei più antichi mantra del Gautama Tantra recita: “ Omaggi al guru che ha dissipato le tenebre dell’ignoranza dai miei occhi, restituendomi la vista con la torcia della luce spirituale”. Il Maestro è per definizione Vachashpati: il signore della parola, la parola creatrice, di speranza; la compassione è tipica del Maestro ed il modello in cui imposta la sua vita rappresenta l’esempio costante ed eterno per il discepolo.

7) Kant disse: “ L’ascolto di un Corale evangelico mi dona una serenità che la filosofia non mi dà” Perché? Dove agisce la musica?
Kant, come si sa, è stato un grande filosofo occidentale. La rivoluzione kantiana ha, nella filosofia, la stessa importanza della rivoluzione copernicana nell’astrofisica. Kant è sicuramente una pietra miliare nell’evoluzione del pensiero umano e, soprattutto in Occidente, rappresenta un punto di svolta e un modello straordinario. Dunque, Kant riponeva una grande fiducia nella filosofia, ma intelligentemente, a conferma del genio che era, conosceva anche i grandi limiti della filosofia stessa. Che cos’è la filosofia? E’ l’impresa del genio intellettuale umano. L’intelletto umano ha il proprio campione nella filosofia ed è l’utilizzo della ragione, quindi della funzione logico-razionale, fino alle sue estreme conseguenze. La grandezza di Kant è collegata al fatto che lui afferma che c’è una dimensione chiamata trascendente, cui la mente non può giungere. Kant afferma che la filosofia non può giungere alla dimensione della trascendenza, indica in tal modo il limite della filosofia, della logica razionale: la contraddizione. Quando la logica arriva alla contraddizione, ovvero all’antinomia, si blocca e va in tilt, crolla. La filosofia dunque ha dei limiti: quando incappa in una coppia di opposti, in una contraddizione in termini, c’è l’annullamento del pensiero razionale. Kant dice di trovare una serenità, una pace, un’ispirazione nella musica perché evidentemente va oltre la filosofia; la musica è capace, come strumento, di raggiungere quella dimensione di trascendenza, così egli si rifà alla musica per quelle altezze che non riesce a raggiungere con la filosofia. Naturalmente parla di canti composti in spirito ascetico, non bisogna dimenticarlo, dunque non sono canti che ricercano la mera gratificazione dei sensi.

8) Cos’è per lei la creatività? Deve aderire ad un ordine? Richiede sottomissione a qualcosa?
Ci sono vari livelli di creatività, come ci sono vari livelli di libertà. Per diventare liberi bisogna aver aderito prima a delle norme. Solo quando abbiamo fatto esperienza delle regole ce ne possiamo liberare. Il disegno dal vero prima di diventare spontaneo deve essere copia. Quando una copia diventa l’arte dell’osservazione, quando si è capaci di rilevare gli aspetti più salienti della verità, allora si può assurgere a un modello di creatività compositiva e di realtà spontanea, ma non prima. Prima bisogna esercitarsi all’interno di norme che regolano la nostra creatività. Assoggettandosi alle leggi e poi superandole si diventa liberi. A quel punto, quello che noi chiamiamo creatività libera è in realtà un aderire a principi superiori che non sono leggi opprimenti, ma inscritte nel nostro cuore: ciò che i Veda chiamano Dharma. Dharma significa ordine etico universale che ci rende liberi nella misura i cui noi ci armonizziamo con esso. E’ una libertà che a sua volta è un canone di ordine superiore che però non opprime. Questa massima libertà che viene accolta come un’utopia nel mondo fenomenico, esiste in un sovramondo come ordine superno che non si vede ma c’è. Non si vede perché non ha contraddizioni. La vera creatività sembra che non sottostia alle leggi perché è nell’ordine, ma quest’ordine è di per sé legge, che non costringe, non chiude, ma libera. Essere retti vuol dire aderire all’ordine etico universale che è la rettitudine. Quando sei nella rettitudine non devi sottostare ad essa perché sei la rettitudine: è come dire “un pesce non si bagna perché è nel mare”. La creatività necessità di leggi, regole, norme, per costituirsi al più alto livello e poi vive in norme superiori e non si interessa più delle norme inferiori. In seguito non ci sarà più necessità del modello, perché il modello vive dentro.

mercoledì 3 febbraio 2010

PSICOLOGIA E SPIRITUALITA' DELL'INDIA. CONOSCERSI, MIGLIORARSI E REALIZZARSI CON LA PSICOLOGIA E LA SPIRITUALITA' DELLO YOGA Marco Ferrini



Relatore: Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta.

Corso serale in 3 lezioni tenute presso l'Aula Magna Fondazione Studi Bhaktivedanta, Via Gramsci, 64 - Ponsacco (PI).

Le lezioni saranno tenute dalle ore 20.30 alle ore 22.30 nelle seguenti date:
3, 10 e 17 Febbraio 2010.

21, 23 Gennaio 2010 Presentazioni a Tema.

INFORMAZIONI:
Segreteria CSB
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587739898
secretary@c-s-b.org

lunedì 1 febbraio 2010

L’INFLUENZA DEL SUONO SULLA PSICHE (PARTE PRIMA). Collaborazione tra Università degli Studi di Siena e Centro Studi Bhaktivedanta. Intervista a Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

1) Ascoltare è una questione di atteggiamento interiore che non viene insegnata nelle scuole di musica. Eppure l’arte di ascoltare vale quanto quella del compositore o dell’interprete poiché è un mezzo con cui l’ascoltatore scopre la propria creatività. Un vero ascoltatore è qualcosa di estremamente quieto e silenzioso. In questo silenzio e attraverso di esso, giungono all’anima i profondi contenuti della musica. L’abilità nel percepire o osservare le forze spirituali nascoste nella musica, è ciò che ci manca. Cos’è per lei l’ascolto?
L’ascolto attiene a vari stati di coscienza. Esistono diversi modi di ascoltare. L’ascolto è una modalità dell’essere. Quando noi vogliamo che qualcosa entri profondamente dentro e ci pervada, ascoltiamo in un modo. Quando invece cerchiamo solo un’informazione banale, di limitata utilità, ascoltiamo superficialmente. Se vogliamo cogliere un insegnamento profondo, una verità sulla quale siamo pronti a strutturare la nostra vita, per dare un senso alla nostra esistenza, allora ascoltiamo con differente attitudine. L’ascolto dunque ha varie profondità che corrispondono all’interesse che ci anima. Quando l’interesse è alto, sicuramente l’ascolto è molto profondo. C’è un ascolto di informazioni che vengono dall’esterno, che pur essendo preziose non sono quelle di massimo pregio, quanto invece quelle che provengono dalla nostra interiorità, ascoltando le quali capiamo che cosa veramente ci interessa, quali fra le tante nostre possibilità desideriamo far crescere e quali invece potare, sacrificare, affinché crescano i rami più importanti. Nelle scelte importanti c’è un ascolto profondo e quello della nostra voce interiore è sicuramente l’ascolto più significativo. Purtroppo vediamo che la gente ha perduto non solo l’arte dell’ascolto, ma anche l’opportunità di essere educata ad ascoltare. La preghiera è ascolto, la meditazione è ascolto, più meditiamo in profondità, più ascoltiamo i nostri bisogni veri che sono quelli spirituali, ontologici e un minuto o pochi minuti di questo ascolto possono trasformare la vita e donarci quell’orientamento illuminato che noi cerchiamo da sempre verso la felicità.

2) Gorge Balan, fondatore della musicosofia, sostiene che più che chiedersi qual è il messaggio della musica dopo l’ascolto, bisogna chiedersi cosa è rimasto nella memoria. A volte qualche tratto della melodia torna in mente e il posto dove scompaiono le melodie è in stretta relazione con l’io superiore. Ricordare le melodie è esercitarlo. Dice inoltre che i primi suoni che restano in noi sono i primi fiori della comprensione. I Veda, le sacre scritture indiane, parlano di questo luogo? E a cosa corrisponde?
I Veda sono per definizione Ascolto. Il loro nome tecnico è Shruti che vuol dire: ciò che si ascolta. Il Veda quindi si ascolta, non si legge, lo si apprende ascoltando. Le Upanishad, che sono il corpo filosofico dei Veda, sono ciò che si ascolta ai piedi del Maestro. L’ascolto ha sicuramente un ruolo di primo piano. Il luogo è l’Atman, il Sé, per dirla in termini junghiani. Le Upanishad dicono che l’orecchio non ascolta, come l’occhio non vede e come la pelle non sente: è il Sé che compie tutte queste funzioni. Il Sé è immobile, non fa attività, è definito testimone. Il luogo dell’ascolto è sicuramente il Sé, è anche il luogo dove le dinamiche si mettono in moto e fanno succedere gli accadimenti, è la qualità di coscienza che fa accadere le cose. Nel bene e nel male i filtri del Sé, i filtri mentali, la struttura psichica, possono riflettere dal mondo distorsioni o raggi di luce imperfetti. Il luogo della memoria, dove possono rivivere e vengono evocati e quindi fatti germinare i semi della conoscenza, sia essa artistica, scientifica, filosofica o religiosa, è il Sé, l’unico centro creativo che si manifesta nel mondo attraverso il piano immanente con l’ausilio dell’intelletto, dell’ego, dei sensi. La centrale è il Sé, l’Atman, o il Brahman per utilizzare una terminologia vedica.

3) La musica ci addormenta o ci sveglia. Quali sono le “stampelle” che ci possono aiutare per un ascolto consapevole?
La musica può essere arte quando è fornita sottoforma di esperienza estetica, oppure può essere conoscenza quando è sottoforma di insegnamento. L’atteggiamento è quello di recepire con attenzione alta che colga anche ciò che non va, parlo quindi di attivare lo stato critico in cui si opera quell’importante discernimento fra ciò che è reale e non reale, corretto e non corretto, giusto o ingiusto. Bisogna riconoscere le stonature, gli errori, le strutture fallaci, sia in arte, sia nelle scienze, nella religione, in filosofia, in psicologia. Apertura al massimo ma anche con il massimo di attenzione perché chi ascolta sia consapevole non solo di ciò che sta ascoltando, ma anche di se stesso e dell’operazione che sta facendo ascoltando. Non si può essere addormentati, storditi, narcotizzati, sarebbe come lasciarsi andare ad uno stato di abbandono inferiore, pericoloso, che scivola nell’oblio. L’ascolto deve essere attento e rapito. Questa attenzione non compromette e non minaccia lo stato di rapimento, anzi lo salvaguarda dall’infiltrazione di condizionamenti, di virus che lo disturberebbero.




4) Con Mozart non si sa mai se il cuore piange o ride. Nella sua musica questa ambiguità è sempre presente. Il genio, in questo caso Mozart, si alza in regioni dove non penetra la nostra razionalità che distingue ciò che è gioia da ciò che è dolore. La musica produce emozioni, ma non è emozione. Lei cosa ne pensa?

Non sono un esperto di Mozart, ma studio da oltre trenta anni il fenomeno emotivo; secondo l’antica filosofia, psicologia e scienza dei Veda, che le emozioni appartengono ad una realtà superiore: si chiamano Rasa ed è solo la loro distorsione che sperimentiamo attraverso il nostro sistema nervoso. Qualsiasi artista ci proponga un’opera d’arte, suscita in noi degli astati d’animo e la vera arte ha proprio lo scopo di portarci al livello più alto nel ritrovare quelle emozioni che sono vicine ai rasa, ovvero alle emozioni spirituali. E’ chiaro che quelle emozioni, essendo appartenenti non a questo mondo, ma al mondo delle idee, direbbe Platone, sono fuori dal tempo e dallo spazio, quindi non si può dire che il pianto e il riso, la gioia e il dolore siano veramente in contraddizione, perché non esiste un prima e un dopo. La mia esperienza è: queste coppie di apparenti opposti non sono in contraddizione, su livello di esistenza trascendente, sono complementari nel produrre una gioia di tipo superiore. Ovvero: dolore e gioia cessano di essere opposti e vengono ad armonizzarsi su di un piano che li trascende entrambi. E’ per questo che nei grandi artisti si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto senza percepire un contrastante stato d’animo, ma un’ispirazione sempre crescente, perché a quel livello gli opposti servono l’uno all’atro per lanciarci sempre più in alto.

mercoledì 20 gennaio 2010

CONTRASTARE LE EMOZIONI NEGATIVE di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).

E' possibile contrastare le emozioni negative utilizzando quelle positive. La stragrande maggioranza delle volte il soggetto cosciente non riesce a fare ciò poiché la forza di questi prodotti psichici è altamente superiore alla volontà di cui egli dispone sul piano cosciente; ma la mente razionale, il pensiero, può aiutare molto ad affrontare le emozioni negative. Il pensiero è per definizione di natura fredda, mentre le emozioni sono generalmente cariche di desiderio, di sentimento o risentimento.

Se paragonati a dei colori si potrebbe visualizzare il primo come di tonalità chiara, grigio perla leggermente tendente al celeste, mentre le seconde come un colore torbido, caldo: rosso scuro o amaranto. È già una terapia contrapporre un pensiero ad un'emozione, in quanto la natura fredda del primo ha il potere di rendere più trasparente il contenuto torbido tipico della natura calda della seconda. D'altra parte, è sicuramente difficile che un pensiero, da solo, riesca a contrastare un’emozione, poiché quest'ultima possiede una carica psichica ben più potente. Per questo motivo si rende necessario affiancare al pensiero positivo anche emozioni di segno positivo, che per questo devono essere ben archiviate nella memoria, in modo da essere immediatamente a disposizione nel momento in cui si desidera evocarle, proprio come una valigetta del pronto soccorso, sempre pronta per l'uso. Le emozioni positive sono luminose, espansive, penetranti e possono rifinire l’operazione di risanamento che il pensiero può fare solo in parte, in virtù della carica emotiva forte che anch’esse posseggono. Tali emozioni possono essere connesse ad insegnamenti che abbiamo ricevuto, rappresentare momenti belli della vita, momenti in cui abbiamo sperimentato una felicità spirituale e costituiscono ricordi che saranno straordinariamente preziosi se riusciremo ad evocarli al momento giusto, nel momento di un trauma o di una crisi grave, perfino all’approssimarsi della morte.

Concludendo, è possibile affermare che, se un pensiero positivo è ottimale per contrastare un altro pensiero, di natura negativa, la sola funzione razionale non è tuttavia sufficiente ad arginare la carica psichica di un’emozione negativa. Il pensiero razionale può solo apportare un piccolo contributo in tal senso in quanto è utile a scegliere le emozioni positive da recuperare dalla memoria, a disporre una strategia, ma il materiale psichico con il quale veramente si contrasta un’emozione è sostanzialmente un’altra emozione, possibilmente di medesima intensità, ma di segno contrario. Quest'ultimo principio viene espresso anche dal saggio Patanjali(1), che suggerisce la meditazione su pensieri opposti (e per esteso su emozioni) a quelli ostacolanti(2), per consentire all'individuo l'evoluzione del proprio livello coscienziale.

(1) Patanjali, la cui data di nascita non è certa (alcuni esperti ritengono sia vissuto tra l'800 a.C. e il 300 a.C., mentre gli induisti sostengono possa essere vissuto anche diecimila anni prima dell'avvento di Cristo), sistematizzò la disciplina yogica, fino ad allora tramandata oralmente. Compilò quattro libri in merito tutti scritti in aforismi (sutra) rispettivamente Samadhi, Sadhana, Vibhuti e Kaivalya. Il cuore dell'insegnamento di Patanjali è rappresentato dall'Ashtanga Yoga o yoga delle otto membra: stadi attraverso cui lo yogi può gradualmente raggiungere l'unione con Dio, il Samadhi.

(2) Patanjali, Yoga Sutra - Sadhana Pada, sutra 33: vitarkabadhane pratipakshabhavanam – [per contrastare] le fantasie o i pensieri ostacolanti [si deve meditare] su quelli opposti contrari.

Tratto da 'Pensiero, Emozioni e Realizzazione'.